Alla riscoperta del “ruolo” delle donne nella preistoria: evidenze fisiologiche di una resistenza straordinaria

Secondo i recenti studi, il ruolo della donna nella preistoria è tutto da riscrivere. Infatti, le differenze biologiche tra uomo e donna non provano una superiorità fisica maschile ma solamente una diversità. I potenziali vantaggi fisiologici nelle donne getterebbero le basi per una nuova visione del ruolo femminile nella preistoria e nel presente.

Tuttora è dura a morire l’ipotesi che la donna nella preistoria occupasse un ruolo secondario rispetto all’uomo, il solo a dedicarsi alla caccia con la quale era in grado di procurare cibo agli altri componenti del gruppo. Abbiamo l’immagine della donna del lontano passato come una figura passiva, confinata nella grotta in attesa del suo ritorno.

È stato però ipotizzato che, per esempio durante la gravidanza o dopo il parto (quando è essenziale accudire il bambino appena nato, anche se non è necessario che sia esclusivamente la madre a farlo), le donne si dedicassero insieme ai piccoli alla creazione delle tantissime pitture rupestri rinvenute. Non avrebbero quindi passivamente accudito la prole in attesa del ritorno dell’uomo, ma fatto emergere attraverso l’arte la loro fantasia insieme a quella dei bambini. Infatti, studiando moltissimi stencil di mani umane, l’archeologo Dean Snow, ha potuto stabilire che, per dimensioni e forma, le mani dipinte fossero di donna.

Ma nella preistoria le donne non erano solo artiste. Nelle moderne popolazioni di cacciatori-raccoglitori, come gli Agta Nanadukan delle Filippine, le donne cacciatrici cacciano con cani e archi fino alle ultime fasi della gravidanza, per poi tornare a cacciare dopo pochi mesi dal parto. Questo suggerisce che anche le donne preistoriche non fossero relegate a un singolo ruolo (madri e custodi del focolare) solo perché “biologicamente predisposte”.

Esiste inoltre il cosiddetto allevamento cooperativo, per il quale l’uomo (investimento paterno), la famiglia, i coetanei (alloparenting) e la madre della donna (ipotesi della nonna) contribuiscono alle cure dei bambini dandole sia aiuto materiale che morale, permettendole così di partecipare ad altre attività. È del tutto plausibile che questa cooperazione sia intrinseca nella nostra natura sociale, e che anche nella preistoria le donne abbiano avuto questa possibilità.

Grazie alle ormai copiose analisi biologiche e archeologiche l’idea di una figura “passiva” comincia quindi a sgretolarsi. Dai pesanti strati di false ideologie ne emerge una tutta nuova: quella di una donna indipendente, artista, cacciatrice, non relegata a un ruolo univoco. Una nuova immagine, sostenuta dallo studio condotto dall’antropologo Mark Dyble e colleghi, che ci suggerisce, forse, una uguaglianza senza preconcetti, una cooperazione tra uomo e donna purtroppo persa nel corso del tempo, ma che è necessario riscoprire per capire ancor meglio il processo evolutivo umano.

Donne cacciatrici: perché è possibile

Le antropologhe Cara Ocobock e Sarah Lacy, pubblicate sulla rivista American Anthropologist ci dicono esplicitamente che il mito dell’uomo cacciatore e della donna passiva non è sostenuto da evidenze scientifiche. Storicamente, nello studiare le differenze biologiche tra uomo e donna, si è sempre evidenziata la superiorità del primo, fisicamente più adatto al ruolo di cacciatore per forza e resistenza. I nuovi studi invece suggeriscono potenziali vantaggi fisiologici nelle donne, che getterebbero le basi per una nuova visione del ruolo femminile nella preistoria e nel presente.

I dati biologici analizzati dalle studiose provano infatti che le donne hanno una straordinaria capacità di svolgere compiti fisici ardui in condizioni estreme, poiché dotate di una notevole resistenza fisica. Inoltre, è significativo il fatto che si osservano molte più differenze biologiche all’interno di un gruppo dello stesso genere piuttosto che tra gruppi di donne e uomini.

