Erano bradipi, erano giganti ma non erano lenti!

A differenza dei loro attuali cugini amazzonici, i bradipi giganti del Pleistocene erano tutt’altro che lenti. Lo rivelano recenti studi sull’orecchio e sul cervello di questi curiosi giganti del passato


Bradipo è diventato sinonimo di lentezza. Gli attuali rappresentanti di questo curioso gruppo di mammiferi popolano le foreste del bacino amazzonico, dove si spostano con movimenti lenti tra le cime degli alberi in cerca di cibo. Animali all’apparenza poco interessanti da studiare. Ma basta tornare indietro nel tempo di alcune migliaia di anni, per scoprire un mondo popolato da decine di specie diverse di bradipi giganti, alcuni dei quali potevano superare le tre tonnellate di peso. Dei veri colossi in grado di adattarsi ai più disparati ambienti, esistevano infatti, bradipi in grado di scalare pendii rocciosi o di nuotare nelle acque costiere. Unici del continente americano, questi mammiferi hanno attirato l’attenzione dei più grandi naturalisti di tutti i tempi, da Darwin che ne trovò i fossili in Sud America a Georges Cuvier e Sir. Richard Owen, che ne descrissero i primi ritrovamenti.

A distanza di tempo, questi strani mammiferi fanno ancora notizia e catturano l’attenzione del grande pubblico. Del 2017 la notizia del ritrovamento di enormi tunnel fossili scavati dai bradipi del Pleistocene, mente recentissima è la scoperta di orme di bradipo gigante associate a quelle umane, la testimonianza di un’antica battuta di caccia. Bradipi diversi da quelli che siamo abituati a vedere oggi.

I fossili di questi giganti sono stati a lungo studiati dai paleontologi, ma molti sono ancora gli interrogativi sulla loro anatomia e sulla loro ecologia. Per la prima volta, un team internazionale di ricercatori, tra i quali diversi italiani, sono riusciti a ricostruire in 3D il cervello e l’orecchio interno di un bradipo gigante appartenente alla specie Glossotherium robustum. Degli organi sensoriali contenuti nella scatola cranica di questi fossili si sa poco e nulla. Oggi, grazie all’applicazione di tecnologie mediche come le TAC, è stato possibile acquisire in digitale il reperto fossile per poi elaborarlo con specifici software. Il gruppo di paleontologi italiani si è occupato del riempimento digitale delle cavità craniali, ottenendo così fedeli riproduzioni 3D del cervello, pubblicando i risultati su Journal of Mammalian Evolution, e di altre parti anatomiche mai osservate prima con questo dettaglio.

Non solo l’encefalo con tanto di vasi sanguini e nervi, ma anche l’orecchio interno (con i risultati descritti su The Science of Nature) e la pneumatizzazione del cranio sono stati riprodotti in 3D e studiati nel dettaglio. L’orecchio nei mammiferi, svolge un’importante ruolo nel controllo dell’equilibrio e più in generale della locomozione. Studiando i dettagli di questa parte anatomica del bradipo, si è scoperto che la sua “agilità” doveva essere simile a quella di un ippopotamo o di un rinoceronte, entrambi di grossa mole, ma all’occorrenza in grado di compiere agili movimenti. Lanciati in corsa, possono superare in velocità un essere umano! Grazie all’elevato dettaglio del calco 3D, il cervello è stato studiato in ogni sua particolarità, dall’andamento dei vasi sanguini a quello dei nervi craniali. La “geografia” della superficie encefalica è stata confrontata con quella dei bradipi attuali, evidenziando la singolare dimensione degli enormi nervi cranici che si sviluppano nella parte anteriore del cervello.


Modelli 3D degli encefali. Elaborazioni digitali di Dawid A. Iurino


Questi hanno indotto i paleontologi a ipotizzare che il muso di Glossotherium fosse particolarmente sensibile. Probabilmente, questo bradipo gigante possedeva delle labbra semi-prensili, simili a quelle degli attuali rinoceronti, con le quali selezionava e afferrava il cibo. Gli arti anteriori, infatti, dotati di enormi unghie erano poco adatti per una presa di precisione. Questi sono solo alcuni degli aspetti biologici di questi giganti estinti, ricostruiti grazie ai preziosi dati racchiusi nel cranio e svelati dalla grafica 3D.

Le ricerche continuano, e numerose altre specie di bradipi giganti sono ora in fase di studi, lo rivelano i paleontologi italiani. E chissà se queste tecnologie consentiranno di cambiare ulteriormente il modo in cui noi tutti ci immaginiamo un bradipo gigante, sempre più simile agli attuali pachidermi delle savane Africane che hai ben più piccoli e lenti bradipi arboricoli.


Riferimenti:
Alberto Boscaini, Dawid A. Iurino, Guillaume Billet, Lionel Hautier, Raffaele Sardella, German Tirao, Timothy J. Gaudin, François Pujos. Phylogenetic and functional implications of the ear region anatomy of Glossotherium robustum (Xenarthra, Mylodontidae) from the Late Pleistocene of Argentina. The Science of Nature. April 2018, 105:28

Alberto Boscaini, Dawid A. Iurino, Raffaele Sardella, German Tirao, Timothy J. Gaudin, François Pujos. Digital Cranial Endocasts of the Extinct Sloth Glossotherium robustum (Xenarthra, Mylodontidae) from the Late Pleistocene of Argentina: Description and Comparison with the Extant Sloths. Journal of Mammalian Evolution


Immagine di apertura: Ricostruzione di Glossotherium robustum. Illustrazione di Davide Bonadonna