Come l’ambiente influenza i nostri simboli: Grotta Romanelli e l’arte figurativa italiana nella Preistoria
Fin da piccoli, almeno una volta nella vita, abbiamo subito il fascino dei simboli. Allo stesso modo ogni epoca ne genera di nuovi o ne prende in prestito di antichi che, in alcuni casi, non siamo più in grado di decifrare e, di conseguenza, di comprendere appieno. Il sito di Grotta Romanelli non solo svela l’importante ruolo dell’ambiente nella creazione dei simboli, ma mette in discussione precedenti interpretazioni che la elevavano a modello di “provincia artistica mediterranea”.
Il sito preistorico di Grotta Romanelli è noto fin dalla seconda metà dell’Ottocento. Studiato a più riprese da differenti gruppi di ricerca è stato, purtroppo, anche vittima di scavi clandestini. Nonostante la sua importanza nazionale e internazionale non era mai stato realizzato uno studio completo ed esaustivo sulla sua arte mobiliare.
Finalmente, una recente revisione delle pietre incise condotta dal ricercatore Dario Sigari dell’Università Statale degli Studi di Milano, una tra le figure più esperte in Italia in materia di arte preistorica, restituisce nuove informazioni sul sito di Grotta Romanelli, ponendolo al centro di un fenomeno culturale e artistico più vasto che investe tutta l’Italia nel Tardo Glaciale.
Il tramonto del Paleolitico: l’Europa dopo il Massimo Glaciale, tra cambiamenti climatici e adattamenti umani
Nell’ultima fase del Pleistocene superiore (129.000 – 11.700 anni fa) l’Europa è attraversata da una serie di importanti cambiamenti climatici. La rapida successione di episodi di miglioramento (fasi più calde) e peggioramento climatico (fasi più fredde) in un lasso di tempo relativamente ristretto obbliga le popolazioni umane a modificare i loro comportamenti venatori e tecnologici, con importanti ripercussioni sulle loro società e culture. Non solo vengono scelti e selezionati strumenti differenti per la caccia, ma cambia anche la produzione artistica e la realizzazione di ornamenti personali.
In passato gli archeologi individuarono e distinsero le varie culture europee del Paleolitico superiore sulla base dei confronti formali dei manufatti in pietra realizzati. Tra queste l’Epigravettiano è certamente una delle più note. Sviluppatasi nell’Europa sud-orientale, raggiunse anche la Francia sud-orientale, la Russia e l’Anatolia sud-occidentale. Negli ultimi sessant’anni, però, la definizione stessa di Epigravettiano è stata messa in discussione dopo l’acquisizione di nuove informazioni che ne hanno restituito un’immagine tutt’altro che coerente. Piuttosto, è emersa un’elevata variabilità al suo interno a livello di industria in pietra, di arte mobiliare, di riti funerari e di industria su osso.
Il sito di Grotta Romanelli non solo conserva proprio le testimonianze di questa cultura epigravettiana nella sua fase finale, ma ancor’oggi è considerato da alcuni studiosi un importante centro di produzione grafica della cosiddetta “provincia artistica mediterranea”. Il termine, introdotto dall’archeologo italiano Paolo Graziosi nel 1932, si riferisce a un’area culturale, dove la produzione artistica è caratterizzata da motivi non figurativi, da una tendenza schematico-geometrica e che si oppone allo stile della “Regione franco-cantabrica”.
Così come la definizione di Epigravettiano, anche quella di provincia artistica mediterranea ha ricevuto critiche nel panorama internazionale, ma non in Italia dove questo concetto continua in parte a essere sostenuto in mancanza di aggiornamenti sul materiale artistico. Appare quindi chiaro come la revisione dell’arte mobiliare di Grotta Romanelli sia non solo dovuta, ma quanto mai necessaria per ricondurre i siti archeologici italiani al centro del dibattito scientifico internazionale sull’arte preistorica. Ecco che il lavoro svolto da Sigari non solo offre nuovi dati, ma al tempo stesso solleva importanti interrogativi sulle convergenze e divergenze grafiche tra queste due presunte aree culturali, mettendo in discussione l’idea stessa di una provincia artistica mediterranea.
