La biodiversità in città: un lusso alla portata di pochi

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La ricchezza di biodiversità in un quartiere dipende dalla sua ricchezza economica? Un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino ha provato a indagare il fenomeno che prende il nome di “Luxury Effect”

Sempre più persone vivono nelle città e si stima che, nel 2050, circa il 60% della popolazione globale vivrà in aree urbane. L’urbanizzazione è uno dei fattori che contribuiscono al cambiamento globale e, di conseguenza, incide anche sulla perdita della biodiversità.

È noto che la biodiversità urbana, oltre a fornire importanti servizi ecosistemici, contribuisce al benessere fisico e psicologico di noi esseri umani. Una passeggiata al parco può infatti essere un rimedio efficace per trovare sollievo dallo stress delle nostre frenetiche vite. La presenza di verde nelle città è quindi un toccasana per la nostra salute. Ma quanto di questo verde è davvero accessibile?

Secondo alcuni studi vi è una correlazione tra la maggiore presenza di biodiversità e la maggiore ricchezza economica di determinati quartieri delle città. Questo fenomeno è detto “Luxury Effect” e rappresenta una forma di ingiustizia ambientale e sociale, che può essere condizionata da numerosi fattori come, ad esempio, il clima. In regioni dove il clima è secco e arido, questo effetto è più accentuato poiché le aree più ricche hanno più opportunità di accedere alle risorse idriche, favorendo l’incremento della biodiversità a livello locale. Tuttavia, la faccenda è meno banale di quanto sembri.

Che cosa influenza il “Luxury effect”?

Un ambizioso studio condotto da un team internazionale di ricercatori che include membri dell’Università di Torino, ha cercato di fare luce sui fattori che influenzano il “Luxury Effect”. Lo studio si è basato sulla metanalisi di dati provenienti dalla letteratura relativi a diversi Paesi, riguardati differenti aspetti: l’abbondanza delle specie animali e vegetali, la distribuzione della ricchezza su scala nazionale e locale, la dimensione della popolazione e la densità.

L’aspetto fondamentale della ricerca è stato capire se l’influenza della ricchezza sul fenomeno fosse diretta e costante (modello lineare) oppure seguisse un andamento più complesso, con dei punti di svolta (modello non lineare).

Inizialmente, i ricercatori hanno testato le ipotesi più semplici e descrivibili dai modelli lineari. Ci si aspettava, per esempio, che il “Luxury Effect” fosse più debole nelle città in cui vi è una più equa distribuzione delle risorse e il divario economico è meno ampio. Allo stesso modo, ci si poteva aspettare che all’aumentare della popolazione aumentasse anche la pressione sulla biodiversità e, quindi, la forza del “Luxury effect”.

Successivamente, l’impatto di ciascun fattore è stato analizzato con modelli non lineari, che cioè prevedono un andamento curvo: al di sopra o al di sotto di alcuni valori, l’effetto dei fattori sul “Luxury Effect” cambia. Nella maggior parte dei casi, questi modelli hanno descritto meglio i risultati degli studi.

Il complesso andamento del “Luxury effect”

Dai risultati è emerso che il “Luxury Effect” non è un fenomeno universale. Sebbene la tendenza generale indichi una maggiore intensità nei Paesi e nelle città povere, l’analisi non lineare ha rivelato che il “Luxury Effect” era massimo nei Paesi con ricchezza inferiore alla media. Al contrario, l’effetto risultava minimo sia nei Paesi estremamente poveri sia in quelli più ricchi. Non è emersa invece una relazione forte tra le disuguaglianze economiche e la forza dell’effetto, sia nelle città sia a livello nazionale, suggerendo che la ricchezza generale, e non tanto la disuguaglianza di reddito, sia il fattore chiave.

Dallo studio, dunque, si evince che, se un Paese si trova in condizioni di estrema povertà, il “Luxury Effect” non si verifica in modo conclamato. Quando invece la ricchezza inizia ad aumentare, vi è un incremento della disuguaglianza nell’accesso alla biodiversità, per poi ridursi quando il paese diventa sviluppato. Le società più ricche possono infatti affrontare meglio l’ingiustizia ambientale, investendo maggiormente nelle politiche ambientali attraverso l’implementazione di infrastrutture verdi e una pianificazione delle aree verdi più accessibile su tutto il territorio.

Per quanto riguarda i dati demografici, anche in questo caso i modelli non lineari sono risultati i più aderenti alla realtà, rivelando che il “Luxury Effect” era minimo nelle città con dimensione di popolazione intermedia.

Il paradosso del verde

È inoltre emerso che il “Luxury Effect” è maggiore nel confronto tra giardini privati rispetto ai parchi pubblici, dimostrando che le aree pubbliche sono meno soggette all’influenza dello status socio-economico dell’area circostante. La creazione di parchi pubblici in aree più svantaggiate garantisce quindi una maggiore accessibilità alla biodiversità contrastando il fenomeno di ingiustizia ambientale, soprattutto nelle città meno ricche dove il “Luxury Effect” è più forte. Tuttavia, i ricercatori pongono l’attenzione su un risvolto inaspettatamente dannoso di queste azioni: la “gentrificazione verde“.

Il rinverdimento delle città e tutte le iniziative a esso legate, infatti, comportano spesso un aumento dell’attrattività di queste aree, a cui consegue un aumento del prezzo di mercato delle abitazioni e l’insediamento della parte benestante della popolazione, contribuendo a rendere inaccessibili queste stesse aree alla parte di popolazione residente meno abbiente. Questo fenomeno, la gentrificazione verde appunto, rappresenta un paradosso, in quanto la promozione di politiche verdi per ridurre l’ingiustizia sociale e ambientale può portare all’incremento del “Luxury Effect”.

È fondamentale, quindi, capire quali fattori sono coinvolti nel fenomeno, al fine di pianificare al meglio progetti per contrastare l’ingiustizia socio-ambientale. Per mitigare la “green-gentrification” è necessario coinvolgere gli stessi residenti in progetti di rinverdimento e cura del territorio, attraverso iniziative portate avanti dalla comunità stessa come, ad esempio, la realizzazione di orti urbani o di fattorie didattiche. In questo modo, è la comunità a favorire l’accessibilità alla biodiversità. In ultima battuta, potrebbero crearsi nuove opportunità di occupazione nell’ambito “green” sul territorio rivolte a persone in condizioni di svantaggio economico, al fine di contrastare l’allontanamento dei residenti e quindi ostacolare la “green- gentrification”.

Lo studio suggerisce, dunque, di affrontare il problema dell’ingiustizia ambientale attraverso un approccio olistico, osservando e comprendendo quali sono i numerosi e complessi fattori in gioco, e infine attuando strategie per la sostenibilità che agiscano sul piano ambientale ed economico, ma anche sociale, al fine di garantire un equo accesso alla natura poiché da considerare come un diritto e una priorità di giustizia sociale.

Riferimenti:

Regaiolo, I., Amar, A., Batáry, P., Reynolds, C., Henry, D. A. W., Caprio, E., & Chamberlain, D. (2025). 

Wealth and wildlife in cities: How economic and demographic drivers influence global urban environmental injustice. People and Nature, 00, 1–12. https://doi.org/10.1002/pan3.70178

Foto in apertura: di 철민 박 da Pixabay