Il distanziamento sociale negli umani e in altri animali

Su Science un gruppo di biologi fa il punto sulle strategie comportamentali con cui gli animali combattono le malattie infettive.

Se leggete Pikaia è probabile che abbiate già sentito parlare di corsa agli armamenti evolutiva, un tipo di coevoluzione. L’esempio classico è quello del predatore che, con il suo cacciare, seleziona le prede più veloci, che a loro volta selezionano il predatore abbastanza veloce da catturarle. Non c’è da meravigliarsi, però, se non avete mai collegato l’immagine di un ghepardo che insegue una gazzella nella savana, al nostro desiderio di allontanarci quando un estraneo ci starnutisce vicino. Eppure, anche in questo caso si parla di coevoluzione tra specie diverse. Questo adattamento, l’istinto di scansarci, sarebbe stato selezionato ben prima che la pandemia portasse nelle nostre case le parole “distanziamento sociale”; il concetto però è lo stesso, e non è esclusivo della nostra specie. Il biologo Sebastian Stockmaier e colleghi se ne sono occupati con una review comparsa su Science che ha abbracciato più di novanta studi sull’argomento.

La review ha esaminato come le infezioni di patogeni contagiosi cambino le interazioni sociali di svariate specie animali, dai pesci tropicali all’essere umano. Se sembra strano che dei patogeni influenzino, direttamente o indirettamente, il nostro modo di comportarci, basta pensare alla febbre: la nostra pelle scotta, eppure sentiamo il bisogno di infilarci sotto le coperte. Quello che succede è che una serie di sostanze, tra cui messaggeri chimici detti citochine, hanno un effetto “pirogeno” sul centro termoregolatore del nostro ipotalamo; in parole povere, gli fanno alzare il termostato. Ciò determina non solo risposte inconsapevoli come la vasocostrizione, ma che noi stessi agiamo per alzare la nostra temperatura e quindi intralciare la replicazione dei patogeni, coprendoci appunto. Le risposte degli animali alle infezioni sono anche più complesse.

Gli autori hanno considerato per primo il modo di agire degli animali infetti, spesso un “comportamento di malattia” (sickness behaviour). Diffuso in animali anche molto distanti dal punto di vista evolutivo, è mediato in primo luogo dalle citochine. In api, pipistrelli vampiro e umani, porta a un “disinteresse sociale”, cioè si riduce la tendenza a intraprendere attività sociali; complice è anche la letargia che, come tutti sappiamo, accompagna spesso il comportamento di malattia facendo risparmiare energie per la risposta immunitaria. Nelle strutture sociali più complesse (oltre a quella umana, quelle degli insetti eusociali come api e formiche) gli individui infetti possono arrivare a isolarsi attivamente dal resto della comunità. Questa risposta, negli insetti, sembra stimolata più in generale da sensazioni di morte imminente; anche altre specie animali potrebbero condividerla, ma gli studiosi devono ancora stabilirlo con chiarezza.

Come si comportano, invece, i compagni dell’ammalato? Individui sani sono spesso in grado di riconoscere l’altrui condizione di malattia o suscettibilità mediante sottili indizi olfattivi, visivi, uditivi, o anche grazie al suo comportamento alterato. La reazione, per molti animali, è quindi di evitare chi sembra stare male: lo vediamo nelle aragoste, nel pesce tropicale Poecilia reticulata (il guppy dei nostri acquari), nei mandrilli, nelle termiti e nell’uomo. Le formiche nere da giardino portano questo concetto ancora più in là, applicando il distanziamento a tutta la colonia: se alcuni membri si infettano, tutte le operaie riducono i contatti tra loro, in sostanza la stessa strategia che usiamo durante la pandemia. Non mancano poi le azioni più radicali, come nel caso delle api che trascinano gli infetti fuori dall’alveare, o delle formiche Lasius neglectus che distruggono le covate infettate da funghi.

Non sempre, tuttavia, le reazioni degli individui sani sono così scostanti. Il distanziamento, in diverse specie, non viene applicato se si ammalano dei consanguinei. In più, ci sono i casi in cui individui sani trattano attivamente la patologia di individui malati, fenomeno studiato solo negli umani e negli insetti eusociali (in quest’ultimo caso, consiste per lo più nella rimozione fisica di funghi parassitari dalle compagne).

Questi studi sollevano affascinanti domande dal punto di vista evolutivo. Quale può essere il vantaggio per un individuo che si priva volontariamente del proprio gruppo, o di uno che si mette in contatto con patogeni infettivi per aiutare un compagno? Secondo gli autori bisogna ragionare in termini di bilancio tra il costo di un comportamento e i benefici che l’individuo, o i suoi consanguinei, ne traggono. È interessante notare che anche le norme di distanziamento cui siamo sottoposti a causa del COVID-19 dipendono da simili bilanci costo-beneficio: si tenta di scegliere l’alternativa che, pur sacrificando qualcosa, porta il maggiore vantaggio.

Gli studi futuri dovranno occuparsi meno di stimolare in laboratorio le risposte immuni degli animali (come spesso si è fatto in passato) e concentrarsi di più su coppie ospite-parassita evolutesi insieme in natura, concludono gli autori. In questo modo, si potranno chiarire meglio gli effetti epidemiologici, i meccanismi complessi e i vantaggi del distanziamento sociale nella lotta ai patogeni; una misura su cui, come per una specie di evoluzione convergente, ragione umana e selezione naturale si sono trovate d’accordo.

Riferimenti:
Stockmaier, Sebastian, et al. “Infectious diseases and social distancing in nature.” Science, vol. 371, no. 6533, 5 Mar. 2021, p. eabc8881, doi:10.1126/science.abc8881.

Immagine: PollyDot via Pixabay