I Neanderthal usavano il catrame di betulla per curare le ferite?

Tjaark Siemssen, CC-BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/)

Uno studio su PLOS One mostra che il catrame di betulla, noto come adesivo per gli utensili neandertaliani, ha una moderata attività antibatterica. Non prova un uso medicinale, ma suggerisce possibili funzioni più ampie

Circa 200.000 anni fa, nel Paleolitico medio, le possibilità di curare ferite, traumi e malattie erano limitate. Certi stili di vita esponevano a un rischio di infezioni molto alto: cacciare, spostarsi, fabbricare utensili o lavorare materiali duri poteva causare lesioni anche gravi. I Neanderthal vivevano in ambienti difficili, si procuravano il cibo anche attraverso la caccia e dovevano affrontare quotidianamente rischi fisici notevoli. In queste condizioni, ridurre le conseguenze di ferite e infezioni poteva fare la differenza non solo per il singolo individuo, ma anche per l’intero gruppo.

Oggi, alcuni indizi suggeriscono che i Neanderthal conoscessero e utilizzassero materiali vegetali con proprietà potenzialmente utili per la salute. In Spagna, nel sito di El Sidrón, nel tartaro dentale di un individuo neandertaliano sono state identificate tracce compatibili con camomilla (Matricaria chamomilla) e achillea millefoglie (Achillea millefolium), piante che in diversi contesti sono state associate a usi medicinali. Altri studi hanno discusso il ruolo dell’assistenza nei gruppi neandertaliani, anche a partire da individui sopravvissuti a traumi o condizioni debilitanti.

In questo quadro si inserisce lo studio pubblicato su PLOS One dall’archeologo Tjaark Siemssen e da colleghi delle Università di Colonia, Oxford, Liegi e Cape Breton. I ricercatori hanno prodotto sperimentalmente diversi campioni di catrame di betulla, usando anche metodi compatibili con quelli ricostruiti per il Paleolitico medio, e ne hanno testato l’attività antibatterica in laboratorio. Alcuni campioni hanno mostrato un effetto moderato contro Staphylococcus aureus, un batterio coinvolto anche nelle infezioni della pelle e delle ferite.

Il catrame di betulla è una sostanza poco studiata al di fuori del suo uso come adesivo, ma molto importante per comprendere le capacità tecniche dei Neanderthal. Nei siti archeologici europei del Paleolitico medio è stato trovato su strumenti litici, dove serviva probabilmente a fissare schegge e lame a manici di legno o di altri materiali. Per ottenerlo dalla corteccia di betulla occorrono calore e condizioni povere di ossigeno: un processo che richiede controllo tecnico, esperienza e una conoscenza pratica dei materiali.

Gli autori del nuovo studio propongono di guardarla anche da un’altra prospettiva. Una stessa sostanza può infatti avere più funzioni, ed è noto infatti che prodotti simili sono stati usati in alcune comunità anche per trattare ferite e condizioni della pelle. Tra questi ci sono il maskwio’mi delle comunità Mi’kmaq del Canada orientale, traducibile come olio di corteccia di betulla, e usi documentati in contesti Saami e Yakut.

I processi di estrazione secondo i contesti archeologici

Le prime evidenze archeologiche di catrame di betulla in Europa risalgono a circa 200.000 anni fa e comprendono reperti provenienti dall’Italia. In questi contesti, la sostanza è stata interpretata soprattutto come adesivo per l’immanicatura degli strumenti. Nel corso del Paleolitico medio sono stati proposti diversi metodi di produzione, da procedure più semplici basate sulla condensazione del catrame su una superficie fredda fino a sistemi più complessi, con corteccia riscaldata in condizioni povere di ossigeno e raccolta del materiale in un contenitore.

Nel nuovo studio i ricercatori hanno usato Betula pendula e Betula pubescens, due specie documentate nell’Europa pleistocenica, da cui hanno prodotto sei campioni di catrame usando tre metodi. Il primo è un metodo moderno, basato su un contenitore metallico, utile come confronto sperimentale. Gli altri due sono più vicini alle ricostruzioni archeologiche: il metodo della condensazione, in cui piccole quantità di corteccia bruciano sotto una superficie resistente al fuoco e il catrame si raccoglie sulla parte più fredda; e il metodo con struttura rialzata in argilla, in cui la corteccia viene riscaldata in un ambiente povero di ossigeno e il catrame cola in un contenitore sottostante.

La resa dei diversi esperimenti è stata molto variabile: i sei campioni hanno prodotto da 0,06 a 0,69 grammi di catrame. Questo dato suggerisce che la quantità ottenuta possa dipendere da molti fattori, tra cui la specie di betulla, le condizioni di riscaldamento e i dettagli del processo. Proprio questa variabilità è importante, perché impedisce di immaginare un unico metodo stabile e sempre uguale per tutta la produzione neandertaliana.

Le proprietà antibatteriche

Per valutare l’efficacia antibatterica, i ricercatori hanno usato un test di diffusione su disco, una versione modificata del metodo Kirby-Bauer. Piccoli dischi di carta filtro sono stati impregnati con catrame di betulla disciolto in un solvente e poi sistemati su piastre di coltura contenenti batteri. La gentamicina è stata usata come controllo positivo, mentre il solvente da solo è servito come controllo negativo.