Il sito di Grotta Romanelli (Castro, Italia meridionale)
Il sito di Grotta Romanelli, a 7,3 metri sul livello del mare , si colloca all’interno di una scogliera all’estremità sud-orientale del Salento e la cui formazione rocciosa risale al Cretacico Superiore (compreso tra 99.600.000 e 66.000.000 di anni fa circa), un’epoca geologica in cui erano ancora presenti i dinosauri.

Le prime segnalazioni del sito risalgono alla seconda metà del XIX secolo e nei primi anni del Novecento ebbero inizio le prime indagini archeologiche. Si susseguirono nel tempo una serie di scavi archeologici diretti da differenti gruppi di ricerca, finché – dopo una breve interruzione nel 2015 – vennero ripresi gli studi grazie a un ambizioso progetto coordinato dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Brindisi e Lecce.
La stratigrafia, ovvero i vari strati di terra che si sono accumulati nel corso del tempo all’interno della grotta, è composta da 5 unità stratigrafiche interne principali, dette ISU. L’ISU 5 – depositatasi tra 14.000 e 8.600 anni fa dal presente – testimonia direttamente la presenza di Homo sapiens moderni nel territorio; infatti, al suo interno vennero individuate 3 sepolture e altre ossa umane isolate, tra cui una falange distale di una mano di una bambina o bambino. La stratigrafia è composta da sabbie, limi e argille con una quantità variabile di ghiaie, che sono state depositate all’interno della grotta da correnti marine a bassa energia e durante episodi di acqua stagnante con la formazione di piccoli stagni temporanei.
Dal livello 5, oltre alle ossa umane, vennero recuperati strumenti in pietra e in osso, resti di pasto e oggetti attribuibili al comportamento simbolico, come denti di cervo forati, frammenti di roccia decorati, frammenti di ocra e ossa incise. Tutti questi reperti vennero ricondotti alla cultura epigravettiana; tuttavia, alla luce delle nuove scoperte e delle conseguenti discussioni in atto sulle popolazioni umane e le loro culture del Paleolitico superiore, anche questo materiale dovrà essere revisionato con tecnologie e metodologie moderne.
L’ambiente intorno alla grotta
In quel periodo, l’ambiente intorno alla grotta era nettamente differente rispetto all’attuale. Infatti, la linea di costa era molto più lontana, con una pianura lagunare che si estendeva fino all’apertura della cavità. La vegetazione, tipica di un ambiente aperto, era caratterizzata dalla presenza di specie arboree mediterranee mesofili e ripariali, ovvero da un lato piante che prediligono climi temperati, moderatamente umidi e terreni freschi e dall’altro piante che si sviluppano naturalmente lungo le sponde di corsi o specchi d’acqua.
Gli animali individuati a Grotta Romanelli, invece, testimoniano maggiormente l’oscillazione climatica verificatasi alla fine del Pleistocene. Infatti, sono presenti sia specie temperate delle steppe e praterie sia specie legate a climi molto più freddi. Sono presenti uccelli come l’otarda, il piccione selvatico, il germano reale, falchi e gru, mentre tra i mammiferi abbiamo il cervo, la volpe rossa e l’uro; meno frequenti il cinghiale e il capriolo. Tra i carnivori sono stati individuati il gatto selvatico, il tasso, il lupo, la martora e la lince. Molto rari la marmotta alpina, la foca monaca e il delfino. Nei periodi più freddi, la fauna era composta prevalentemente dall’asino selvatico e da specie di uccelli tipici del nord Atlantico e subartico, come la poiana calzata e l’alca impenne.
