Fin qui ve la posso raccontare

Alla scoperta della trasformazione della foresta Amazzonica con le opere degli street artists Bastardilla, Ericailcane e Hitnes

Nei giorni scorsi un interessante articolo scritto dal bioeconomista Lorenzo Maestripieri faceva un drammatico resoconto sullo stato di salute della foresta Amazzonica. “Immaginate –scrive Maestripieri– due foreste: la prima si estende per migliaia di chilometri quadrati, creando un ambiente umido, ricco di acqua dolce e biodiversità, contribuendo al ciclo dell’acqua e assorbendo enormi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera; la seconda emette CO2, i suoi alberi stanno lasciando spazio alla savana dopo anni di taglio, incendi e degrado, il suolo si secca e si impoverisce, e la biodiversità diminuisce drasticamente. Dove si trovano queste due foreste? Nello stesso luogo, l’Amazzonia, a pochi anni l’una dall’altra; la distanza che le separa non è fisica, ma temporale”. 

Questo estratto dell’articolo di Maestripieri evidenzia in modo decisamente efficace i processi in atto in Amazzonia, una foresta che, come emerge da uno studio dello Stockholm Resilience Center pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications, potrebbe entro il 2100 trasformarsi in savana con numerose ripercussioni sull’innalzamento delle temperature e altri fenomeni legati al cambiamento climatico. 

La trasformazione in atto nella foresta Amazzonica penso che sia meravigliosamente resa da un libro di recente pubblicazione dal titolo “Fin qui ve la posso raccontare” (edito da Modo Infoshop e Galleria D406), che raccoglie disegni e fotografie dei tre bravissimi street artist Bastardilla, Ericailcane e Hitnes e i testi dell’antropologo Marco Tobón.

Questo libro, nato da un viaggio in Amazzonia, è una grande opportunità per riflettere non solo sulla portata della deforestazione in atto, ma anche sull’enorme diversità di storie umane che sono strettamente associate a questa importantissima foresta. L’Amazzonia si estende, infatti, per 7,8 milioni di kmq in Sud America e la sua superficie occupa parte di ben nove Paesi: Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese. Di questa immensa distesa le foreste coprono circa 5,3 milioni di kmq, pari a oltre un terzo di quelle presenti sulla terra. Polmone verde per eccellenza del pianeta, l’Amazzonia è anche una delle più grandi riserve di biodiversità, oltre che luogo in cui vivono più di 3 milioni di persone.

Da biologo interessato alla biologia dell’evoluzione e da bibliofilo, “Fin qui ve la posso raccontare”, mi ha ricordato la raccolta Quadri della natura, in cui nel 1808 Alexander von Humboldt raccolse le proprie esperienze di viaggio. Von Humboldt è stato il primo a osservare e descrivere l’ambiente come una rete globale in cui tutto è interconnesso e a definire, di fatto, l’idea di natura che conosciamo oggi. 

«Possano i miei Quadri della natura –scrive von Humboldt– fornire al lettore una parte del piacere che una mente ricettiva trova nella contemplazione della natura».  Questo è esattamente ciò che come lettore ho provato muovendomi tra le tavole e le fotografie di “Fin qui ve la posso raccontare”.

Il collegamento con von Humboldt è legato anche alla meta del viaggio perché così come “Fin qui ve la posso raccontare” nasce dal viaggio di tre street artist alla scoperta dell’Amazzonia, in modo analogo tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento, von Humboldt partì per quello che per molti punti di vista è il primo viaggio “moderno” di esplorazione, che lo portò ad attraversare ampie regioni di Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù, Cuba e Messico in poco più di cinque anni. Questa traversata amazzonica permise a von Humboldt di raccogliere un inventario botanico invidiabile (descrisse oltre 6.000 specie nuove per la scienza), ma soprattutto di acquisire una singolare consapevolezza di violenza, pervasività e ingordigia dell’imperialismo coloniale europeo, tanto da spingerlo a scrivere nella raccolta Quadri della natura:

“Quando le foreste vengono distrutte, come succede ovunque in America a causa della fretta imprudente dei coltivatori europei, le sorgenti vengono interamente prosciugate, o diminuiscono drasticamente di numero. I letti dei fiumi, rimanendo asciutti per parte dell’anno, diventano torrenti ogni volta che la pioggia cade abbondante. Le praterie e i muschi scompaiono sotto i rami accatastati ai lati delle montagne, l’acqua che scende sotto forma di pioggia non trova impedimento al suo passaggio: e invece che aumentare progressivamente il livello dei fiumi attraverso filtrazioni costanti, scava violenta ai lati delle colline, portando con sé il terreno smosso e formando queste inondazioni improvvise, che devastano le pianure”.

Più volte nei mesi scorsi si è discusso della correlazione tra incidenza della pandemia in atto in tutto il mondo e conservazione della biodiversità, ma neppure il lockdown ha arrestato la deforestazione in Amazzonia. Come evidenziato infatti sulla rivista PNAS dall’ecologo Douglas C. Daly, esperto di botanica amazzonica e coordinatore di un progetto dell’Istituto Chico Mendes per la conservazione della biodiversità, nel pieno della pandemia la deforestazione in Brasile ha registrato un aumento del 72% tra agosto 2019 e maggio 2020 rispetto all’anno precedente. Verrebbe quasi da pensare che alcuni governi abbiano colto l’occasione dell’assenza dei ricercatori per accelerare la deforestazione e depotenziare i progetti di conservazione.

Sfogliando le pagine di “Fin qui ve la posso raccontare” avrete modo di trovare tante tavole dedicate a piante e animali, ma è notevole anche l’attenzione che molti dipinti e disegni pongono sugli abitanti della foresta Amazzonica. Nel libro viene, infatti, posta al lettore una interessante domanda: qual è l’immagine dell’indigeno che abbiamo in mente? A molti verrà in mente un nativo nudo, addobbato di piume, zanne feline e sonagli magici e dotato di tecnologia rudimentale che vive in una terra lontana, inospitale, un luogo selvaggio dove “la civiltà” non si è sviluppata. Tra questi dobbiamo sicuramente includere il Presidente del Brasile Bolsonaro secondo cui “gli indios si stanno evolvendo sempre di più, stanno cambiando, è necessario che vengano integrati nella società, stanno diventando esseri umani come noi”. Molte tavole nel libro sono dedicate alle persone incontrate nel viaggio, per mostrare chi sono oggi gli indigeni dell’Amazzonia ed invitarci a riflettere sul perché questa immagine persista, sebbene palesemente non reale.

Il libro mira a ribadire che “le politiche ecologiche avranno successo solo se potranno contare sulla collaborazione dei popoli indigeni nel ruolo principale di autorità ambientale, perché nessuno è presente sul territorio come loro né possiede le stesse conoscenze sulla natura, gli ecosistemi e le loro dinamiche”.  Inoltre, gli abitanti dell’Amazzonia sono i primi a veder stravolto il proprio stile di vita dalla distruzione della foresta.

In una delle mie tavole preferite presenti nel libro, due giovani indigeni con le loro piroghe si muovono in un bosco grigio fatto di grattacieli e non di alberi. Stiamo rendendo veri e propri “rifugiati ambientali” anche popolazioni che in realtà potrebbero tranquillamente vivere nella foresta Amazzonica, nella loro foresta. “L’Amazzonia è nostra”, tuona sempre più spesso il Presidente del Brasile Bolsonaro, la domanda è interessante, ma dovremmo forse chiederci “nostra di chi?”.