L’evoluzione convergente degli uccelli non volatori

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I ratiti sono grandi uccelli non volatori che abitano le regioni più meridionali del nostro pianeta. Per molto tempo si è pensato che la loro attuale distribuzione riflettesse la frammentazione del supercontinente Gondwana, iniziata circa 167 milioni di anni fa: in particolare, si riteneva che i diversi frammenti del Gondwana, che ora sono i continenti dell’emisfero australe, avessero portato con […]

I ratiti sono grandi uccelli non volatori che abitano le regioni più meridionali del nostro pianeta. Per molto tempo si è pensato che la loro attuale distribuzione riflettesse la frammentazione del supercontinente Gondwana, iniziata circa 167 milioni di anni fa: in particolare, si riteneva che i diversi frammenti del Gondwana, che ora sono i continenti dell’emisfero australe, avessero portato con sè diverse popolazioni di un progenitore comune a tutti gli attuali ratiti e in ogni luogo si sarebbero originate in allopatria tutte le specie odierne. E così oggi troviamo i casuari (Genere Casuarius) in Nuova guinea, gli emù (Genere Dromaius) in Australia, i kiwi (Genere Apteryx) in Nuova Zelanda , i nandù (Genere Rhea) in Sud America e gli struzzi (Struthio camelus) in Africa.

Secondo talevisione, questi grandi uccelli avrebbero un’origine comune, suggerendo che la perdita della capacità di volare sia avvenuta una sola volta nel corso dell’evoluzione in un progenitore comune gonwaniano: costituirebbero dunque un gruppo monofiletico il cui sister-group è rappresentato dai tinamidi (Ordine Tinamiformes), uccelli però capaci di volare. Un recente studio filogenetico pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences racconterebbe invece una storia ben diversa.

Un gruppo di ricercatori della University of Florida ha realizzato un nuovo albero filogenetico sulla base del confronto tra 20 diversi geni di tutte le specie di ratiti e tinamidi. Dai risultati emerge che quello dei ratiti non sarebbe in realtà un gruppo monofiletico, bensì polifiletico, in quanto includerebbe anche tutte le specie di attuali tinamidi. Questo risultato implica dunque che la perdita delle capacità di volo sia avvenuta svariate volte nel corso dell’evoluzione. L’ipotesi più plausibile, sostengono i ricercatori, è che la perdita delle ali atte al volo sia avvenuta almeno tre volte. 

Questo studio implica ulteriori conseguenze relative all’evoluzione di questi uccelli: nonostante la mancata condivisione di un antenato comune non volatore, questi animali hanno comunque evoluto aspetto, comportamenti e stili di vita molto simili tra loro. Tutte queste somiglianze osservate tra le attuali specie sarebbero dunque il frutto di un’evoluzione convergente, il processo mediante il quale un determinato carattere si sviluppa indipendentemente in specie diverse anche se non è presente in un antenato comune.

Andrea Romano


Riferimenti:
John Harshman, Edward L Braun, Michael J Braun, Christopher J Huddleston, Rauri C Bowie, Jena L Chojnowski, Shannon J Hackett, Kin-Lan Han, Rebecca T Kimball, Ben D Marks, Kathleen J Miglia, William S Moore, Sushma Reddy, Frederick H Sheldon, David W Steadman, Scott J Steppan, Christopher C Witt, Tamaki Yuri. Phylogenomic evidence for multiple losses of flight in ratite birds. Proceedings of the National Academy of Sciences (2008)

Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons