I gatti non hanno avuto fretta

Copertina Science gatti dicembre 2025

Nuove scoperte indicano che la data dell’ingresso dei gatti domestici in Europa e Asia deve essere spostata in avanti di parecchio…

Fino a poco tempo fa, i dati suggerivano che il gatto domestico (Felis catus) si fosse diffuso in Europa con gli agricoltori neolitici; circa 6400 anni fa. Sempre nel neolitico, seguendo gli spostamenti dell’uomo, il gatto domestico sarebbe arrivato fino alla Cina. Questa ipotesi era sostenuta dall’analisi di alcuni resti di felini risalenti fino a 6000 anni fa.

Negli ultimi mesi, però, abbiamo riscritto completamente la storia del viaggio migratorio che ha portato il gatto domestico a diffondersi dall’Africa nel resto del mondo. In particolare, due nuovi studi hanno ricostruito la storia genetica di questo animale. Grazie ai dati raccolti ora sappiamo che l’inizio di questo grande viaggio è avvenuto più recentemente di quanto pensassimo.

Il primo studio, pubblicato su Science a fine novembre, si è concentrato sull’analisi del DNA antico di settanta gatti recuperati da siti archeologici in Europa e in Anatolia, che è stato confrontato con quello di diciassette gatti selvatici moderni italiani, bulgari e del Nord Africa. A differenza di quanto fatto in passato però, questa volta gli scienziati hanno analizzato il DNA nucleare dei resti archeologici. In precedenza, infatti, altri ricercatori avevano analizzato solamente il DNA mitocondriale di alcuni reperti ed era anche grazie a questa analisi che avevano ipotizzato la presenza del gatto domestico in Europa già nel Neolitico.

Il secondo studio, pubblicato questo mese su Cell genomics, ha invece preso in esame resti ritrovati in Cina di gatti domestici, gatti selvatici e gatti leopardo risalenti tra il 150 d.C. e 5400 anni fa. Anche in questo caso alcuni resti erano già stati analizzati in passato, tramite caratterizzazioni morfologiche o tramite analisi degli isotopi stabili. Nello studio invece l’analisi del DNA nucleare e del DNA mitocondriale è stata accompagnata a un confronto con un database mondiale del DNA di gatti domestici e felini selvatici, antichi e moderni.

Per arricchire il nostro racconto con considerazioni e precisazioni da parte di chi i dati li ha raccolti in prima persona, abbiamo contattato il dott. Marco De Martino e il professore Claudio Ottoni dell’Università di Roma Tor Vergata; due autori dell’articolo pubblicato su Science sulla presenza dei gatti domestici in Europa. Il loro lavoro si inserisce all’interno di un progetto di ricerca chiamato FELIX. Un lavoro complesso che coinvolge professionisti provenienti da ambiti differenti. Abbiamo chiesto a loro innanzitutto qual è stato il ruolo di questo progetto nella comprensione della storia del gatto domestico.

“Il progetto FELIX è iniziato nel 2021 grazie al finanziamento dello European Research Council (ERC CoG n. 101002811)” – spiegano via mail i ricercatori. “L’obiettivo che ci siamo posti con questo progetto è stato quello di indagare l’evoluzione del rapporto tra uomo e gatto nel tempo. Questo viene fatto attraverso l’approccio multidisciplinare della bioarcheologia, in particolare mediante discipline come l’archeozoologia, la paleo/archeogenetica (l’analisi del DNA antico), e anche la chimica (l’analisi degli isotopi stabili). Grazie alla collaborazione con archeozoologi da vari istituti internazionali abbiamo avuto la possibilità di sottoporre ad analisi molecolari centinaia di reperti biologici di gatto, principalmente ossa e denti. L’analisi del DNA permette di studiare la loro origine, la loro dispersione insieme all’uomo e l’evoluzione di particolari tratti fenotipici (per es. il colore e la lunghezza del pelo). Attraverso gli isotopi stabili viene invece studiato in che modo la dieta dei gatti è cambiata nel tempo vivendo in prossimità dell’uomo (nella cosiddetta nicchia antropogenica) ed esaminare per esempio quando e in quali circostanze i gatti hanno cominciato a consumare pesce, o in che modo l’acquisizione dell’agricoltura da parte della comunità umane ha interferito con la loro dieta”.