Uno studio interdisciplinare
Il sito di Grotta Romanelli è noto per l’arte preistorica sia parietale sia mobiliare. L’arte parietale, o meglio rupestre si caratterizza per essere realizzata su supporti fissi, immobili, ad esempio pareti di grotte e ripari, grandi blocchi di roccia, o affioramenti rocciosi, mentre quella mobiliare viene realizzata su oggetti trasportabili, come per appunto le pietre.

Lo studio di Sigari e colleghi si è occupata dell’arte mobiliare nell’ambito di un progetto incentrato sul suo studio cronologico, tematico, stilistico e tecnologico. Un importante lavoro a riguardo era già stato pubblicato dalla Soprintendente al Museo Preistorico-Etnografico Luigi Pigorini di Roma Maria Ornella Acanfora nel 1967, ma – come lei stessa aveva affermato – risultava incompleto. Finalmente, dopo 60 anni, è stata pubblicata questa revisione che risponde a precise esigenze, quali la comprensione delle dinamiche iconografiche nel tempo, le influenze socioculturali, le differenze tra Europa occidentale e meridionale e le regioni affacciate sul Mar Mediterraneo e, infine, sul rapporto tra produzione grafica e ambiente. La revisione ha riguardato sia oggetti con unità grafiche chiare sia oggetti che mostravano linee più disorganizzate; entrambe queste categorie sono state analizzate su più fronti, approfondendo la natura geologica dei supporti incisi, le tecniche decorative e gli strumenti utilizzati.
Se da un lato sì è fatto ricorso a una documentazione grafica integrata attraverso la fotografia ad alta risoluzione, il rilievo digitale con software avanzati e il fotoritocco per il miglioramento del colore, dall’altro si è lavorato sulle tecniche e gli stili di per comprendere il rapporto tra produzione grafica e ambiente e per contestualizzare la produzione artistica di Grotta Romanelli all’interno del panorama europeo del Paleolitico superiore.
I supporti incisi sono stati analizzati a livello macroscopico per individuare eventuali alterazioni delle superfici e l’eventuale presenza di rivestimenti. Inoltre, sono stati indagati tutti quei processi che nel tempo possono aver portato al danneggiamento o alterazione delle superfici e di conseguenza alla perdita o alla cattiva conservazione delle testimonianze artistiche.
Le tecniche decorative sono state analizzate con la microscopia, per risalire alle relazioni di sovrapposizione tra le unità grafiche, con la spettroscopia e la modellazione 3D. Lo studio delle unità grafiche, ovvero i soggetti rappresentati o loro parti, ha permesso sia di individuare le specie animali raffigurate sia di comprendere la loro posizione, integrità, tipo di riempimento, orientamento della figura, dimensione, forma, prospettiva e movimento. Infine, le tecniche utilizzate sono state rapportate allo strato di rinvenimento, all’interno della ISU5, per l’interpretazione cronologica.
Oltre l‘identificazione della figura
Delle 108 pietre decorate analizzate, caratterizzate da chiari e inequivocabili motivi grafici, solo 8 conservano un motivo figurativo (in realtà, ci sarebbe anche un nono reperto, al quale però non è stato ancora possibile accedere). Spesso le condizioni di conservazione non sono ottimali a causa dell’alterazione del calcare nel corso del tempo. Alcune di queste provengono da livelli rimaneggiati, ovvero che hanno subito episodi di disturbo naturali (come i processi bio-geologici, gli agenti atmosferici e l’attività animale) o scavi clandestini. Quest’ultima condizione ci porta a riflettere su una questione importante.
