Il futuro della biodiversità è digitale. Presentato il nuovo rapporto dei Kew Gardens
Presentato al simposio State of the World’s Plants and Fungi a Kew, il rapporto accompagna il dibattito su come IA e digitalizzazione stiano cambiando lo studio della biodiversità
Per secoli erbari e collezioni micologiche sono stati considerati archivi della biodiversità. Luoghi in cui conservare campioni raccolti durante spedizioni botaniche, testimonianze del passato preziose soprattutto per tassonomi e specialisti. Oggi quelle stesse collezioni stanno assumendo un ruolo completamente diverso. Grazie alla digitalizzazione, all’intelligenza artificiale e all’integrazione con dati genomici e ambientali, stanno diventando una delle infrastrutture scientifiche più importanti per affrontare le grandi sfide del nostro tempo, dalla perdita di biodiversità al cambiamento climatico.
È questo il messaggio centrale della sesta edizione del rapporto State of the World’s Plants and Fungi, pubblicato dai Royal Botanic Gardens a Kew e al centro dei temi del simposio internazionale State of the World’s Plants & Fungi Symposium che si è svolto la scorsa settimana a Londra, riunendo oltre 240 ricercatori provenienti da 32 Paesi e più di mille partecipanti collegati online. Il rapporto è sostenuto da 52 articoli scientifici sottoposti a peer review e rappresenta una delle più ampie sintesi internazionali sullo stato delle conoscenze relative a piante e funghi.
La rivoluzione digitale della biodiversità
Il tema dell’edizione 2026 è la “Digital Biodiversity Revolution”, un’espressione scelta volutamente per sottolineare come il cambiamento in corso non sia semplicemente tecnologico, ma stia modificando profondamente il modo in cui si fa ricerca. Negli ultimi anni milioni di esemplari conservati negli erbari e nei fungari di tutto il mondo sono stati fotografati, catalogati e resi disponibili online. Ogni campione non è più soltanto un reperto fisico, ma diventa un dato collegabile a immagini ad alta risoluzione, coordinate geografiche, sequenze di DNA, osservazioni ecologiche e pubblicazioni scientifiche.
Kew ha appena completato uno dei più grandi progetti della propria storia: la digitalizzazione di circa 7,4 milioni di esemplari del proprio erbario e fungario, una delle collezioni botaniche più importanti al mondo. Un risultato che, secondo gli organizzatori del simposio, segna l’inizio di una nuova fase della ricerca, nella quale l’accessibilità globale dei dati diventa tanto importante quanto la conservazione fisica delle collezioni.
Dai campioni storici alle decisioni sul futuro
Uno dei messaggi più forti emersi durante il congresso è che le collezioni naturalistiche non raccontano soltanto il passato. Un campione raccolto oltre un secolo fa può oggi aiutare a ricostruire la distribuzione originaria di una specie, individuare habitat scomparsi, monitorare gli effetti del cambiamento climatico, studiare l’arrivo di nuovi patogeni o pianificare interventi di conservazione. Tra gli esempi presentati figurava quello di una specie vegetale sudafricana estinta in natura. Grazie ai dati conservati negli erbari è stato possibile ricostruire dove cresceva storicamente, identificarne l’habitat e individuare siti adatti alla reintroduzione. Un processo che oggi può essere svolto molto più rapidamente grazie alla disponibilità dei dati digitalizzati.
Come hanno ricordato diversi relatori, il collegamento tra un foglio d’erbario e una decisione politica può sembrare lontano, ma è in realtà diretto. Le informazioni raccolte dai botanici sul campo si riflettono nella IUCN Red List – la “lista rossa” è il più ampio database mondiale sullo stato di conservazione di specie animali e vegetali – ma anche in mappe della vegetazione, valutazioni del rischio, pianificazione territoriale e strategie internazionali per la conservazione.
L’intelligenza artificiale entra negli erbari
Uno dei temi più discussi durante il simposio è stato il ruolo dell’intelligenza artificiale (IA). L’IA non viene proposta come un sostituto dell’esperto, ma come uno strumento capace di analizzare milioni di dati in tempi incompatibili con il lavoro umano. Può riconoscere automaticamente specie a partire dalle immagini, leggere le etichette manoscritte degli erbari, estrarre informazioni da documenti storici e individuare caratteri morfologici difficili da osservare.