I batteri scelti erano due: Staphylococcus aureus, Gram positivo, ed Escherichia coli, Gram negativo. La distinzione è importante perché la diversa struttura cellulare può influenzare la sensibilità alle sostanze antimicrobiche. I batteri Gram positivi hanno uno spesso strato di peptidoglicano, mentre i Gram negativi possiedono anche una membrana esterna aggiuntiva, che può ostacolare l’ingresso di molte molecole.

I risultati sono stati selettivi. Nessuno dei campioni ha prodotto un’inibizione misurabile della crescita di E. coli. Contro S. aureus, invece, alcuni campioni hanno mostrato un’attività antibatterica moderata. Le zone di inibizione variavano da nessun effetto a 10,5 ± 0,7 millimetri; la gentamicina, usata come confronto, produceva zone di inibizione molto più ampie, tra 22 e 23 millimetri.

Il campione più efficace era stato ottenuto con il metodo della struttura rialzata in argilla a partire da Betula pendula. Altri campioni hanno mostrato un effetto più debole, mentre uno non ha mostrato attività. Secondo gli autori, questa variabilità potrebbe dipendere dalla composizione della corteccia, dalle condizioni della pirolisi o dalla concentrazione dei composti presenti nel catrame. Tuttavia, lo studio non individua una relazione chiara e diretta tra metodo di produzione e attività antibatterica.

Le molecole responsabili dell’effetto non sono state identificate direttamente nei campioni di questo studio. Ricerche precedenti indicano però che il catrame di betulla può contenere diversi composti bioattivi, tra cui derivati fenolici, catecoli, guaiacoli e triterpeni come betulina e derivati del lupeolo. È plausibile che alcune di queste sostanze contribuiscano all’attività antibatterica, ma servirebbero analisi chimiche più dettagliate sui campioni per chiarirlo.

C’è inoltre una cautela importante. Il fatto che una sostanza mostri attività antibatterica in vitro non significa che sia automaticamente sicura o utilizzabile come medicinale. Il catrame di betulla può contenere anche composti problematici, inclusi idrocarburi policiclici aromatici, e studi precedenti hanno discusso possibili effetti tossici o mutageni di alcuni estratti. Per questo gli autori sottolineano la necessità di nuove analisi chimiche e tossicologiche prima di trarre conclusioni sul suo eventuale potenziale terapeutico.

Una sostanza tra tecnologia e cura

Lo studio suggerisce la possibilità che una sostanza usata per costruire strumenti avesse anche proprietà utili in altri contesti. Se il catrame di betulla veniva manipolato regolarmente per fissare strumenti a un manico, il contatto con la pelle doveva essere frequente. Inoltre, bastano piccole quantità per coprire una superficie cutanea: nello studio gli autori ricordano che circa 0,2 grammi possono coprire una superficie di circa 100 centimetri quadrati. Questo rende plausibile che un materiale prodotto per l’immanicatura potesse essere applicato anche sulla pelle, intenzionalmente o in seguito all’esperienza accumulata durante l’uso.

Lo studio non può dimostrare un uso medicinale intenzionale nel Paleolitico medio, perché mancano prove archeologiche dirette di applicazioni su ferite o su corpi umani. Tuttavia, l’attività antibatterica osservata in laboratorio rende più plausibile che il catrame di betulla potesse avere funzioni diverse da quella di semplice adesivo.

Il caso ricorda quello dell’ocra, studiata non solo come pigmento ma anche per possibili proprietà protettive o repellenti. Anche il catrame di betulla potrebbe quindi essere stato un materiale multifunzionale: adesivo per gli strumenti, sostanza tecnica, forse anche materiale applicabile sulla pelle o repellente contro gli insetti.

La prudenza resta necessaria. Lo studio è esplorativo, riguarda sei campioni prodotti sperimentalmente e misura l’effetto su due soli batteri in condizioni di laboratorio. Ma apre una prospettiva interessante: il catrame di betulla non era necessariamente soltanto una colla. Secondo gli autori prestare maggiore attenzione a materiali di questo tipo, sia nei contesti preistorici sia nelle conoscenze tradizionali e indigene contemporanee, potrebbe offrire spunti utili anche per la ricerca di nuove strategie contro l’antibiotico-resistenza.

Riferimento:

Siemssen T, Oludare A, Schemmel M, Puschmann J, Bierenstiel M. Antibacterial properties of experimentally produced birch tar and its medicinal affordances in the Pleistocene. PLOS One, 2026. https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0343618

In apertura: Il catrame di betulla si ottiene riscaldando la corteccia in condizioni povere di ossigeno. Nell’immagine centrale, il catrame condensato su una roccia ai margini di un focolare. Una volta raschiato, il materiale viscoso può funzionare come adesivo; nuovi esperimenti indicano inoltre una moderata attività antibatterica. Foto di Tjaark Siemssen, CC-BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/), via Eurekalert