L’archeologia come disciplina continua ad affascinare tutti noi. Alcuni trasformano questa passione in un vero e proprio lavoro, mentre altri continuano da “autodidatti”, forse poco consapevoli dei danni irreparabili che possono causare. Infatti, il nostro territorio è noto per le attività dei cosiddetti tombaroli o privati cittadini muniti di metal detector alla ricerca di oggetti preziosi. Chi per passione, chi per profitto personale, attuano comportamenti che ledono tutti, voi lettori compresi. Infatti, il patrimonio archeologico, così come quello paesaggistico, appartiene all’umanità tutta e in quanto tale deve essere tutelato, salvaguardato, valorizzato e reso fruibile da chiunque, nessuno escluso. Ecco perché tali manufatti devono restare in parchi, musei e siti archeologici.
Queste figure ricercano il singolo oggetto in sé, tralasciando tutto il resto. Un vero studioso o studiosa di archeologia, al contrario, sa che il contesto di rinvenimento è tutto e che senza di esso il singolo reperto perde di valore e significato. Da solo può dire poco e senza tutte le informazioni di contorno che soltanto uno scavo stratigrafico condotto da professionisti può restituire questi oggetti diventano al pari di soprammobili: belli da vedere, ma fondamentalmente inutili.
Tornando a noi, questi oggetti incisi del tardo epigravettiano sono realizzati su frammenti (clasti) calcarei di forme e dimensioni differenti. In alcuni casi, sono stati scelti clasti precedentemente levigati naturalmente dall’azione delle acque. Le categorie grafiche spaziano da figure zoomorfe, umane, linee e meandri. In alcuni casi sono addirittura presenti elementi che farebbero pensare alla realizzazione di disegni preparatori.
Tra gli animali raffigurati abbiamo l’uro, il leone delle caverne, l’asino selvatico e il cinghiale. Sono altresì presenti cervi, equidi, un canide e un gruppo di pesci. Inoltre, è presente una figura umana maschile naturalistica con l’organo sessuale eretto. Queste figure a volte sono incomplete, come il leone delle caverne che appare senza testa, e la loro raffigurazione è tutt’altro che semplicistica; ad esempio, il presunto canide è caratterizzato da un corpo riempito da linee parallele orientate in modo differente a marcare parti dell’anatomia dell’animale e da un’idea di movimento resa attraverso l’arto posteriore curvo e quello anteriore dritto. L’incompletezza delle figure è in alcuni casi dettata dai limiti o dalle alterazioni della materia prima (es. fratture del clasto), dall’altra da precise scelte stilistiche.

Dalla revisione l’aggiornamento dei dati
Dalle analisi emerge sia una chiara selezione sia un riutilizzo delle pietre incise. Questi clasti – selezionati per essere decorati – provengono tutti dalla stessa formazione calcarea in cui si apre la grotta, restituendoci quindi l’immagine di una materia prima locale raccolta nelle immediate vicinanze senza grandi spostamenti da parte dei gruppi umani. In alcuni casi le figure sono state ravvivate/rinnovate, come dimostrato dalla presenza di linee sovrapposte. La posizione stratigrafica nota di 6 reperti ha permesso di risalire alla loro cronologia, ovvero il tardo epigravettiano, con un intervallo compreso tra 13.400 e 10.400 anni fa dal presente.
I temi raffigurati e gli stili di realizzazione sono piuttosto variegati. Da un lato, il tema più ricorrente è quello del pesce, un soggetto assai particolare e ben documentato nell’arte mobiliare europea, ma il cui riconoscimento non è sempre facile dato che la sua realizzazione passa attraverso pochissime linee. La loro presenza nel sito di Grotta Romanelli non deve comunque stupire; infatti, la vicinanza di questo sito con la costa, e quindi il mare, dimostra come l’ambiente influenzasse l’immaginario collettivo, e di conseguenza la produzione artistica, così come avveniva anche in Gobustan (di cui vi abbiamo già parlato qui su Pikaia). Quindi, le figure rappresentate riflettono sia un patrimonio artistico condiviso (es. equidi, cervi, bovidi), sia un gusto più locale di queste popolazioni e dell’influenza che l’ambiente circostante aveva su di loro (es. il canide, il cinghiale e il pesce).