Particolarmente interessante è stato il caso del riconoscimento automatico dei granuli pollinici. Grazie alla microscopia confocale e agli algoritmi di machine learning, i ricercatori riescono oggi ad analizzare caratteristiche tridimensionali invisibili con le tecniche tradizionali, migliorando l’identificazione delle specie e aprendo nuove prospettive per l’ecologia, la paleobotanica e persino l’analisi dell’origine botanica del miele. Ma perché l’intelligenza artificiale funzioni servono dati di alta qualità e più volte è stato sottolineato come il contributo dei tassonomi resti indispensabile: gli algoritmi possono imparare soltanto se vengono addestrati con identificazioni affidabili e immagini prodotte secondo standard rigorosi. La sfida, quindi, non è sostituire gli esperti, ma creare nuove collaborazioni tra botanici, informatici e specialisti dei dati.
Collegare i dati per scoprire ciò che ancora non conosciamo
La digitalizzazione è soltanto il primo passo: la vera innovazione consiste nell’integrare informazioni provenienti da fonti diverse. Durante il congresso sono stati presentati progetti da tutto il mondo che collegano erbari, collezioni vive, sequenze genomiche, osservazioni sul campo e banche dati internazionali. Nel caso dei funghi, ad esempio, integrare queste informazioni permette di ricostruire relazioni ecologiche, individuare specie ancora sconosciute e orientare nuove campagne di raccolta. Secondo diversi ricercatori, una parte consistente delle specie ancora da descrivere potrebbe essere già presente nelle collezioni scientifiche. Ciò che manca è la possibilità di analizzare questi campioni in modo sistematico, sfruttando le nuove tecnologie e la crescente interoperabilità delle banche dati.
La scienza diventa sempre più collaborativa
Un altro messaggio emerso con forza riguarda la collaborazione internazionale. Le grandi sfide ambientali non possono essere affrontate da una singola istituzione. La digitalizzazione permette a ricercatori di continenti diversi di lavorare contemporaneamente sugli stessi dati, confrontare collezioni, condividere competenze e accelerare le scoperte. Accanto ai ricercatori cresce anche il ruolo della citizen science. Le osservazioni raccolte attraverso piattaforme come iNaturalist vengono ormai integrate con i dati degli erbari per monitorare specie rare, individuare nuove popolazioni e aggiornare le mappe di distribuzione. Collezioni storiche e osservazioni contemporanee entrano così a far parte dello stesso ecosistema digitale.
Una nuova generazione di collezioni
La trasformazione coinvolge anche le professioni e diversi istituti stanno introducendo nuove figure dedicate alla gestione dei dati digitali, affiancando ai curatori delle collezioni i cosiddetti “digital curators”, specializzati nell’organizzazione, integrazione e qualità dei dati destinati alla ricerca e all’intelligenza artificiale. È il segno che le collezioni naturalistiche stanno cambiando identità. Restano luoghi in cui preservare campioni insostituibili, ma diventano sempre più anche piattaforme digitali aperte alla comunità scientifica globale.
Guardare al futuro
Il rapporto State of the World’s Plants and Fungi 2026 trasmette un messaggio di cauto ottimismo. Da un lato ricorda che la crisi della biodiversità richiede decisioni rapide e basate sulle migliori evidenze scientifiche. Dall’altro mostra come gli strumenti oggi disponibili offrano possibilità impensabili fino a pochi anni fa. La digitalizzazione delle collezioni, l’integrazione dei dati, il sequenziamento genomico e l’intelligenza artificiale stanno rendendo possibile una nuova stagione della botanica e della micologia. Una rivoluzione che non riguarda soltanto gli specialisti, ma che potrà avere ricadute concrete sulla conservazione della natura, sulla sicurezza alimentare, sulla salute degli ecosistemi e sulla capacità delle società di affrontare le sfide ambientali del XXI secolo. Perché gli erbari e i fungari non sono più soltanto archivi del passato. Stanno diventando strumenti essenziali per costruire il futuro della biodiversità.
Per chi fosse interessato a recuperare gli interventi del simposio internazionale State of the World’s Plants & Fungi Symposium, le registrazioni delle sessioni principali saranno disponibili sul loro sito e su youtube.

Chiara Ceci, naturalista, si occupa di comunicazione della scienza. Fa parte del direttivo del Charles Darwin Trust ed è Fellow della Linnean Society. Autrice di “Emma Wedgwood Darwin. Ritratto di una vita, evoluzione di un’epoca” (Sironi, 2013).


