L’ultimo pasto

Un fossile eccezionale racchiude una scena di vita dei mari giurassici. Un cefalopode aveva agguantato l’esuvia di un crostaceo per cibarsene, solo per diventare a sua volta il pasto di un antico vertebrato. È anche l’occasione per coniare nuovi termini scientifici

Una suggestiva scena di caccia e alimentazione è rimasta immortalata nella pietra di un fossile proveniente dalla Germania. In questo scorcio di vita giurassica è possibile vedere un cefalopode simile a un calamaro mentre si nutre dell’esuvia di un crostaceo. Pasto interrotto però da un vertebrato, probabilmente uno squalo, che deve aver ritenuto l’antico mollusco un boccone prelibato. Un reperto straordinario, che ha portato i ricercatori a coniare dei termini apposta per descriverlo. La descrizione dettagliata può essere consultata in questo articolo, pubblicato sulla rivista Swiss Journal of Palaeontology.

Il fossile risale alla fine del Giurassico inferiore, durante il piano noto come Toarciano, circa 180 milioni di anni fa. La scoperta è avvenuta poco più di cinquanta anni fa, nel 1970, nel contesto della formazione geologica nota come Posidonia shale, nell’ormai abbandonata cava Gonser a Ohmden, vicino a Holzmaden, Germania meridionale.

Durante il Giurassico inferiore quella zona era occupata da un bacino marino con un fondale da basso a moderatamente profondo, nel quale l’ossigeno si esaurì numerose volte durante il Toarciano. Le condizioni anossiche così formatesi hanno impedito il proliferare di organismi spazzini, e in assenza di forti correnti gli scheletri avevano buone possibilità di mantenere la connessione anatomica e le parti molli di fossilizzarsi.

Il fossile qua descritto è un monito sul fatto che la golosità può essere letale. In esso è preservata una belemnite, cioè un antico cefalopode appartenente a un ordine vissuto contemporaneamente ai dinosauri. Apparteneva alla specie Passaloteuthis laevigata, comune e già ben conosciuta nel Toarciano europeo e marocchino. Se ne sono preservati il rostro (cioè una parte dura e calcificata del corpo) e la corona di braccia. Quest’ultima è una delle meglio conservate nel suo genere. È proprio tra le braccia che tiene i resti del suo ultimo pasto. Si tratta dell’esuvia (cioè un esoscheletro vuoto, ciò che resta dopo una muta) di un antico crostaceo appartenente al genere Proeryon. Non si tratta di un fenomeno strano, dato che le esuvie sono ben documentate come cibo per cefalopodi.

Il fossile descritto nell’articolo. A sinistra si può vedere il lungo rostro del cefalopode, mentre a destra sono visibili le impronte lasciate dalle braccia. Al loro interno si può notare parte dell’esuvia di Proeryon, mentre il resto si trova tra il rostro e le braccia.



Le belemniti svolgevano un ruolo importante nei bacini marini europei del Giurassico, sia come predatori che come prede. Infatti, c’è un numero crescente di prove che fossero in grado di cacciare pesci lunghi quanto il loro mantello (cioè la parte allungata di “corpo” connessa alla testa), che probabilmente immobilizzavano e smembravano con il becco affilato. È stato recentemente suggerito che fossero in grado anche di rompere le conchiglie di ammonite per estrarre meglio le parti molli all’interno.

A questa belemnite in particolare però non è andata tanto bene. La disposizione delle parti fossili, infatti, dimostra che la frammentazione non è avvenuta a causa di fenomeni successivi la deposizione, ma prima della loro copertura. L’ipotesi più plausibile è l’azione di un predatore vertebrato. Un bel morso insomma, da parte di un animale che aveva imparato ad evitare le parti più dure e calcificate delle belemniti (in particolare il rostro) per puntare direttamente alle zone più molli. Non è possibile risalire a un colpevole certo, dal momento che in quell’area c’era più di un animale che includeva questi antichi cefalopodi nel proprio menù, dai rettili marini a grandi pesci predatori, ma i ricercatori suggeriscono che l’autore potrebbe essere stato l’antico squalo Hybodus hauffianus.

Per descrivere al meglio questo fossile, i ricercatori propongono due nuovi termini. Il primo è leftover fall, o “caduta di avanzi” in italiano, cioè resti di cibo persi per ragioni sconosciute durante l’attacco di un predatore, e si tratta dell’evento che ha portato alla formazione del fossile. Quest’ultimo prende il nome, il secondo coniato dai ricercatori, di pabulite (dal latino pabulum, cioè cibo, e il greco lithos, pietra) che indica resti di cibo che non sono mai entrati nel tratto digerente oltre la bocca.

Un fossile eccezionale, in grado di fornire un fermo immagine di una comune scena dei mari giurassici, oltre all’opportunità di coniare nuovi termini specifici.


Riferimenti: C. Klug et al. 2021. Fossilized leftover falls as sources of palaeoecological data: a ‘pabulite’ comprising a crustacean, a belemnite and a vertebrate from the Early Jurassic Posidonia Shale. Swiss J Palaeontol 140, 10; doi: 10.1186/s13358-021-00225-z

Riferimenti immagine d’apertura: Image credit: Klug et al., doi: 10.1186/s13358-021-00225-z.

Riferimenti immagine nel testo: Image credit: Klug et al
., doi: 10.1186/s13358-021-00225-z.