Quale futuro per la psicologia evoluzionistica? Recensione a La mente preistorica di Matteo Bedetti
Il saggio ripercorre i precedenti storici di questo programma di ricerca, i suoi presupposti teorici, i metodi e i casi studio più celebri, analizzandone la solidità epistemologica alla luce della biologia e della filosofia della scienza
Titolo: La mente preistorica. Indagine epistemologica sulla psicologia evoluzionistica
Autore: Matteo Bedetti
Casa editrice: Mimesis
Anno: 2025
Pagine: 268
ISBN: 9791222320960
Uscito a metà del 2025, La mente preistorica di Matteo Bedetti è una ricostruzione e una riflessione puntuali sulla psicologia evoluzionistica, soprattutto per come essa si è sviluppata nella cosiddetta Scuola di Santa Barbara. Questa disciplina, sviluppatasi tra gli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo e tutt’oggi ancora abbastanza popolare, ha come obiettivo quello di studiare i meccanismi piscologici umani, integrando alla psicologia cognitiva lo sguardo della biologia evoluzionistica. Attorno alla psicologia evoluzionistica sono emerse molte critiche e polemiche sia interne alle scienze della vita – riguardanti quindi i presupposti teorici e i successi della disciplina in merito alla spiegazione di determinati fenomeni mentali – sia esterne – riguardanti le ricadute morali e sociali di determinate tesi scientifiche. Per quel che riguarda le critiche all’interno del panorama degli studi di settore, esse si sono concentrate soprattutto sui presupposti evoluzionistici della disciplina, la quale ha spesso assunto come paradigma un adattazionismo molto marcato, e sulla rappresentazione della mente umana, che si è fondata spesso su una visione molto forte della teoria della modularità della mente. Per quel che riguarda le criticità esterne – non oggetto di esame del testo di Bedetti che si concentra invece sul primo tipo di problematicità – i detrattori della Scuola di Santa Barbara hanno accusato gli studi degli psicologi evoluzionistici di «fornire giustificazioni ad hoc dello stato di cose vigenti e di sostenere una visione conservatrice e reazionaria della natura umana» (p. 138). Tali accuse, sul piano morale e politico, sono accuse non di poco conto, soprattutto per la delicatezza e l’importanza di molti temi trattati dalla psicologia evoluzionistica, come ad esempio i temi dello stupro, delle differenze di genere riguardo la scelta del partner o dei ruoli di genere nelle cure parentali.
Bedetti, dottorando all’università Carlo Bo di Urbino, adotta nella sua ricostruzione della psicologia evoluzionistica una prospettiva rigorosamente interna, limitando quindi il raggio di analisi all’interrogazione dei fondamenti epistemologici e al vaglio dei limiti e delle potenzialità della disciplina. La posizione dell’autore intorno ai meriti della psicologia evoluzionistica si pone a metà strada tra l’entusiasmo incondizionato e le critiche distruttive. Alla psicologia evoluzionistica, da un lato, va riconosciuto il merito di aver tentato di legare lo studio della psicologia umana e delle strutture neurali con la ricostruzione storico-evolutiva di come tali strutture siano emerse e quindi di «studiare i meccanismi psicologici alla luce dell’evoluzione» (p. 237). Al contempo, però, tale disciplina ha prodotto una serie di risultati abbastanza discutibili. Questi risultati sono dovuti per Bedetti all’adesione degli scienziati a un paradigma fortemente adattazionista dell’evoluzione e soprattutto a un mancato aggiornamento della loro visione dei processi evolutivi e della mente umana, che risulta sia ancora ferma agli studi degli anni ’80 sia miope rispetto agli ultimi sviluppi della sintesi estesa.
La mente preistorica risulta un testo molto denso, che necessita di una lettura attenta; ma sono presenti numerosi paragrafi, all’inizio del libro e distribuiti lungo i capitoli, che spiegano anche al lettore meno esperto teorie e concetti fondamentali. A seguito dell’introduzione, infatti, il capitolo I spiega alcuni concetti dell’evoluzionismo e della psicologia cognitiva a fondamento della psicologia evoluzionistica, come quelli di adattamento, adattazionismo e modularità della mente. Il capitolo II ricostruisce la storia e i principi teorici della psicologia evoluzionistica, mentre il capitolo III riporta i contributi migliori della disciplina. Il capitolo IV riporta e analizza invece le principali critiche mosse sul piano epistemologico e su quello evoluzionistico. Nel capitolo V è presente invece una lunga intervista a Leda Cosmides, la fondatrice assieme a John Tooby della scuola di Santa Barbara. Nel capitolo VI e nelle conclusioni si ricapitola ciò che è emerso nelle pagine precedenti e si cerca di prospettare quali cambiamenti la psicologia evoluzionistica deve assumere per risultare una prolifica branca delle scienze psicologiche. È presente alla fine del testo anche un’appendice, che riporta in modo molto sintetico la nostra storia evolutiva come Homo, secondo quanto emerso dagli studi più recenti.
