Le origini della paleontologia tra «ossa di drago, lingue di pietra e altri abbagli»
Diego Sala, giornalista e divulgatore scientifico, racconta il legame tra noi e i fossili e la storia delle origini della paleontologia nel suo libro pubblicato da Codice Edizioni.
Titolo: Ossa di drago, lingue di pietra e altri abbagli
Autori: Diego Sala
Editore: Codice Edizioni
Anno: 2025
Pagine: 320
Isbn: 9791254501368
Europa, Paleolitico inferiore. Esemplari del genere Homo si aggirano per il continente muniti del loro tipico strumento multiuso: il bifacciale, una selce lavorata in modo da ottenere lati taglienti. In tempi molto più recenti, nel villaggio di West Tofts, nel Norfolk, ne venne ritrovato uno molto particolare: al centro di questa goccia di pietra simmetrica c’era l’impronta di un mollusco bivalve. Era di un esemplare di Spondylus spinosus, specie vissuta nel Cretaceo superiore, più di 65 milioni di anni fa. Si trattava probabilmente di una delle prime testimonianze di un gusto estetico da parte degli esseri umani. Per lunghissimo tempo i fossili, in cui ci imbattevamo in maniera fortuita o alla ricerca di altro, hanno stimolato la nostra curiosità e hanno alimentato la nostra fantasia, facendoci inciampare in numerosi abbagli prima che ne comprendessimo la reale natura. Diego Sala, giornalista e divulgatore scientifico, racconta il legame tra noi e i fossili e la storia delle origini della paleontologia nel suo libro Ossa di drago, lingue di pietra e altri abbagli (Codice edizioni, 2025).
Culti, esseri fantastici e rimedi naturali
In origine i fossili sono stati parte di culti, creduti resti di creature fantastiche, draghi e non solo, e persino utilizzati come rimedi naturali. Scrive l’autore:
«Probabilmente gli umani paleolitici non avevano la più pallida idea di cosa fossero i fossili, anche se è possibile che abbiano cercato di darsi qualche risposta. In ogni caso, la strada ormai era presa: l’essere umano aveva messo gli occhi sui fossili e aveva scoperto che per qualche ragione non poteva più farne a meno».
Nel Medioevo i crinoidi, comunemente conosciuti come gigli di mare, divennero parte del culto di san Cutberto, monaco del VII secolo, poi vescovo dell’isola di Lindisfarne, nella contea di Northumberland. Secondo la leggenda, nelle notti di tempesta lo spirito del santo faceva comparire sulle spiagge i gigli di mare, che sembrano delle perline, affinché i fedeli le trovassero all’alba e le usassero come grani di rosario.
I resti di animali del passato potrebbero avere addirittura ispirato la mitologia classica. Sala riporta la teoria della storica Adrienne Mayor che, tra le fonti letterarie e iconografiche, cita un vaso corinzio del 550 a.C., decorato con la raffigurazione della lotta tra Ercole e il mostro di Troia. Quest’ultimo, secondo Mayor, richiamerebbe il cranio di giraffidi estinti, come Helladotherium e Samotherium, i cui resti abbondano nelle rocce costiere del mar Egeo. E, proprio nella vicina Cipro, ciò che rimaneva del corpo di un santo locale di nome Fanurio, fino al XX secolo, è stato estratto, polverizzato, disciolto in acqua e bevuto come rinvigorente. Solo che le ossa di Fanurio non erano altro che i fossili di una specie endemica di piccolo ippopotamo, Hippopotamus minor, numerosi in diverse aree dell’isola.
Una storia affollata in cui scoprire le voci meno ascoltate
Il passaggio dei fossili da oggetto leggendario e quasi esoterico a materia di studi scientifici è descritto come un processo graduale che sì è realizzato attraverso molteplici episodi intrecciati e personaggi ricorrenti. Nel corso dei secoli, menti particolarmente brillanti hanno tentato di scontrarsi con il pensiero dominante che non riusciva ad accettare che le specie potessero mutare e anche estinguersi: tra questi primi testimoni di una nuova visione della vita sulla Terra ci sono Erodoto, Avicenna, Leonardo da Vinci e Stenone. Fu nel Settecento che, finalmente, il seme piantato iniziò a emettere i primi promettenti germogli: Gottfried Wilhelm von Leibniz rifiutò le teorie che coinvolgevano un “creatore” e sostenne che i fossili erano resti di organismi vissuti in tempi passati, e George Cuvier, il fondatore della paleontologia dei vertebrati, sviluppò l’anatomia comparata come disciplina autonoma, utilizzandola per studiare e classificare gli animali, e rivoluzionò il pensiero scientifico affermando che le specie potevano estinguersi.
Le pagine di Ossa di drago ci presentano una trama fitta di conoscenze, credenze, persone, scoperte volontarie e serendipità, progresso e immobilismo. In questo avvicendarsi quasi frenetico di elementi, si riescono ad ascoltare anche voci che solo da poco stanno conquistando lo spazio che meritano nella narrazione scientifica. Incontriamo Mary Anning, che contribuì con i suoi ritrovamenti e i suoi studi a ricostruire la vita nei mari di un passato remoto, ed Elizabeth Philpot, sua amica e mentore. Osserviamo più da vicino il rapporto dei nativi americani con i fossili. Ad esempio, i Sioux credevano che le enormi ossa affioranti dal terreno — soprattutto dopo i temporali — fossero i resti dei cavalli del tuono, esseri celestiali che scendevano sulla Terra durante le tempeste e che li aiutavano nella caccia ai bisonti.
E poi fu paleontologia
Il libro si chiude nel momento in cui nasce la parola “paleontologia” e, dopo quasi un secolo di dibattiti, lo studio degli organismi estinti ottiene finalmente uno spazio riconosciuto tra le scienze. Nel frattempo, l’attrazione popolare per quelle creature scomparse non solo non si era affievolita, ma era cresciuta di anno in anno, alimentando ancora una volta curiosità e immaginazione.
Come afferma Sala:
«Il filo sottile che univa le prime intuizioni di Leonardo, Shen Kuo, Stenone e Scilla alle azzardate ipotesi di Hutton e Cuvier stava per diventare uno splendido tessuto multicolore. Nuove generazioni di paleontologi avrebbero raccolto il testimone lasciato da Anning, Buckland e gli altri “pionieri” per proseguire un cammino che si sarebbe fatto meravigliosamente intricato, biforcandosi in una gran quantità di sentieri e intrecciandosi con altrettante strade».
Si arriva così all’ultima pagina di Ossa di drago, dopo essere stati guidati negli albori della storia condivisa tra esseri umani e fossili: un percorso fatto di lampi di genio e abbagli, congetture rischiose e passioni durature, in cui la serendipità ha spesso indicato la via.

Laureata in Scienza e Tecnologie per la Diagnostica e Conservazione dei Beni Culturali, dottoressa di ricerca in Geomorfologia e Dinamica Ambientale, è infine approdata sulle rive della comunicazione. Giornalista pubblicista dal 2014, racconta storie di animali umani e non umani e dell’ambiente in cui vivono. Potete ascoltare i suoi consigli di lettura sul canale Telegram Il Trilobite legge o iscrivervi alla sua newsletter Foglie sparse, in cui troverete riflessioni su natura, animali, scienza e comunicazione.