Le basi biologiche della resistenza fisica delle donne

Sono stati analizzati specifici aspetti biologici che hanno rivelato una fisiologica uguaglianza tra uomini e donne, dimostrando che le differenze (pur presenti) riguardano le capacità di risposta e non sono tali da “ancorare” un sesso ai ruoli stereotipati a cui siamo abituati.

Sono state osservate, per esempio, differenze nella composizione delle fibre muscolari. Le donne tendono ad avere più fibre muscolari di tipo I, mentre gli uomini hanno in genere più fibre di tipo IIa. Le prime sono quelle a contrazione lenta che producono energia più lentamente e quindi più adatte alla resistenza.

Le fibre di tipo IIa, dette anche glicolitiche ossidative rapide, sono sostanzialmente in grado di produrre energia a velocità, potenza e tempo di affaticamento intermedi.

Altra conosciuta differenza fisiologica è il diverso livello di estrogeni (ormoni sessuali femminili) presenti nell’organismo di donne e uomini; nelle prime sono presenti a livelli elevati, negli uomini è invece presente il testosterone come ormone sessuale caratterizzante e a livelli maggiori rispetto agli estrogeni.

Gli estrogeni sono ormoni necessari in tutti gli esseri umani perché svolgono numerose funzioni. Il loro ruolo nel metabolismo degli acidi grassi determina nelle donne una particolare resistenza durante l’attività fisica. Sappiamo che questo oggi può influenzare le prestazioni atletiche, nel passato poteva avvantaggiare le donne cacciatrici.

Questi ormoni, infatti, permettono di utilizzare gli acidi grassi immagazzinati rispetto al glicogeno (riserva del glucosio) e questo può essere a tutti gli effetti considerato un vantaggio in quanto l’utilizzo preferenziale di acidi grassi ritarda l’affaticamento e preserva scorte di glicogeno che possono essere utilizzate in seguito a un’attività faticosa e di lunga durata.

Inoltre, recenti studi hanno dimostrato che gli estrogeni possono favorire il flusso sanguigno e l’angiogenesi (generazione di vasi sanguigni) nel muscolo scheletrico e questo porterebbe a un recupero più veloce dopo un’eventuale lesione.

Anche dal punto di vista fisico la donna è quindi ben lontana dall’essere “inferiore” e aveva quindi le capacità necessarie per partecipare ad attività intense come appunto la caccia.

A cosa serve questa straordinaria resistenza?

Per quale motivo, però, il corpo femminile si trova in un certo senso pre-adattato a sostenere sforzi anche molto intensi? Le studiose rispondono al quesito focalizzando l’attenzione sulla gravidanza: è necessario che una donna incinta abbia una maggiore resistenza per poter conciliare tutte le attività e portarla a termine. Per questo servono una serie di caratteristiche strutturali e metaboliche. Queste però risulterebbero vantaggiose anche fuori dalla gravidanza, compatibili con lo svolgimento di attività come la caccia, la raccolta, la costruzione di utensili, ecc…

Secondo le studiose non dovrebbe sorprendere questa straordinaria capacità di resistenza: è da questo adattamento che dipende la sopravvivenza della nostra specie.

Escluse a priori dall’essere considerate cacciatrici, relegate alla maternità e alla raccolta da presunti vincoli biologici: i nuovi dati riassunti dalle antropologhe aiutano a demolire un altro stereotipo e a rivedere le nostre convinzioni in merito alla divisione del lavoro su base sessuale.

Riferimenti: Ocobock, Cara and Sarah Lacy. “Woman the hunter: The physiological evidence.” American Anthropologist, vol. 126, no. 1, 1 Mar. 2024, pp. 7-18, doi:10.1111/aman.13915. https://anthrosource.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/aman.13915

Immagine: Foto di Robin Hutton, via Flickr con licenza CC BY-NC-ND 2.0 DEED