Oltre la teca. La biodiversità tra archivi, bit e sguardi umanistici
Un libro racconta come la digitalizzazione delle collezioni naturalistiche stia trasformando erbari e musei in infrastrutture di ricerca globali, dove dati biologici, storia della scienza e competenze digitali si intrecciano per studiare la biodiversità
Titolo: Raccontare la biodiversità. Scienze umane e musei naturalistici
A cura di: Tiziana N. Beltrame, Elena Canadelli, Luca Tonetti
Editore: Carocci
Collana: Biblioteca di testi e studi
Anno: 2026
Pagine: 152 p.
EAN: 9788829032273
Cosa accade quando la storia della scienza, l’antropologia e la digitalizzazione entrano nei corridoi dei musei naturalistici italiani? Il volume Raccontare la biodiversità, curato da Elena Canadelli, docente di storia della scienza all’Università di Padova, insieme ai ricercatori Luca Tonetti e Tiziana N. Beltrame, offre una risposta che va ben oltre la semplice catalogazione tecnica.
Nato dall’esperienza del National Biodiversity Future Center, il libro documenta un’impresa imponente: la digitalizzazione di oltre quattro milioni di campioni d’erbario. Un’operazione che ha trasformato la sezione botanica del Museo di Storia Naturale di Firenze in un laboratorio d’avanguardia.
Ma non si tratta solo di numeri. Attraverso una lente multidisciplinare, gli autori ci mostrano come un reperto naturale sia in realtà un “oggetto di confine” (boundary object): un ponte tra passato e futuro, tra scienza pura e narrazione culturale. Secondo la Prof. Canadelli sono proprio gli oggetti di storia naturale a imporre questo doppio sguardo:
“Sono oggetti di scienza, utili per comprendere la natura, ma anche oggetti di storia, legati a precisi momenti politici, sociali e culturali che ne hanno determinato la raccolta e l’organizzazione”.
Questa doppia natura non riguarda solo il museo fisico. Diventa ancora più evidente nelle infrastrutture digitali. La digitalizzazione, infatti, non riguarda soltanto l’immagine di un campione, ma amplifica il ruolo dei metadati: informazioni come il luogo e la data di raccolta di una pianta, o il nome del raccoglitore, diventano elementi chiave per interpretare quei campioni. Per questo, sottolinea Canadelli:
“Progetti infrastrutturali di questa scala devono coinvolgere competenze diverse. Storici, naturalisti, archivisti e informatici. Solo così si può restituire la complessità di collezioni che sono allo stesso tempo scientifiche e storiche.”
Dal foglio d’erbario ai big data della biodiversità
Un foglio d’erbario dell’Ottocento può sembrare un oggetto fragile e silenzioso. In realtà contiene una quantità sorprendente di informazioni. Dati biologici, ecologici, biogeografici e genetici, ma anche tracce storiche delle persone che hanno raccolto e studiato quelle piante. Quando queste informazioni vengono messe in relazione con milioni di altri campioni conservati negli erbari del mondo, emergono nuove possibilità di ricerca. È possibile ricostruire come è cambiata nel tempo la distribuzione di una specie, individuare estinzioni oppure studiare variazioni nel periodo di fioritura legate ai cambiamenti climatici. Alcuni botanici immaginano persino la nascita di un grande “meta-erbario globale”. Un archivio digitale interconnesso e open access, capace di unire virtualmente le collezioni botaniche del pianeta e di accelerare le scoperte scientifiche necessarie per affrontare la crisi della biodiversità.
Un patrimonio diffuso, senza museo nazionale
Il libro affronta anche una questione storica interessante e poco nota al grande pubblico. L’Italia non possiede un grande museo nazionale di storia naturale come il Natural History Museum di Londra o il Muséum national d’Histoire naturelle di Parigi. La ragione è storica: questi grandi musei nazionali nascono soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento. In quegli stessi anni l’Italia appena unificata era impegnata a riorganizzare le proprie istituzioni politiche, amministrative e scientifiche. Il risultato è un sistema museale molto ramificato e diversificato: il territorio italiano è infatti costellato da numerosi musei civici e universitari, ricchi di collezioni, che sono però spesso difficili da coordinare.
Proprio qui entrano in gioco le infrastrutture digitali. Il libro spiega bene come piattaforme internazionali come Distributed System of Scientific Collections Research Infrastructure (DiSSCo) e Global Biodiversity Information Facility (GBIF) possano favorire la condivisione di standard, obiettivi e dati tra istituzioni diverse. Anche senza una struttura centrale fisica, se ben progettate e alimentate, le piattaforme digitali possono funzionare come una sorta di cabina di regia virtuale. Un modo per mettere in rete competenze, linguaggi e strategie comuni.
Le storie invisibili della digitalizzazione
La digitalizzazione massiva delle collezioni apre opportunità enormi. Ma porta con sé anche alcune criticità. Una di queste riguarda ciò che rischia di restare invisibile.
“Dietro un database o un QR code si nascondono spesso storie e figure poco riconosciute”, Canadelli racconta a Pikaia. “Donne che hanno contribuito alla raccolta dei campioni. Comunità locali da cui provengono le piante. Oppure le persone che oggi lavorano nei grandi processi di digitalizzazione, fotografando i campioni o trascrivendo i dati presenti sui cartellini.”
Per questo, in molti contesti internazionali si chiede oggi il riconoscimento della digitalizzazione come una vera professione museale e scientifica. Allo stesso tempo, nelle scienze umane cresce l’attenzione verso l’integrazione di fonti storiche e archivistiche nei database della biodiversità. L’obiettivo è evitare che la complessità culturale e storica delle collezioni venga appiattita in una semplice sequenza di dati.
Raccontare la biodiversità attraverso gli oggetti
Per chi insegna o comunica la scienza, le collezioni naturalistiche offrono un potenziale narrativo straordinario. Non sono soltanto depositi di dati biologici. Sono anche archivi di storie. Accanto ai campioni fisici esistono lettere, taccuini di viaggio, appunti di campo. Documenti che raccontano come la natura è stata osservata, raccolta e interpretata nel tempo. Secondo Canadelli, proprio questa dimensione materiale può aiutare a superare gli steccati disciplinari e a costruire progetti di ricerca e didattica realmente interdisciplinari:
“Le collezioni permettono di raccontare insieme la natura, la storia della scienza e le persone che hanno contribuito a studiarla. In questo modo anche i dati quantitativi acquistano un nuovo spessore narrativo. Parlare di biodiversità, in fondo, significa parlare anche della nostra storia. Del modo in cui abbiamo osservato, classificato, interpretato e trasformato il mondo naturale.”
Raccontare la biodiversità è un libro interessante e importante perché mostra come dietro ogni dato sulla natura esista una storia. Di oggetti, persone e conoscenze che collegano passato e futuro della ricerca.

Chiara Ceci, naturalista, si occupa di comunicazione della scienza. Fa parte del direttivo del Charles Darwin Trust ed è Fellow della Linnean Society. Autrice di “Emma Wedgwood Darwin. Ritratto di una vita, evoluzione di un’epoca” (Sironi, 2013).

