La dispersione dei semi ai tempi dei giganti

Un recente studio racconta la coevoluzione tra megafauna e specie vegetali, e quello che abbiamo perso


La megafauna ha ricoperto diversi ruoli chiave negli ecosistemi del passato, ruoli che in certe parti del mondo continua a rivestire. Una chiara premessa deve riguardare innanzi tutto cosa comunemente sia inteso con il termine “megafauna”, concetto spesso applicato all’interno di discipline come l’ecologia e la conservazione della natura in riferimento a differenti range dimensionali.

Una definizione di carattere generale pone il limite dimensionale oltre il quale un animale adulto può essere considerato appartenente a questa classe a 100 pounds, ossia a circa 45.3 kg. Secondo un approccio più recente e maggiormente improntato all’ecologia poiché integrante al peso puro e semplice la valenza trofica dell’animale, è invece indicato operare una differenziazione tra “megaerbivoro” e “megacarnivoro”, considerando il primo un animale (naturalmente erbivoro) di peso superiore ai 1.000 kg e utilizzando per il secondo (ovviamente carnivoro) un discrimine posto a 100 kg, ben inferiore al precedente in quanto soggetto a più severe pressioni selettive.

Le motivazioni che fanno della megafauna un importante fattore ecologico sono molteplici, e dovute principalmente al fatto che gli animali ascritti a questa categoria occupano una serie di nicchie trofiche ed ecologiche legate strettamente alle loro grandi dimensioni corporee, che consentono loro di modificare l’ambiente in cui vivono e si spostano in maniera molto più evidente rispetto agli animali di dimensioni minori. Questo è valido sia per i grandi erbivori che per i grandi carnivori: infatti, laddove i primi vengono definiti “architetti” del proprio ambiente poiché con il loro altissimo fabbisogno di materiale vegetale determinano la composizione e la struttura della vegetazione che li circonda, i secondi regolano la dimensione delle popolazioni di prede che risultano fuori dalla portata di tutti gli altri predatori, svolgendo quindi sulla composizione della comunità un’azione ugualmente determinante.

Un insieme di caratteristiche e fattori molto complesso e quasi caleidoscopico, pertanto, insiste e circonda la tematica dei servizi ecosistemici apportati alle comunità naturali dalla megafauna. E all’interno di questa complessa rete di interrelazioni si pone un recente studio di M. M. Pires e collaboratori, pubblicato sulla rivista Ecography, avente lo scopo di definire con più chiarezza uno dei ruoli ad essa attribuiti – la dispersione dei semi – concentrando in particolare l’attenzione sulla quantificazione in termini spaziali della perdita ecologica inflitta agli ecosistemi dopo la sua scomparsa (avvenuta globalmente verso la fine del Quaternario).

È stato ipotizzato da tempo uno stretto legame tra le capacità dispersive degli animali di grossa taglia e le specie vegetali che, all’interno degli stessi habitat, presentavano tratti considerabili quanto meno stravaganti se valutati in chiave strettamente evolutiva, come ad esempio la presenza di frutti dai semi spropositatamente grandi. È infatti noto per moltissime piante un meccanismo di dispersione dei semi dipendente dal consumo dei frutti da parte di molti generi di animali, grazie al quale i semi vengono rilasciati a seguito della digestione a distanze che dipendono dalle dimensioni e dalle abitudini dell’animale in questione. La presenza in certe aree del mondo di piante dotate di semi di dimensioni incompatibili con le faune che attualmente vi abitano, come ad esempio l’avocado (Persea americana) nel Sud America e l’arancio degli Osagi (Maclura pomifera) nell’America del Nord, ha quindi fatto pensare a un collegamento con una categoria di consumatori non più esistente, che nel caso dei due esempi riportati corrisponderebbe ai generi Gomphotherium e Mammut, proboscidati di notevolissime dimensioni estintisi nelle Americhe alla fine del Pleistocene. Queste supposizioni hanno dunque trovato conferme nella cosiddetta teoria dei “anacronismi ecologici” o “fantasmi dell’evoluzione”, secondo cui una fine coevoluzione tra piante e consumatori avrebbe regolato le dimensioni dei semi delle prime sulle capacità di dispersione dei secondi.

Ma cosa succede quando il fornitore di un servizio ecosistemico chiave per altre specie scompare? Quello che emerge dallo studio di Pires et al. è un dato semplice e chiaro: la dispersione di semi su larga scala ha subito una contrazione di almeno due terzi dopo l’estinzione della megafauna. Di quali semi? Di tutti i semi, naturalmente. Perché non bisogna dimenticare che, oltre ai fantasmi dell’evoluzione, un megaerbivoro è prima di tutto un dispersore ad ampia portata di qualsiasi genere di seme, a patto che la pianta cui appartiene faccia parte della sua dieta. Pertanto ad accusare la perdita di un contributo così vantaggioso ed efficiente come quello garantito da un animale in grado di spostarsi su lunghe distanze sono tutte le specie vegetali disponibili nel suo habitat e idonee al suo consumo, anche se quelle che possono disporre di altri tramiti animali risulteranno meno colpite di quelle che non ne hanno.

Pertanto, a fare maggiore spesa della scomparsa di un “distributore” dedicato sono quelle specie i cui semi si sono coevoluti con il proprio consumatore in modo da resistere alla sua digestione, risultare immangiabili per qualsiasi altro animale e disperdersi uno per volta. Quali possibilità restano a queste specie? Senz’altro, la via di tentare altre modalità di dispersione.


Riferimenti:
Mathias M. Pires, Paulo R. Guimarães Jr, Mauro Galetti, Pedro Jordano. 2018. Pleistocene megafaunal extinctions and the functional loss of long-distance seed-dispersal services. Ecography, 41: 153-163

Charles R. Knight [Public domain], via Wikimedia Commons