I principi della psicologia evoluzionistica
Anche se, come ribadito sopra, la psicologia evoluzionistica si sviluppa tra gli anni ’80 e ’90, Bedetti mostra brevemente come nella storia della biologia vi siano stati diversi predecessori della disciplina. Primo fra tutti, lo stesso Darwin aveva prospettato la possibilità di comprendere comportamenti e aspetti della psiche umana – anche – attraverso la ricostruzione di come tali tratti siano emersi durante la nostra storia evolutiva. E in tempi più recenti anche l’etologia e la sociobiologia hanno tentato di comprendere i comportamenti degli animali umani e non umani alla luce dell’evoluzione, cioè alla luce della loro storia e della loro funzione in termini evolutivi. Tali tentativi presentavano, però, approcci e presupposti molto diversi. Se l’etologia si concentra sulla descrizione e sulla spiegazione funzionale dei comportamenti, la sociobiologia concentra la sua analisi sui geni responsabili di questi ultimi e cerca di fornire una spiegazione in termini di dinamiche di popolazione. Per la sociobiologia i comportamenti sono quasi esclusivamente adattamenti plasmati dalla selezione naturale, vista come un agente ottimizzante che rende i tratti delle specie ottimali rispetto al loro ambiente di vita. Anche la sociobiologia, quindi, può essere definita come è stata definita nelle righe qui sopra la psicologia evoluzionistica: una scienza con un paradigma fortemente adattazionista.
Per adattazionismo si intende una visione scientifica, un paradigma interpretativo, dei processi evolutivi che vede la selezione naturale come la più importante e a volte unica forza evolutiva, dando poca rilevanza invece ad altri fattori, come vincoli strutturali, pleiotropia o deriva genetica. Tale paradigma assume quindi che la quasi totalità dei tratti siano adattamenti e che, per fornire una spiegazione adeguata dell’esistenza di tali tratti, si debba comprendere la funzione per cui essi si siano evoluti. Per molti biologi evoluzionistici, Gould e Lewontin tra tutti (qui scaricabile sul nostro sito un loro celebre articolo in merito tradotto), tale approccio rende la selezione naturale un agente ottimizzante con troppi pochi vincoli e ha come conseguenza una rappresentazione inadeguata degli organismi, descritti più come collezioni di tratti che come sistemi complessi e integrati. Anche a livello epistemologico, il paradigma adattazionista presenta molti problemi, uno fra tutti quello di risultare infalsificabile: infatti, in merito allo studio di un determinato tratto, a una specifica spiegazione adattazionista che risulta non più sostenibile dalle evidenze empiriche se ne può sempre trovare un’altra, rendendo quindi il principio impossibile da mettere in dubbio.
La visione adattazionista, però, può essere adottata secondo diverse prospettive. Si può adottare una forma di adattazionismo empirico, che si impegna a sostenere la precisa affermazione fattuale sul mondo, per cui quasi o tutti i tratti degli organismi sono adattamenti sviluppatisi con pochi vincoli strutturali. O ancora, si può sostenere un adattazionismo esplicativo, per cui il problema del design risulta il più importante quesito della biologia: gli adattamenti risultano quindi il target più importante delle scienze evoluzionistiche. E infine, esiste anche una forma di adattazionismo metodologico, che vede l’approccio adattazionista come il più prolifico da adottare nella ricerca, una guida euristica da seguire nell’impostazione iniziale della ricerca ma non strettamente vincolante.
