“I pesci non esistono”: la scienza, il caos e il senso della vita

Tra sistematica dei pesci, biografia scientifica e cadute ideologiche, Lulu Miller trasforma la storia di David Starr Jordan in una riflessione su caos, resilienza e relazioni umane

Titolo: I pesci non esistono

Autrice: Lulu Miller

Traduttore: L. Fusari

Pagine: 216, di cui 17 di bibliografia

Anno: 2020, ristampa 2025

Se esistesse una categoria libri inclassificabili, questo occuperebbe di certo un posto al suo interno. In una recensione del Guardian viene definito come una “cornice che contiene un memoir, una storia d’amore, filosofia, psicologia, cronaca nera, un reportage di grande impatto e un’interessante analisi del significato della vita”, il tutto in meno di 200 pagine.

Quando ho incontrato questo libro, il suo titolo mi ha subito fatto pensare a certi dibattiti di anni passati attorno alla sistematica filogenetica (in gergo: cladistica), ma mi sono risposto da solo “non si può scrivere un libro su questi argomenti, chi lo leggerebbe?”.

Be’, io l’ho comprato e l’ho letto, per scoprire che sì, si parla di quella cosa suggerita dal titolo, e anche – molto brevemente – del problema che divenne noto con il nome il salmone, la vacca e il dipnoo, ma i dibattiti sulla cladistica occupano ben poco spazio nel libro (con grande sollievo, immagino, delle persone disinteressate alla sistematica). In due parole: uno dei primi sostenitori della cladistica (siamo nei primi anni ottanta del secolo scorso, se ben ricordo) per sostenere in modo provocatorio le sue tesi si chiese se un dipnoo (un “pesce” polmonato appartenente ai sarcopterigi) fosse più affine a (leggi parente di) una mucca, o a un salmone, concludendo – con buone ragioni – a favore della prima ipotesi. Se così stanno le cose – sostenevano i sistematici filogenetici – allora fare un raggruppamento sistematico “pesci” non ha senso perché sarebbe un raggruppamento che si basa su caratteri primitivi, parafiletico, un aggettivo che per i cladisti contiene il massimo disprezzo.

Ma questo non è un libro di sistematica (che ne occupa, diciamo, meno del 5%). Ma non è nemmeno un racconto della vita dell’autrice, che è una giornalista radiofonica scientifica abbastanza nota negli Stati Uniti (diciamo che questa parte occupa il 20% del libro).

Racconta Miller che un giorno, a sette anni, chiese al padre, un biochimico accademico: «Che senso ha la vita?». E il padre rispose: «la vita non ha senso». Quella risposta lasciò una traccia indelebile nella vita dell’autrice. Un altro insegnamento che ricavò dal padre era che – a causa della seconda legge della termodinamica – il caos nell’universo non può che aumentare. Risultato: un tentato suicidio da adolescente.

In cerca di qualcosa a cui aggrapparsi, la ventenne Miller, che si stava formando come giornalista scientifica, incappò in David Starr Jordan (1851 – 1931), il padre della sistematica dei pesci, che potrà vantarsi di aver descritto, al termine della sua carriera e con i suoi numerosi allievi, circa un quinto delle specie di pesci note. La concretezza di un sistematico, che disseziona i viventi e li incasella al loro posto, le sembrò un magnifico antidoto contro il caos e l’inutilità della vita.

La storia di Jordan occupa il 60% del libro. Apparentemente l’autrice è conquistata dal fatto che uno scienziato – e dunque una persona convinta che il mondo vada verso il caos – si sia rialzato infinite volte nella sua vita da colpi micidiali. La prima collezione di pesci conservati in alcol distrutta da un incendio, una seconda collezione distrutta dal terremoto di San Francisco del 1906, la perdita della prima moglie e di due figli. Ma David Starr Jordan ogni volta si tuffa nel lavoro con rinnovato ardore, sviluppando uno scudo di ottimismo. Un passo dopo l’altro, con quella rapidità che forse solo gli americani hanno, Jordan scala il potere accademico fino a diventare rettore dell’Università di Stanford, appena istituita da una coppia di miliardari. Dunque la nostra Lulu Miller ha trovato un modello da seguire? Neanche per sogno: Jordan, introdotto alle Scienze Naturali da Louis Agassiz, feroce antidarwiniano e sostenitore della non-umanità dei neri, riuscirà ad accettare l’evoluzionismo darwiniano, ma si libererà mai dall’idea della scala della natura instillatagli dal suo maestro, e diverrà uno dei maggiori sostenitori dell’eugenetica negli Stati Uniti.

Seguendo le tracce dei misfatti causati dalla rigida applicazione del darwinismo sociale e dell’eugenetica propugnati da Jordan, l’autrice arriva ad una testimone delle sterilizzazioni forzate (“oltre sessantamila sterilizzazioni praticate in tutta l’America, legalmente e contro la volontà delle vittime, nel nome del «benessere collettivo».”) Questo incontro costituisce, per l’autrice, il punto d’arrivo delle sue riflessioni sulla vita. La “sopravvissuta” ai programmi di sterilizzazione forzata vive con un’altra sopravvissuta, che lei aiutò in passato, e che ora si occupa di lei. Ecco, l’esistenza di una rete fra gli umani, che si sostengono a vicenda, che gli eugenisti non riuscivano nemmeno a considerare, è una ragione per vivere. “Il principio del tarassaco! A seconda di chi lo giudica, il tarassaco può essere una comune erbaccia, ma anche molto, molto di più.” Per un erborista è una medicina, per un pittore è un pigmento, per un hippie una corona, per un bambino un soffione con un desiderio da esprimere.

Questa è la morale di questo strano libro, che inizia considerando David Starr Jordan come un modello di resilienza da seguire, lo smonta, dopo aver seguito passo passo la sua vita, un pezzo dopo l’altro (la “sua” categoria tassonomica distrutta dai cladisti; il suo appoggio senza limiti all’eugenetica con le sue drammatiche conseguenze; il sospetto di un suo coinvolgimento nell’omicidio della signora Stanford) per finire a capire che la ragione della vita sta nelle relazioni.