Riguardo lo stile e la tecnica si nota un’approssimazione al naturalismo di tipo schematico caratterizzato da pochi dettagli anatomici e dalla resa del movimento attraverso una prospettiva bi-angolare obliqua, un tipo di approssimazione che ritroviamo anche in altri siti europei cronologicamente coevi. Il riempimento cambia a seconda del soggetto rappresentato. Infatti, sono presenti sia linee parallele sia motivi reticolati, entrambi riempimenti geometrici che ci allontanano dal naturalismo esplicito tipico del Magdaleniano e al massimo del primo epigravettiano. Le figure sono tutte incise e solo in due casi è presente del pigmento rosso. Quasi tutti i temi figurativi sono indipendenti tra loro, non mostrando una giustapposizione o associazione diretta, con due sole eccezioni, tra cui il gruppo dei pesci. Infine, nella maggior parte dei casi, la forma del supporto da incidere ha influenzato la posizione dell’elemento raffigurato tramite lo sfruttamento delle fratture già presenti nel calcare.

Un’arte del 5° stile
Alla luce dei nuovi dati acquisiti le caratteristiche tematiche, formali e stilistiche dei temi figurativi dell’arte mobiliare di Grotta Romanelli la inseriscono appieno nel più ampio contesto dell’arte del Paleolitico superiore finale, testimoniando una tendenza progressiva verso la semplificazione e schematizzazione delle figure ma che mantiene allo stesso tempo un certo grado di naturalismo che perdura dalle fasi precedenti.
Questa commistione di elementi apparentemente dicotomici racconta di un fenomeno ben documentato in tutta Europa. Tale similitudine tra il sito di Grotta Romanelli e il contesto europeo svela un altro dato affascinante e significativo: il forte legame culturale e i probabili intensi contatti umani su scala continentale, una visione decisamente contraria e opposta ai confini teorizzati da Graziosi.
Quindi, la similitudine di tecniche e stili con altri siti europei cronologicamente vicini permettono di far rientrare appieno l’arte di grotta Romanelli nel cosiddetto 5° stile, testimoniando la presenza nel Paleolitico superiore finale di un fenomeno grafico diffuso. Al contempo la presenza di temi minori, come il leone delle caverne o il cinghiale, unita a peculiari caratteristiche stilistiche restituiscono l’immagine di un’influenza locale legata all’ambiente circostante e di una cultura locale propria.
La parola all’esperto
Noi di Pikaia abbiamo incontrato l’autore dell’articolo “The figurative motifs in the portable art of Grotta Romanelli (southern Italy) within the late Pleistocene art tradition of southwestern Europe” per porre alcune domande. Questa revisione, infatti, risponde a molti quesiti rimasti in sospeso da decenni ma al tempo stesso solleva importanti interrogativi.
Nel Paleolitico superiore i simboli, le idee e quindi le persone si muovevano all’interno di reti a lunga distanza: l’archeologia come lo dimostra?
La definizione di possibili direttrici di movimento delle popolazioni del Paleolitico superiore europeo le possiamo supporre in funzione della presenza in un dato sito di materiali alloctoni, ossia provenienti da altri siti, o addirittura un’altra regione. L’esempio che viene alla mente in maniera più immediata sono le conchiglie forate. Queste magari sono di specie che abitano l’oceano Atlantico, ma le ritroviamo in Italia. Oppure, le immaginiamo in funzione di certe caratteristiche grafiche, soprattutto tematiche e stilistiche, che si ripetono o sono comparabili tra reperti rinvenuti a diverse distanze. Ad esempio, il cosiddetto “toro raggiante” di Rocher de l’Imperatrice nel nord della Francia ricorda l’uro incompleto, in scala più piccola, del Riparo del Romito in Calabria. O se guardiamo a una serie di raffigurazioni di animali realizzate alla fine del Pleistocene in vari siti europei, Grotta Romanelli inclusa, sembra riscontrarsi una tendenza stilistica per cui queste figure sono tutte riempite con molte linee parallele tra loro. Si può spiegare questo come tendenza culturale? Come prodotto di uno stesso gruppo culturale? O come riflesso di spostamenti di gruppi culturali? La risposta non è semplice e neanche immediata e certa. Bisogna poi tenere da conto che le affinità devono avere una solida attribuzione cronologica per valutarne la contemporaneità, la diacronicità o la totale nullità. L’archeologia quindi se dimostra queste reti a lunga distanza, lo fa tenendo insieme tutti i vari elementi: partendo dalla cronologia, passando per gli aspetti tematici e stilistici, arrivando a quelli legati alla materia prima.