La psicologia evoluzionistica adotta nel suo approccio alla ricerca un impianto adattazionista, con i diversi autori che oscillano tra le tre prospettive sopra delineate. Presenta svariate similarità con la sociobiologia, come l’adozione di determinati modelli esplicativi – ad esempio la selezione parentale e la teoria dell’investimento parentale –; ma diverge da essa su aspetti importanti. In primo luogo, introducendo la differenza tra adattamenti e tratti adattivi, la psicologia evoluzionistica differenzia tra la funzione per cui un tratto si è evoluto e l’eventuale utilità che conserva ancora nel presente. Un tratto di una specie, infatti, può esser stato selezionato per la sua utilità in termini di fitness in un determinato ambiente, ma non risultare più utile nel presente alla sopravvivenza degli organismi a causa di un cambiamento delle condizioni ambientali: il tratto quindi risulta essere frutto di un adattamento ma non risultare nel presente adattivo. Psicologia evoluzionistica e sociobiologia differiscono profondamente anche per via del campo di studi di fondo, dato che la sociobiologia si è concentrata maggiormente sui comportamenti, mentre la disciplina oggetto di studio del testo, essendo una branca della psicologia, studia i meccanismi psicologici sottostanti i comportamenti e ha un apparato sperimentale proveniente soprattutto dal campo delle scienze cognitive.
Oltre che basarsi sull’approccio adattazionista, la psicologia evoluzionistica, essendo un tentativo di unire studi sull’evoluzione e studi sulla mente, si basa anche su una particolare teoria nel campo delle scienze cognitiva, definita la teoria della modularità della mente. Per tale teoria, proposta per la prima volta nel 1983 dal filosofo della mente Jerry Fodor, la mente è composta, nella sua totalità o solo per i suoi distretti periferici, da strutture innate, definiti moduli. Questi ultimi sono definibili come dei sistemi aventi nove caratteristiche fondamentali: localizzati; soggetti a guasti selettivi; obbligatori; veloci; superficiali; innati; operanti su domini specifici; inaccessibili; informazionalmente incapsulati (cioè che durante i processi computazionali hanno accesso a informazioni presenti solo all’interno del proprio sistema e non fuori). La teoria della modularità della mente presenta versioni differenti nel corso della sua storia: la teoria di Fodor sosteneva la modularità solo dei distretti periferici e non di quelli centrali; la teoria della modularità massiva, sposata dalla biologia evoluzionistica, sostiene invece che tutta la mente sia modulare. Anche sulle caratteristiche fondamentali della modularità si è dibattuto, con diverse teorie che consideravano solo alcune delle 9 caratteristiche classiche come necessarie perché un sistema sia definibile come modulare. La definizione di modulo più utilizzata nella psicologia evoluzionistica è dello psicologo Carruthers: i moduli sono «sistemi di elaborazione isolabili e funzione-specifici, associati a determinate strutture neurali e le cui operazioni sono obbligatorie e possono essere sia incapsulate dal resto della cognizione che inaccessibili ad essa» (p. 54). Esistono sia argomenti a favore sia argomenti a sfavore della teoria della modularità massiva: in generale, non vi sono evidenze decisive a favore della definizione di Carruthers. Anzi, gli ultimi sviluppi delle neuroscienze hanno in parte messo in dubbio la concezione di una mente come composta a compartimenti stagna, rappresentata dagli stessi psicologi evoluzionistici attraverso l’immagine del coltellino svizzero, e hanno portato molti studiosi a sposare una visione delle nostre dotazioni mentali come sistemi altamente integrati.
Oltre che l’assunzione di questi due modelli teorici sopra esposti, cioè l’adattazionismo e la modularità della mente, la psicologia evoluzionistica – sintetizza Bedetti – presenta 5 principi fondamentali. Il primo fra tutti è l’assunzione che il cervello sia un sistema fisico che funziona come un computer, come un sistema computazionale. In secondo luogo si afferma che i circuiti neurali della nostra mente «sono stati progettati dalla selezione naturale per risolvere i problemi che i nostri antenati hanno affrontato durante la loro storia evolutiva» (p. 79). Anche se la selezione naturale ha plasmato i nostri moduli mentali per specifiche esigenze, possiamo però adoperare gli stessi meccanismi per risolvere problemi più recenti, mai presentatisi ai nostri antenati cacciatori e raccoglitori. Per tale motivo la psicologia evoluzionistica distingue tra il dominio proprio, «l’insieme di input per cui un modulo si è evoluto per processare» (p. 80), e il dominio reale, l’insieme dei possibili input che il modulo tratta nel presente. Come terzo principio, gli psicologi evoluzionistici assumono che non siamo consapevoli della maggior parte delle attività della nostra mente. Secondo il quarto principio, strettamente collegato alla visione modulare della mente, i diversi circuiti neurali sono specializzati per risolvere problemi adattivi diversi. La forma in cui questi meccanismi operano a livello computazionale, inoltre, è quella di proposizioni condizionali: se arriva un determinato input, allora seguire un determinato output. E infine, come quinto e ultimo principio, la psicologia evoluzionistica assume che la nostra mente e il nostro cervello siano nelle loro strutture uguali a quelli dei nostri antenati. Abbiamo quindi un cervello formatosi nelle varie ere geologiche fino al Pleistocene. Ciò comporta quindi una serie di mismatch evolutivi nel nostro ambiente altamente antropizzato, con pressioni selettive e input molto differenti dall’ambiente preistorico di cacciatori e raccoglitori. Siamo, per usare un’espressione colloquiale, uomini e donne delle caverne gettate in un mondo ormai globalizzato e high-tech.
