La dura dieta degli elefanti nani siciliani

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Uno studio sui denti fossili svela come due specie di elefanti nani, evolute dallo stesso antenato, si adattarono a mangiare piante coriacee per ragioni ecologiche diverse

Centinaia di migliaia di anni fa, durante il Pleistocene, la Sicilia era luogo molto diverso da oggi. Era la casa del Palaeoloxodon falconeri, un elefante così piccolo che un uomo l’avrebbe superato in altezza: appena un metro al garrese per circa 250 chilogrammi di peso. Senza grandi predatori né altri erbivori con cui competere per il cibo, si potrebbe pensare che vivesse in un paradiso ecologico, libero di scegliere le piante più nutrienti e tenere.

Eppure, la sua vita non era così semplice: lo spiega una nuova ricerca, pubblicata sulla rivista Papers in Palaeontology da un team internazionale che include ricercatori dell’Università di Padova. Analizzando i segni lasciati dal cibo sui loro denti fossili, gli scienziati hanno scoperto che questi elefanti non si nutrivano di piante morbide, ma di una di vegetali duri e fibrosi. Una scoperta che solleva una domanda: perché?

Due specie di elefanti nani hanno vissuto in Sicilia durante il Pleistocene

Per rispondere, bisogna capire il contesto in cui vissero questi animali. Le isole sono spesso definite “laboratori naturali” per l’evoluzione. Le risorse limitate e l’assenza di predatori possono spingere le specie di grandi dimensioni a ridursi, un fenomeno noto come nanismo insulare. È ciò che accadde all’elefante continentale Palaeoloxodon antiquus, un gigante alto fino a quattro metri, che colonizzò la Sicilia in almeno due ondate diverse.

La prima ondata avvenne circa 500.000 anni fa, nel Pleistocene Medio inferiore e portò all’evoluzione del minuscolo Palaeoloxodon falconeri. A quel tempo, la Sicilia era un mondo a parte, isolato dalla terraferma e probabilmente composto da due isole principali. I reperti fossili di quel periodo raccontano una storia di forte endemismo: P. falconeri era l’unico grande erbivoro, e non c’erano grandi predatori a minacciarlo.

La seconda ondata di colonizzazione fu intorno a 150.000 anni fa, nel Pleistocene Medio superiore. Fu allora che Palaexodon antiquus diede origine a Palaeoloxodon mnaidriensis. In questa fase, la Sicilia era collegata a intermittenza alla penisola italiana, e questo ha permesso l’arrivo di una fauna più ricca e diversificata. L’isola si popolò di altri erbivori (cervi, bisonti, ippopotami) e di carnivori (lupi, leoni e iene delle caverne). Di conseguenza, P. mnaidriensis era un elefante nano, ma decisamente più grande del suo parente (circa 2 metri di altezza per una tonnellata di peso), perché una taglia maggiore era un vantaggio contro i predatori. Infatti, questo “sconvolgimento faunistico” causò probabilmente anche l’estinzione del piccolo P. falconeri.

Qual’era la dieta degli elefanti nani siciliani?

I ricercatori si aspettavano che la riduzione di taglia e l’ambiente insulare avesse spinto entrambi gli elefanti verso una dieta più selettiva e di alta qualità, come foglie di alberi e arbusti e i loro frutti (brucatori). Avendo bisogno di meno cibo, avrebbero potuto permettersi di scegliere il meglio. In particolare, P. falconeri, che fino a poco prima dell’estinzione non aveva competitori né predatori.

Per verificare questa ipotesi, il team ha usato due tecniche che leggono la storia della dieta di un animale sui suoi denti. La prima è la microusura dentaria, che analizza i graffi e le fossette microscopiche lasciate sullo smalto dagli ultimi pasti. Graffi sottili e paralleli indicano il consumo di erba, ricca di particelle abrasive; fossette e segni irregolari suggeriscono invece una dieta di foglie e frutti. La seconda tecnica è la mesousura dentaria, che valuta l’usura complessiva del dente, un registro della dieta di un’intera vita. Misurando l’angolo formato dalle creste di smalto, si può capire quanto fosse abrasivo il cibo: un angolo più aperto indica una dieta più dura.

I risultati hanno smentito le attese. Entrambe le specie di elefanti nani avevano denti molto usurati, con segni tipici di chi si nutre prevalentemente di erba (pascolatori). Il livello di abrasione era persino superiore a quello riscontrato nel loro antenato continentale, P. antiquus.

Questione di ecologia

Ma perché questa scelta alimentare apparentemente svantaggiosa? I ricercatori propongono due spiegazioni, una per ogni specie, che mostrano come pressioni ecologiche diverse possano portare a soluzioni evolutive simili.

Per il piccolo P. falconeri, la causa potrebbe essere un circolo vizioso ecologico. Essendo l’unico grande erbivoro dell’isola e senza predatori, la sua popolazione esercitava una pressione costante sulla vegetazione. Le piante, per difendersi, potrebbero aver reagito producendo più fitoliti (minuscoli cristalli di silice) e diventando più legnose. L’elefante, per sopravvivere in un ambiente con risorse scarse e sempre più “corazzate”, si sarebbe adattato a questa dieta povera. Uno scenario coerente con altre analisi che suggeriscono per questa specie una crescita lenta e una vita lunga, tipiche di organismi che vivono in ambienti con poche risorse.

Per il più grande P. mnaidriensis, la situazione era diversa. Viveva in un ecosistema complesso, con praterie e altri erbivori. La sua dieta a base di piante erbacee non fu probabilmente una scelta obbligata, ma una strategia di spartizione delle risorse (niche partitioning). Specializzandosi sull’erba, una risorsa abbondante, poteva evitare la competizione diretta con altri animali, assicurandosi il cibo necessario per mantenere una taglia comunque notevole.

La storia di questi due elefanti siciliani è un esempio di come percorsi evolutivi simili (in questo caso, l’adattamento a una dieta abrasiva) possano nascere da pressioni ecologiche del tutto diverse.

Riferimenti:

Strani, F., Rebuffi, S., Gialanella, M., DeMiguel, D., Castelli, S., Fornasiero, M., Artioli, G., Sasso, G. D., Mazzoli, C., Fusco, G., & Breda, M. (n.d.). Feeding strategies of the Pleistocene insular dwarf elephants Palaeoloxodon falconeri and Palaeoloxodon mnaidriensis from Sicily (Italy). Papers in Palaeontology, 11(5). https://doi.org/10.1002/spp2.70036

Immagine: ricostruzione di © Simone Zoccante, 2025