L’inganno del DNA mitocondriale e la diffusione recente

La diffusione del gatto domestico ci sembrava una storia antica perché i dati fino ad ora a disposizione erano pochi e ingannevoli. In particolare, gli studi precedenti sul DNA mitocondriale avevano identificato sequenze del gatto selvatico africano (Felis lybica) nei resti archeologici. Il gatto selvatico africano è l’antenato comune di tutti i gatti domestici, e si è quindi ipotizzato che i resti appartenessero a gatti domestici europei. In realtà, lo studio del DNA nucleare, cioè il DNA che deriva da entrambi i genitori, ha permesso di stabilire che quei resti appartengono a gatti selvatici europei (Felis silvestris silvestris) che si sono ibridati con il gatto selvatico africano. Questo tipo di incrocio era sconosciuto agli scienziati in passato e solo grazie alle recenti scoperte è stata compresa la complessità della storia genomica dei gatti domestici. Il DNA mitocondriale si è rivelato essere un marcatore poco idoneo per questo tipo di analisi. Inoltre, come ci spiegano Ottoni e De Martino, grazie al genoma nucleare è stato possibile studiare meglio la domesticazione:

“Nel DNA dei gatti domestici esistono tracce della domesticazione, come dimostrato da Montague e collaboratori in uno studio del 2014. In questo lavoro sono state individuate delle differenze tra i gatti selvatici e domestici in una serie di geni associati al comportamento, in particolare a fattori legati alla docilità e alla capacità di tollerare la presenza umana (riduzione di stress e paura a fattori esterni, come la presenza umana). È per questo che un gatto domestico non è semplicemente un gatto selvatico “addomesticato” ma è il risultato di un processo di selezione che ne ha modificato il comportamento per essere più sociale, meno aggressivo e più compatibile con l’uomo”.

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Felis lybica. Foto: di LeonemanuelCC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Nel DNA siamo riusciti a trovare anche informazioni relative ai movimenti del gatto domestico. I ricercatori, infatti, sono riusciti a datare l’arrivo dei gatti domestici in Europa a 2000 anni fa: 4000 anni dopo rispetto a quanto si era ipotizzato in passato. A quest’ epoca, infatti, corrisponde la datazione dei resti dei primi felini con un pool genetico comparabile a quello dei gatti domestici moderni. Il gatto domestico sarebbe quindi arrivato in Europa non insieme agli agricoltori del neolitico, ma durante l’antichità classica.

Il curioso caso dei gatti Sardi

Tra i vari dati raccolti nello studio di Ottoni e De Martino, emerge una storia interessante che arriva dalla Sardegna. La racconta in particolare un gatto antico i cui resti sono stari rilevati nei pressi di Genoni (Campione GSA01).

In particolare, la datazione al radiocarbonio di alcuni reperti ritrovati in Sardegna “…ha infatti mostrato che gli antenati del gatto selvatico (Felis silvestris sarda n.d.a.) sardo furono introdotti sull’isola almeno due secoli prima dell’arrivo dei primi gatti domestici, fornendo nuove evidenze sull’origine e differenziazione genetica di questa popolazione.”

Anche nel DNA di GSA01 si riscontra una teoria simile: “le prime analisi del DNA di GSA01 hanno indicato che il campione era geneticamente diverso dai gatti domestici antichi e moderni. Questo risultato ha motivato la raccolta e l’analisi di DNA moderno di gatti selvatici sardi, che ha infine rivelato un’elevata corrispondenza genetica con GSA01.”

Quindi in Sardegna i gatti selvatici africani sono arrivati prima dei gatti domestici che si sono nel frattempo diffusi in Europa. Questa popolazione però è rimasta quasi esclusivamente sull’isola e si è mantenuta distinta e isolata rispetto ai suoi parenti europei. Ma come si è sviluppata questa storia?

“Al momento possiamo avanzare alcune ipotesi, a partire da due premesse fondamentali. La prima è che esistono popolazioni di gatto selvatico africano anche in Corsica, che probabilmente condividono la stessa origine di quelle sarde. La seconda è che il numero limitato di campioni datati tra 3000 e 2000 anni fa finora analizzati non permette di escludere che questo evento di dispersione abbia raggiunto anche altre regioni, in particolare dell’Europa mediterranea. Se ciò fosse avvenuto, resta da spiegare perché queste popolazioni siano sopravvissute solo in Sardegna (e in Corsica). Una possibile spiegazione risiede nell’assenza del gatto selvatico europeo in queste isole. Nel resto d’Europa, infatti, il gatto selvatico europeo era ed è tuttora presente. In uno scenario di competizione tra le due specie, è plausibile che il gatto selvatico europeo, numericamente più abbondante e adattato a quegli ambienti da centinaia di migliaia di anni, abbia avuto un vantaggio competitivo, limitando o impedendo l’affermazione del gatto selvatico africano.”

In sintesi, i ritrovamenti in Sardegna dimostrano che l’isola ha ospitato una popolazione di gatti selvatici africani sin dal II secolo a.C., la quale è riuscita a mantenere la propria identità genetica originale nonostante la successiva introduzione dei gatti domestici nel resto del continente.

La scoperta di un sosia e una domesticazione mancata

Nello studio sui felini asiatici invece, l’analisi del DNA antico, sia nucleare che mitocondriale, ha evidenziato una seconda convinzione errata. I reperti che fino ad oggi ci avevano fatto pensare che il gatto domestico convivesse con gli abitanti della Cina neolitica appartengono in realtà a un suo “sosia”. Il DNA ha infatti rivelato che questi resti sono di un’altra specie selvatica: il gatto leopardo (Prionailurus bengalensis). Combinando le evidenze genetiche con quelle storiche e archeologiche, lo studio ipotizza che i gatti leopardo hanno instaurato una simbiosi commensale con l’uomo per circa 3500 anni. L’ambiente antropizzato porta a una maggiore presenza di cereali e di conseguenza di roditori di cui i gatti leopardo sono dei cacciatori.