Riassumendo, la psicologia evoluzionistica tenta di unire una visione adattazionista dell’evoluzione con una visione della mente modulare: emerge quindi un’idea della mente umana come un insieme di tante strutture cognitive isolate e incapsulate, evolutesi fino al Pleistocene per rispondere a specifici problemi adattivi ma non per forza tutt’oggi ottimali per rispondere alle esigenze del presente.
Problematiche, critiche e prospettive
Come in precedenza accennato, le critiche “interne” alla comunità scientifica nei confronti della psicologia evoluzionistica sono risultate nel corso del tempo numerose e aventi come obiettivi polemici anche i cardini su cui la disciplina si è fondata. Le critiche hanno coinvolto sia l’aspetto evoluzionistico che quello concernente le scienze cognitive e si sono concentrate sia sul piano della teoria sia sul piano metodologico.
Uno dei punti più critici dal punto di vista evoluzionistico concerne la ricostruzione dell’ambiente in cui certi tratti sono emersi. Le diverse ricostruzioni fornite dai vari studi di psicologia evoluzionistica, infatti, sono spesso risultate troppo generiche e spesso non corroborate da evidenze: tali criticità sono dipese da una serie di ragioni, concernenti sia la disciplina che le specificità dei periodi geologici. Concentrandoci sui limiti derivanti dagli errori degli psicologi evoluzionistici, gli studiosi di questa disciplina sono spesso stati “affetti” da “Pleistocentrismo”: hanno cioè ridotto, quasi o totalmente, il range di studio dell’evoluzione umana e degli adattamenti della nostra psiche al solo periodo del Pleistocene, tralasciando le altre ere geologiche. Come è ovvio però, è impossibile ridurre la storia della mente umana alla sola evoluzione di Homo, dato che condividiamo tanti geni e tratti fisici e psicologici con il resto degli altri animali, primati in primis. Anche se autori come Cosmides e altri rappresentanti della Scuola di Santa Barbara hanno cercato di allargare a tutta la storia evolutiva la loro ricerca con l’espressione “Ambiente di adattamento evoluzionistico”, le ricostruzioni degli studiosi sono spesso andate a vertere quasi esclusivamente sul Pleistocene. Oltre alle criticità del pleistocentrismo, si aggiunge anche una descrizione spesso sommaria del Pleistocene stesso e delle abitudini dei nostri antenati attestabili in quel periodo. Spesso descritte con l’espressione savannah hypothesis, le ricostruzioni della psicologia evoluzionistica raffiguravano gli ambienti del Pleistocene come perenni savane rade e ampie e congetturavano per la nostra specie una serie di compiti e problematiche molto specifiche e non modificatesi nel tempo. Oggi, invece, sappiamo che il Pleistocene è risultata un’era fortemente variabile dal punto di vista climatico e dal punto di vista degli ecosistemi e, di conseguenza, i nostri antenati dovevano necessariamente disporre di molta elasticità nei comportamenti e nelle soluzione alle sfide ambientali.
Questa attestata variabilità del Pleistocene risulta particolarmente problematica da gestire per i presupposti della psicologia evoluzionistica, dato che l’idea stessa di moduli mentali evolutisi per problemi estremamente specifici risulta meno plausibile in un ambiente con pressioni evolutive molto variabili.
