Il volto di un Australopithecus di 3,7 milioni di anni fa ricostruito in 3D

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La ricostruzione ha rivelato più somiglianze con alcuni fossili dell’Africa orientale che con altri esemplari sudafricani, aprendo nuove domande sull’evoluzione del genere

Che aspetto aveva il volto di uno dei nostri antichi parenti più di tre milioni e mezzo di anni fa? Un gruppo internazionale di ricercatori ha provato a rispondere ricostruendo digitalmente il volto di “Little Foot, il celebre scheletro rinvenuto nel sito di Sterkfontein, in Sudafrica. Nell’articolo divulgativo pubblicato su The Conversation, gli stessi autori Amélie Beaudet (CNRS e Université de Poitiers) e Dominic Stratford (University of the Witwatersrandlo) definiscono “il più completo scheletro di Austrolopithecus mai scoperto”.

Un fossile eccezionale, ma deformato dal tempo

Lo scheletro di “Little Foot” è conservato in modo eccezionale. I ricercatori spiegano che il cranio conserva quasi tutte le regioni della testa, ma la faccia è stata alterata da frammentazione e spostamenti post-deposizionali, soprattutto nella zona della fronte e delle orbite. Questo rende difficile una lettura anatomica affidabile. Il nuovo studio parte proprio da questo problema e sfrutta le potenzialità della paleontologia virtuale.

Per ottenere una copia digitale abbastanza dettagliata da separare osso e matrice sedimentaria, il cranio è stato scansionato nel 2019 presso il Diamond Light Source nel Regno Unito, usando microtomografia a raggi X con sincrotrone. Da lì è iniziata la parte più delicata: isolare digitalmente i frammenti e riposizionarli. Gli autori hanno identificato cinque blocchi principali del cranio e li hanno riallineati virtualmente in base ai contatti anatomici, ricostruendo anche la parte mancante della mascella sinistra tramite il rispecchiamento di quella destra meglio conservata.

Un volto più vicino all’Africa orientale che al Sudafrica

Una volta ricostruito, il volto di StW 573 è stato confrontato con quello di primati attuali (Gorilla, Homo, Pan, Pongo) e con alcuni fossili chiave di Australopithecus: Sts 5 dal Sudafrica e A.L. 444-2 dall’Etiopia, oltre a confronti con il cranio di MRD-VP-1/1 attribuito ad Australopithecus anamensis.

Nel racconto di The Conversation gli autori affermano che: “Le dimensioni e la forma delle orbite di Little Foot, prima nascoste da frammenti fuori posto, sono tra le più sorprendenti caratteristiche della nostra ricostruzione”. Lo studio, infatti, sottolinea che la regione orbitale di StW 573 differisce da quella di Sts 5 e mostra affinità con alcuni esemplari dell’Africa orientale e con gli oranghi (Pongo) nello spazio morfometrico.

Gli autori propongono che questa parte del volto possa essere particolarmente informativa perché, nei primati, l’orbita è influenzata non solo dalla struttura complessiva del cranio, ma anche da adattamenti funzionali e comportamentali, in particolare legati alla visione e all’ecologia. Lo studio non trae conclusioni definitive, ma suggerisce che proprio la morfologia orbitale di “Little Foot” possa offrire indizi utili sulle sue capacità visive e sul suo modo di interagire con l’ambiente.

Questo non risolve automaticamente le relazioni tra le diverse specie di Australopithecus, ma suggerisce che i fossili africani del Pliocene possano raccontare una storia evolutiva più complessa di quanto indichino le sole divisioni geografiche.

Che cosa cambia per la storia di Australopithecus

Il valore dello studio non sta solo nell’aver “dato un volto” a Little Foot. La ricostruzione permette infatti di discutere in modo più preciso la variabilità facciale nel genere Australopithecus e di chiedersi se alcuni tratti condivisi tra Africa orientale e meridionale rappresentino una condizione ancestrale, oppure il segno di relazioni evolutive più strette tra gruppi distanti.

StW 573, datato a circa 3,67 milioni di anni, è uno degli ominini più antichi conosciuti in Sudafrica e quindi occupa una posizione particolarmente interessante per seguire i cambiamenti del volto nel tempo. Se alcune delle sue caratteristiche erano condivise con forme dell’Africa orientale, allora la storia evolutiva degli Australopithecus africani potrebbe essere stata meno separata, e più dinamica, di quanto si sia a lungo immaginato.

Il lavoro non è finito

Lo studio si presenta esplicitamente come preliminare: riguarda soprattutto la faccia, non l’intero cranio. Gli autori ricordano che altre regioni, in particolare la scatola cranica, richiederanno ricostruzioni analoghe per essere analizzate in dettaglio.

È però già abbastanza per capire quanto le tecnologie digitali stiano cambiando la paleoantropologia. In casi come questo non servono solo a “riparare” virtualmente un fossile: permettono di porre domande nuove su anatomia, adattamenti e storia evolutiva dei nostri antenati.

Riferimenti:

Beaudet A., Dupont E., Guy F., Dumoncel J., Atwood R., Fernandez V., Vo N. T., Clarke R., Heaton J. L., Pickering T. R., Carlson K. J., Subsol G. & Stratford D. 2026. Virtual reconstruction and comparative study of the face of StW 573 (“Little Foot”). Comptes Rendus Palevol 25(3): 43-56. https://doi.org/10.5852/cr-palevol2026v25a3

Beaudet A. & Stratford D. 2026. A new face for ‘Little Foot’, the most complete Australopithecus skeleton to date. The Conversation.

In apertura: a sinistra il cranio originale, in mezzo la copia digitale, a destra la ricostruzione del volto di «Little Foot». Crediti: Amélie Beaudet, via Phys.org