Quanta importanza hanno avuto i contesti ambientali locali e le scelte culturali nella creazione dei simboli?
Credo che la risposta a questa domanda sia facilmente comprensibile se la attualizziamo pensando a delle ricette di cucina con le loro varianti locali o anche alle religioni che, per quanto possano avere ampia diffusione, poi rivelano a livello locale peculiarità legate a caratteristiche del territorio, o alla storia locale e quindi al contesto culturale in cui si producono. La tradizione grafica del Paleolitico superiore sembra comportarsi in maniera analoga. Assistiamo infatti alla compresenza di temi “globali” e altri locali. Tra quelli ampiamente diffusi si ricordano l’uro o il cervo. Ma a scala locale temi apparentemente “globali” quali lo stambecco o il cavallo rivelano variazioni che identificano specie presenti in luoghi e momenti specifici in funzione della geografia fisica del territorio e del clima. Nel caso dello stambecco la morfologia delle corna può distinguere Capra pyrenaica, presente nella zona dei Pirenei e nella penisola iberica, da Capra ibex, in Italia, o Capra aegagrus nel Caucaso. Si ricordano poi i cosiddetti “temi rari” ad esempio l’alca impenne, il lupo, il cinghiale, il leone delle caverne, i pesci, gli alci. Questi temi rari ancor più ci rivelano l’impatto del paesaggio nell’elaborazione simbolica, ritraendo soggetti che popolavano ambienti che non esistono più, e rivelando storie locali che si arricchivano della presenza di questi animali.
Quanto è stata centrale Grotta Romanelli nella creazione dei simboli del Paleolitico superiore finale?
Credo sia più opportuno parlare di centralità di Grotta Romanelli negli studi di arte paleolitica per l’abbondanza di evidenze che ha restituito. Se questa abbondanza è dovuta a un’importanza che il sito ha assolto nel contesto salentino, adriatico e più largamente mediterraneo durante il Paleolitico superiore finale non abbiamo sufficienti dati per sostenerlo.
Diversamente Romanelli ha certamente avuto un ruolo determinante nella storia degli studi sull’arte paleolitica italiana e mediterranea. Fino agli anni Sessanta o poco oltre. Un ruolo poi dato per scontato troppo a lungo e che ha portato a una lunga assenza di ricerche sistematiche e a un conseguente oblio ed esclusione dalle ricerche internazionali.
Da esperto che ha lavorato per molti anni all’estero prima di rientrare in Italia, ci sono differenze sostanziali nell’approccio italiano allo studio dell’arte rupestre con le altre realtà internazionali?
Sì. Mi piace ricordare una frase di Antonio Radmilli nell’introduzione agli Atti della Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria del 1992: “Affrontare il problema dell’arte paleolitica in Italia dopo quanto è stato detto dal nostro Paolo Graziosi 0973, 1987), dopo quanto hanno scritto Alda Vigliardi (1972, 1974), Piero Leonardi (1989) e tanti altri studiosi non è certamente facile perché si rischia di dire quanto è già stato detto”.