Un altro dei punti più critici risulta la pretesa di universalismo della psicologia evoluzionistica. I vari studiosi della disciplina hanno, infatti, supposto o non riuscito a fornire una spiegazione adeguata dell’assunto che le menti dei vari esseri umani risultino, dai moduli specifici fino ad alcune preferenze di genere o alimentari, sia uniformi sia ferme all’architettura dei nostri antenati nel Pleistocene.
Passiamo ora ad alcune criticità che emergono attorno alla visione della mente e del cervello della psicologia evoluzionistica. Seguendo gli ultimi sviluppi sia delle scienze cognitive sia degli studi di genetica, epigenetica ed evo-devo, la mente viene ora sempre meno considerata come una grande architettura composta da una miriade di moduli ben specifici e determinati da rigide regole di sviluppo. Di pari passo con le tesi circa la plasticità del cervello, oggi, infatti, alla mente si attribuisce una straordinaria capacità di apprendere e integrare modelli e schemi comportamentali dall’esterno. Una delle teorie più accreditate in tal senso è stata elaborata dagli studiosi Francesco d’Errico e Ivan Colagè: l’evoluzione cognitiva non procede tramite l’insorgenza di moduli specifici, ma attraverso il riutilizzo di strutture già esistenti. Anche i nostri comportamenti risultanti altamente adattivi, più che essere frutto di strutture triggerate da specifici input esterni, sembrano essere oggi sempre di più il risultato dell’azione combinata di una serie di esattamenti di precedenti pratiche culturali e della capacità umana di padroneggiare fino all’automatismo abilità apprese culturalmente. E quindi, anche questa visione “plastica” sia dell’evoluzione delle strutture cognitive sia dello sviluppo cognitivo individuali risulta problematica per la psicologia evoluzionistico e la sua visione a moduli della mente.
Concludendo e cercando di riassumere la serie di critiche e di problematiche, la psicologia evoluzionistica, seppur molto diffusa negli studi di settore, presenta ancora numerose criticità da superare. Sia l’adattazionismo sia la modularità della mente – i presupposti della disciplina – risultano approcci teorici oggi molto discussi e discutibili, mentre molte delle assunzioni e delle tesi portate avanti dagli studiosi del settore risultano debolmente corroborate da evidenze di qualche tipo. Bedetti riconduce tali problematicità alla incapacità da parte degli psicologi evoluzionistici di stare al passo con l’evoluzione delle scienze biologiche e di riuscire a integrare una prospettiva storica all’interno del proprio paradigma.
La psicologia evoluzionistica si trova in difficoltà a dialogare, soprattutto, con alcuni dei più promettenti filoni della cosiddetta sintesi estesa, cioè di quella serie di innovazioni nel campo delle scienze biologiche che ha assunto un’impronta marcatamente pluralista. Dai presupposti essenziali della sintesi moderna, che si basava sull’unione tra una specifica formulazione della teoria della selezione naturale e gli studi di genetica, la sintesi estesa ha enormemente allargato nel paradigma della biologia l’impianto e gli assunti di base, introducendo tantissime innovazioni al fine di poter descrivere una storia rilevatasi sempre più complessa come l’evoluzione della vita sulla terra. Tra queste innovazioni, un posto in prima fila è occupato dagli studi sull’evoluzione culturale, che hanno posto la cultura come una delle forze trainanti del cambiamento evolutivo stesso, e dalla teoria della costruzione di nicchia, che hanno descritto l’organismo con i suoi comportamenti come un fattore attivo di modifica del proprio ambiente. Sotto le innovazioni di questi due innovativi filoni, gli organismi sono diventati agenti attivi di modifica degli ambienti e non solo meri individui scrutinati dalla selezione naturale. La cultura e l’apprendimento, nell’attuale panorama di ricerca, diventano quindi fattori essenziali per comprendere la sopravvivenza degli animali e delle loro modifiche all’ambiente, tanto che si parla oggi di co-costruzione geni-cultura. La psicologia evoluzionistica non riesce a integrare questa nuova descrizione della cultura come fattore attivo in campo evolutivo, non vincolato fortemente al patrimonio genetico e persino retroattivo sul patrimonio ereditario: in poche parole, essa non riesce a riconoscere la cultura come «una forza travolgente e autonoma, invece che […] fortemente dipendente dalla nostra psicologia evolutiva» (p. 230).
