Estinzione ai margini: il clima mette in difficoltà una pianta endemica italiana
Uno studio pubblicato su Environmental Conservation analizza il caso di Santolina etrusca, un arbusto endemico dell’Italia centrale, e mostra un’associazione tra differenze climatiche ed estinzioni locali di popolazioni periferiche. Il lavoro offre una rara evidenza empirica, basata su dati distributivi storici e attuali, del possibile ruolo del clima nella contrazione dell’areale di una specie vegetale mediterranea
La biodiversità si perde anche così: non sempre con la completa scomparsa di una specie, ma con la lenta erosione delle popolazioni che vivono ai margini dell’areale, la dove sono più esposte ai cambiamenti ambientali. È il quadro che emerge da uno studio coordinato da Lorenzo Peruzzi dell’Università di Pisa e pubblicato sulla rivista Environmental Conservation, dedicato a Santolina etrusca, un piccolo arbusto aromatico endemico italiano. Secondo gli autori, la scomparsa di alcune sue popolazioni locali nel corso del Novecento è associata più a specifiche differenze climatiche che a grandi trasformazioni dell’uso del suolo.
Un endemismo italiano che ha perso terreno
Santolina etrusca è una specie endemica dell’Italia centrale, classificata come “quasi minacciata” nella Lista rossa globale della IUCN. Storicamente presentava una distribuzione disgiunta: un gruppo di popolazioni nel settore settentrionale, lungo i fiumi Lima e Arno, e un gruppo più meridionale comprendente Monte Amiata e aree circostanti, Maremma, valli dell’Orcia e del Paglia, Tuscia e una piccola area presso Orvieto. Nel secolo scorso, però, le popolazioni poste ai margini settentrionali e meridionali di questo areale storico sono scomparse.
Il caso è particolarmente interessante perché per questa specie sono disponibili sia dati storici sia dati attuali di distribuzione, una condizione non così frequente negli studi sulle estinzioni locali delle piante. I ricercatori hanno raccolto 110 record distributivi da esemplari d’erbario, letteratura e osservazioni di campo, poi filtrati fino a ottenere 83 celle di presenza da 1 × 1 chilometro: 15 relative a popolazioni estinte e 68 a popolazioni ancora esistenti. È su questo confronto che si basa l’analisi.
Che cosa hanno confrontato i ricercatori
In passato si era ipotizzato che la scomparsa di diverse popolazioni, in particolare di quelle settentrionali, potesse essere legata a modificazioni dell’habitat provocate dall’attività umana, per esempio lungo gli ambienti fluviali. Gli autori hanno quindi cercato di distinguere, per quanto possibile, il peso dei cambiamenti nell’uso del suolo da quello delle condizioni climatiche, confrontando i siti delle popolazioni scomparse con quelli delle popolazioni ancora presenti. Per farlo hanno usato dati recenti di copertura del suolo e serie climatiche relative sia al periodo storico 1901–1930 sia a quello moderno 1981–2010.
Il risultato è che tra siti estinti e siti ancora occupati non emergono differenze sostanziali nell’uso del suolo attuale, salvo una categoria relativa a trasporti e logistica. Al contrario, risultano significative varie differenze climatiche. Tra le variabili che separano meglio i due gruppi ci sono la stagionalità della temperatura, la continentalità, l’escursione termica annuale, le precipitazioni nel trimestre più secco e un indice che misura il rapporto tra precipitazioni annuali ed evapotraspirazione potenziale.
Un clima meno mediterraneo dove la specie è scomparsa
I siti in cui Santolina etrusca è andata incontro a estinzione locale mostrano condizioni meno tipicamente mediterranee. Hanno oscillazioni termiche più marcate nel corso dell’anno e, nel complesso, caratteristiche climatiche più continentali e più umide rispetto ai siti in cui la specie sopravvive ancora. Questo non significa che il clima venga indicato come unica causa possibile in ogni singolo caso, ma che il restringimento dell’areale osservato risulta associato a un preciso insieme di differenze climatiche.
Come ha spiegato Lorenzo Peruzzi:
“I nostri risultati mostrano una chiara associazione tra cambiamento climatico ed estinzioni locali di popolazioni vegetali”.
Il lavoro evidenzia anche i limiti dell’analisi. Gli autori osservano che la scala spaziale adottata, di circa un chilometro quadrato, potrebbe non cogliere alterazioni molto fini dell’habitat, e che la disponibilità dei dati sull’uso del suolo solo per il presente non consente di escludere del tutto possibili cause antropiche passate. Tuttavia, alla scala esaminata, l’impatto umano diretto non appare la spiegazione principale della scomparsa delle popolazioni periferiche.
Popolazioni già fragili prima delle estinzioni
Molte delle differenze climatiche osservate oggi erano già presenti anche nel periodo 1901–1930, quindi prima delle estinzioni locali documentate nel corso del Novecento. Questo suggerisce che le popolazioni poi scomparse vivessero già in condizioni climatiche meno favorevoli, e che i cambiamenti successivi possano aver aggravato una vulnerabilità preesistente. In altre parole, il clima non avrebbe creato da zero una fragilità, ma potrebbe aver spinto oltre una soglia popolazioni periferiche già ecologicamente esposte.
Il lavoro si inserisce in un ambito di ricerca importante proprio perché i casi di evidenza empirica diretta del ruolo del clima nelle estinzioni locali sono ancora rari. Molti studi, ricordano gli autori, si basano soprattutto su proiezioni e modelli previsionali, mentre qui il confronto poggia su dati distributivi storici e attuali relativi a una specie concreta e a un’area ben definita.
Un segnale che riguarda anche la flora mediterranea
Le piante mediterranee perenni vengono spesso considerate relativamente stabili, o comunque meno esposte, ma questo studio suggerisce che almeno le popolazioni collocate ai margini dell’areale possano essere molto sensibili alle variazioni climatiche. Gli autori osservano inoltre che altre specie mediterranee con tratti ecologici simili potrebbero andare incontro a ulteriori estinzioni locali, in una regione dove l’aumento della stagionalità termica è previsto in crescita e dove il riscaldamento estivo risulta particolarmente accentuato.
Più che raccontare la fine di una specie, questo studio mostra un processo di contrazione: quello con cui il clima può consumare lentamente i bordi di un areale, facendo sparire prima le popolazioni più isolate e vulnerabili. È un tipo di perdita meno appariscente dell’estinzione totale, ma non per questo meno importante. Perché proprio da questi margini possono arrivare i primi segnali, già misurabili, della crisi climatica sulla flora spontanea.
Riferimenti
Peruzzi, L., Dolci, D., Giorgi, P. D., Giacò, A., & Chiarucci, A. (n.d.). Climate change associated with local extinction in peripheral populations of the threatened Italian endemic plant Santolina etrusca (Asteraceae). Environmental Conservation, 1–6. https://doi.org/10.1017/S0376892926100332
Immagine in apertura: dal comunicato stampa