Rischiando di attirare le ire di colleghe e colleghi, però ho sempre avuto l’impressione che qui in Italia si sia continuato a ripetere quanto detto da Graziosi. In maniera quasi dogmatica, e mai lo si è posto in crisi come la ricerca scientifica richiederebbe. L’approccio è sempre stato molto tipologico, più che stilistico. E quello che si è pubblicato poi lo si è continuato a basare su quello che era già stato pubblicato, ignorando la necessità del lavoro sul campo e quindi di riosservare le evidenze parietali o mobiliari che fossero.
Tornare sul campo, invece, usare nuove strumentazioni di osservazione, di analisi, e anche considerare in maniera esaustiva la bibliografia prodotta negli ultimi decenni apre orizzonti inediti sulla produzione grafica paleolitica. Basti ricordare che nel 1994 Valentin Villaverde studiò l’intera collezione della Grotta del Parpallò in Spagna, sito usato da Graziosi, insieme a Grotta Romanelli, per tratteggiare già negli anni Trenta la definizione di “provincia artistica mediterranea”. La conseguenza fu una radicale revisione delle idee di Graziosi, almeno in Spagna e nel resto d’Europa, ma un’esclusione definitiva del contesto italiano, in stallo con gli studi nuovi, dal dibattito scientifico internazionale.
La differenza quindi credo risieda proprio nella curiosità dell’analisi sul campo, nel voler mettere in pratica nuove analisi, e nello sperimentare nuovi metodi, sempre con uno sguardo agli aggiornamenti in campo internazionale per un miglior inquadramento dell’oggetto di studio.
Quanto è stato complicato revisionare materiali studiati a più riprese da diversi studiosi, in diverse epoche storiche e, soprattutto, con diversi metodi?
La grande difficoltà è stata più che altro ritrovare la collezione che risulta dispersa tra diversi istituti. Certo è stato divertente e curioso considerare, lì dove c’era bibliografia a disposizione, le precedenti interpretazioni. Il lavoro portato avanti ha però considerato pochissime informazioni note in partenza e sono quelle legate al contesto di rinvenimento. Per il resto si è ripartito da zero. Per la caratterizzazione delle rocce, l’analisi delle tecniche e anche per l’interpretazione delle unità grafiche. Questo per non essere condizionato in partenza. Pertanto, non ho avvertito altre difficoltà.
Queste riflessioni sono attualissime e ci portano a riflettere su una questione molto importante per la nostra epoca: la cultura. È comprensibile il fatto di volerla salvaguardare, tutelare e trasmettere alle generazioni successive, ma al tempo stesso volerla congelare e lasciarla immutata appare una cosa molto innaturale. Infatti, non solo essa è da un lato figlia dell’ambiente in cui nasce e si sviluppa, ma dall’altro non è immune allo scorrere del tempo che attraverso i contatti più o meno prolungati con le altre realtà la modifica inevitabilmente. Come una linea di costa che il mare dolcemente modella sotto i nostri occhi, a volte inconsapevoli, e contro cui non possiamo opporci.
Riferimenti:
Sigari, D. (2026). The figurative motifs in the portable art of Grotta Romanelli (southern Italy) within the late Pleistocene art tradition of southwestern Europe. Journal of Archaeological Science: Reports, 71 (105630).
Foto in apertura: Esempio di arte mobiliare a Grotta Romanelli. Raffigurazione di un quadrupede, probabile canide. (Fonte: Sigari, D. (2026). The figurative motifs in the portable art of Grotta Romanelli (southern Italy) within the late Pleistocene art tradition of southwestern Europe. Journal of Archaeological Science: Reports, 71 (105630)).

Archeologa preistorica, specializzata in Quaternario, Preistoria e Archeologia, con Laurea Magistrale presso l’Università di Ferrara e una solida esperienza in scavi e ricerche su siti preistorici in diverse regioni italiane. Ha partecipato a progetti di valorizzazione del patrimonio culturale, attività di sorveglianza archeologica e iniziative di divulgazione scientifica e culturale in Abruzzo.