Nelle problematiche ora esplorate, però, Bedetti vede anche le potenzialità inespresse capaci di impostare una nuova fase di una psicologia evoluzionistica, realmente in grado di rispondere al proposito di unire studi sull’evoluzione e studi sulla mente umana. Se infatti nella disciplina si riuscisse a eliminare o ridurre l’approccio adattazionista e a presentare una descrizione della mente umana più in linea con le attuali ricerche in campo evoluzionistico e neuroscientifico, allora sarebbe possibile iniziare un lavoro di reale integrazione delle conquiste di questi due ambiti scientifici, tra loro ancora non molto comunicanti. La linea traccia da Bedetti risulta auspicabile, ma sarà solo lo sviluppo storico della disciplina che potrà dirci se tale potenzialità saranno espresse.
La difficoltà del rapporto tra scienza e società
Per scelta dell’autore, La mente preistorica affronta solo le questioni interne, cioè le problematiche epistemologiche e i risultati in campo esplicativo delle ricerche della psicologia evoluzionistica. Le ricadute sociali e le possibili giustificazioni a tesi politiche discutibili non sono quindi oggetto di analisi del testo. Ciò è ovviamente una scelta legittima, soprattutto dato che non sarebbe bastato un solo testo per esaurire tutti gli argomenti intorno alla psicologia evoluzionistica.
Addentrarsi nelle questioni inerenti i rapporti tra la scienza da un lato e la politica e la società dall’altro vuol dire affrontare un tema estremamente difficile, le cui solo premesse necessitano di un lavoro lungo e ben documentato. Per comprendere la complessità di questi temi, basti pensare che scienza e società non sono due poli separati: la scienza è anche un prodotto e un’istituzione della società, indagabile quindi anche con gli strumenti delle scienze storiche e sociali. Nella maggior parte dei casi, quando ci interroghiamo sul rapporto tra scienza e società, a noi però interessa un dubbio specifico, molto importante per comprendere quanto possiamo “affidarci” agli studi scientifici. Ci chiediamo, nello specifico, quanto analisi e tesi scientifiche prodotte per fornire una descrizione dei fenomeni siano influenzate dalla cultura e da determinati interessi sociali e politici e quali e che tipo di rapporti intercorrono tra la comunità scientifica e le altre comunità. La scienza può essere interpellata e a volte anche strumentalizzata da politica e società, a volte giustificando sistemi di oppressione e sfruttamento ben più vecchi di specifiche teorie: si pensi, ad esempio, al razzismo ottocentesco, che ha legittimato lo sfruttamento razziale e coloniale ben più antico, o al razzismo differenzialista o culturale, che ha preso il posto nel dopoguerra a un razzismo non più sostenibile basato sulla biologia (sul tema rimando alla nostra recensione di Il ritorno della razza). D’altro canto, però, anche i sistemi sociali e politici esterni possono influenzare la produzione interna scientifica: ad esempio, per ricordare un meccanismo abbastanza conosciuto, gli scienziati e le scienziate possono essere inficiati da vari bias e pregiudizi; o ancora i finanziamenti privati e pubblici possono orientare in modo significativo l’agenda scientifica.
Come detto dallo stesso autore, la psicologia evoluzionistica prende in esame problemi molto delicati dal punto di vista etico e sociale. Ad esempio, David Buss e colleghi hanno condotto vari studi sulle preferenze delle persone nella scelta dei loro partner. La raccolta dati è avvenuta attraverso la somministrazione a individui appartenenti a culture diverse di un questionario, in cui si dovevano classificare alcune caratteristiche del partner in ordine di preferenza. Si è visto che, se alcune caratteristiche cambiavano nell’ordine di preferenza da individuo a individuo o da un gruppo culturale a un altro, alcune preferenze risultavano però diffuse trasversalmente tra culture e si evincevano delle differenze ricorrenti tra individui socializzati al genere maschile e a quello femminile. In particolare, caratteristiche come la giovane età erano maggiormente apprezzate maggiormente dagli uomini e quindi poste più in alto nella classifica delle preferenze; caratteristiche come la sicurezza economica, invece, erano più in altro nella lista di preferenze femminili rispetto a quelle maschili. Gli studiosi, Buss compreso, hanno cercato di spiegare tali differenze, ipotizzando l’esistenza di specifici moduli differenziati tra i generi e riconducibili a diversi ruoli sociali svolti nel Pleistocene da donne e uomini.