Questa simbiosi poteva essere l’inizio di un processo di domesticazione ma in realtà questo passaggio non è mai avvenuto. I gatti leopardo hanno infatti abbandonato l’uomo in conseguenza a diversi cambiamenti. La comparsa di allevamenti di pollo, predato da Prionailurus bengalensis, ha creato un conflitto con gli agricoltori. Inoltre, intorno al 200 d.C. è iniziato un periodo di: declino agricolo, instabilità sociale e cambiamenti climatici che ha ridotto la nicchia ecologica su cui i gatti leopardo facevano affidamento. Infine, quando è arrivato in Cina il gatto domestico ha occupato questa nicchia rendendo di fatto impossibile un ritorno del gatto leopardo.

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Artefatto ritrovato nella Tomba di Mawangdui Han risalente al 16b a.C. Si tratta di una delle primme raffigurazioni di un felino conosciute; secondo gli scienziati in realtà si tratterebbe di un gatto leopardo. Fonte: dalla pubblicazione

L’analisi del DNA evidenzia che uno dei primi gatti trovati nell’Eurasia dell’est ha una forte affinità genetica con il genoma di un gatto antico ritrovato a Dhzankent (Kazakistan tra il 775 e il 940 d.C.). Questa similarità suggerisce che il gatto domestico in Cina sia entrato attraverso la Via della Seta circa 1400 anni fa.

Un viaggio tortuoso dall’Africa al nostro salotto…

Oggi sappiamo che il gatto domestico discende dal gatto selvatico africano (Felis lybica lybica), presente in Nord Africa e nel Medio e Vicino Oriente. Come spiegano Ottoni e De Martino:

I gatti domestici sono stati portati in Europa dall’uomo non prima di 2000 anni fa, in epoca Imperiale Romana, probabilmente dal Nord Africa. Questa data rappresenta in un certo modo l’inizio della ‘diaspora’ dei gatti dal loro probabile centro di domesticazione in Nord Africa, e in pochi secoli hanno raggiunto l’Asia Orientale, sfruttando le rotte commerciali via terra e via mare“.

Nonostante le evidenze sulla dispersione, restano ancora delle incertezze sull’inizio della domesticazione. Osservano i ricercatori:

Le analisi genetiche condotte nel nostro lavoro suggeriscono che il Nord Africa sia il luogo di origine del gatto domestico, ma non è possibile stabilire esattamente dove e quando il processo è iniziato. Questo è dovuto al fatto che al momento la variabilità genetica dei gatti africani è ancora ampiamente sconosciuta“.

Per saperne di più, dobbiamo affidarci ai dati archeologici e iconografici. In Egitto, ad esempio:

Una sepoltura intenzionale di due gatti e quattro gattini nel sito di Hierakonpolis, datata a 5700 anni fa, suggerisce che questo rapporto potrebbe essere nato già 6000 anni fa. Tra 3000 e 4000 anni fa, il legame tra uomo e gatto si intensifica, come testimoniato dall’iconografia e dal culto della dea Bastet“.

Ancora una volta, la genetica potrebbe venirci in aiuto:

La descrizione della variabilità genetica africana nel tempo e nello spazio sarà fondamentale per colmare i buchi ancora presenti nella storia della domesticazione del gatto“.

Possiamo dire che oggi conosciamo più dettagli sul lungo e lento viaggio che ha portato il gatto domestico a scorrazzare nei salotti di tutto il mondo. Questa storia si è rivelata a noi grazie a nuovi studi sul DNA nucleare e sul DNA mitocondriale di resti di felini antichi. Le informazioni ottenute dal DNA sono state poi integrate con analisi archeologiche, fisiche e anche di storia dell’arte. In entrambi gli studi è stato infatti utilizzato un approccio multidisciplinare per ricostruire le nuove date dell’ingresso di Felis catus in Europa e Cina. Bisogna però ricordare che alcuni dei limiti delle analisi passate restano validi anche in queste ricerche. I campioni analizzati sono pochi e alcune di queste ricostruzioni sono per lo più ipotetiche. Questa consapevolezza d’altra parte ci lascia con la sensazione che in futuro avremo ancora il piacere di scrivere nuove pagine sulla storia del rapporto tra il gatto e l’uomo.

Riferimenti:

Martino, M. De. “The Dispersal of Domestic Cats from North Africa to Europe around 2000 Years Ago.” Science, November 27, 2025. https://www.science.org/doi/10.1126/science.adt2642

Han, Yu, Songmei Hu, Ke Liu, et al. “The Late Arrival of Domestic Cats in China via the Silk Road after 3,500 Years of Human-Leopard Cat Commensalism.” Cell Genomics 6, no. 1 (2026). https://doi.org/10.1016/j.xgen.2025.101099.

Immagine in apertura: copertina di Science