I risultati e le conclusioni di questi studi risultano, però, problematiche su diversi punti. Le differenze tra generi nella preferenza di una specifica caratteristica non risultano universalmente accettate: quello che si evince sono delle tendenze statistiche sulle preferenze, ma non vi è unanimità di giudizio tra membri dello stesso genere. Anche il peso dato a queste differenze, inoltre, risulta eccessivo. Le prime dieci caratteristiche selezionate nei vari questionari risultano in media le stesse tra i rappresentanti dei due generi. Le caratteristiche considerate come genere-specifiche risultano invece in una posizione relativamente bassa nell’ordine di preferenze e, tra l’altro, il loro posizionamento in media non risulta così diverso tra i generi: ad esempio, se in media per gli uomini la disponibilità economica è posta al tredicesimo posto nelle preferenze, per le donne queste caratteristica è al dodicesimo. Oltre che dare un peso eccessivo a queste differenze, lo studio passa in modo fin troppo semplicistico a una conclusione di tipo evoluzionistico, senza vagliare possibili cause sociali e culturali. Le differenze nella scelta del partner possono essere il riflesso di un assetto sociale e culturale di tipo patriarcale, diffuso in quasi tutte le culture, per cui il lavoro domestico viene affidato alle donne e il lavoro produttore di ricchezze affidato agli uomini: le preferenze sarebbero quindi più che altro il riflesso di disuguaglianze sociali ed economiche, agenti a livello strutturali e radicate nel nostro inconscio. Infine, tali studi «sembrano basarsi su una rigida divisione dei ruoli di genere» (p. 187), non corroborata ma anzi messa in dubbio dalle ricerche paleoantropologiche più recenti.
Quest’ultima critica, penso, mostra un elemento di interesse per le scienze sociali. Se le ricerche paleoantropologiche possono dirci se una determinata ricostruzione delle abitudine dei nostri antenati sia attendibile o meno, le scienze sociali a volte possono darci indizi sul perché si sono formate e date per scontate descrizioni fallaci. Nel caso dei ruoli di genere, le differenze assunte come ancestrali sono le differenze di genere della nostra storia europea, ma retrodatate all’inizio della storia della nostra umanità: in questo caso, si può parlare di bias sociali nella ricerca. Facendo suonare un campanellino di allarme sulle assunzioni indebite, gli studi sociali possono aiutare studi anche di settore diverso e possono aiutare, in un dialogo molto difficile da imbastire, le ricerche biologiche.
Conclusioni
Nella sua ricostruzione della psicologia evoluzionistica, Bedetti risulta estremamente puntuale e fornisce in questo modo un testo essenziale per addentrarsi nelle questioni interne alla disciplina. Nei riguardi del futuro della psicologia evoluzionistica come disciplina, l’autore auspica non un totale superamento della scuola di Santa Barbara ma una sua riforma, che, dati i presupposti citati dall’autore, definirei alquanto profonda.
Ribadendo la validità del testo di Bedetti, concludo la recensione del testo con mia personale domanda circa il futuro della psicologia evoluzionistica. Riprendendo quanto detto in La mente preistorica, credo che una psicologia evoluzionistica che imbocchi la strada auspicata da Bedetti vada incontro a un processo di trasformazione profonda, con molti dei suoi fondamenti epistemologici rivisti e con l’inserimento non facile di studi come quelli dell’evoluzione culturale e dei più recenti campi delle neuroscienze. Alla luce di queste modifiche, sembra al sottoscritto che cambi la definizione stessa dell’oggetto di studio della psicologia evoluzionistica: la “natura umana” come intesa dalla psicologia evoluzionistica sembra diventare un’altra cosa; essa sembra non essere più descrivibile alla stregua di un computer avente in dotazione moduli specifici ma come un sistema molto più cangiante e aperto. E quindi, alla fine di questo possibile processo di trasformazione, tale disciplina potrà ancora essere definita psicologia evoluzionistica? Solo il futuro della ricerca, però, potrà dare risposta a questa domanda.
Ho conseguito la laurea triennale in filosofia presso la Federico II di Napoli nel 2019 e nel 2022 ho
conseguito la laurea magistrale in scienze filosofiche presso L’università Statale di Milano con una
tesi su alcuni risvolti filosofici della teoria di Darwin. Le aree di maggiore interesse per me sono gli
studi su Darwin e la filosofia della biologia, soprattutto rispetto ai temi di filosofia della scienza. Al
momento sono borsista per un progetto di collaborazione editoriale e di ufficio stampa presso
l’Istituto Italiano degli Studi Filosofici.

