Le specie Lazzaro, tra estinzioni presunte e riscoperte inattese

Nel suo nuovo saggio, Nicola Anaclerio racconta alcune delle più sorprendenti “specie Lazzaro”: organismi creduti estinti e poi riapparsi, offrendo un viaggio divulgativo tra biogeografia, zoologia e biodiversità

Nel suo nuovo saggio Nicola Anaclerio racconta alcune delle più sorprendenti “specie Lazzaro”: organismi creduti estinti e poi riapparsi.

Titolo: Le specie Lazzaro. Storie di estinzioni e riscoperte

Autore: Nicola Anaclerio

Prefazione: di Marco Di Domenico

Editore: Dedalo

Pag.: 142

Pianeta biodiverso. Tempi diacronici. L’effetto Lazzaro riguarda quelle specie dei vari regni che ritenevamo estinte e che inaspettatamente rispuntano fuori in periodi successivi, lasciandoci di sasso. Magari hanno continuato a vivere in ambienti quasi inesplorati o che conosciamo poco (come gli abissi marini), oppure sono costituite da pochissimi individui sopravvissuti in habitat remoti oppure l’estinzione era solo supposta in base a errori di classificazione. Grazie alla tenacia di alcuni biologi e naturalisti vi è stata una “riscoperta” e vanno via via aggiornate l’evoluzione e la geografia delle vite sulla Terra. L’esempio più noto e clamoroso è quello del celacanto, la Latimeria chalumnae, un pesce di cui conoscevamo solo i reperti fossili (risalenti a 350-80 milioni di anni fa) e che si riteneva, quindi, estinto nel Cretaceo (all’epoca dei dinosauri, per capirsi meglio). Fu, invece, pescato casualmente al largo delle coste del Sudafrica (nei pressi di East London) alla fine del 1938, la scoperta zoologica del secolo di una creatura “giurassica”; per poi essere riavvistato a fine 1952 presso le isole Comore nel bacino oceanico Indiano occidentale e, successivamente, ancora lì e altrove; addirittura filmato nel suo habitat naturale da una squadra di National Geographic. Le forme attuali sono differenti da quelle fossili: corpo massiccio e robusto, coperto di squame dure; pinne lobate, uniche per la loro struttura simile a un arto; lunghezza anche di poco meno di due metri e peso fino a novanta chili; acque profonde e vita notturna per nutrirsi; ovoviviparo, raggiunge talora oltre i sessant’anni di età. Oggi non sappiamo bene quanti celacanti sopravvivano nei mari, si ipotizza che siano tra cinquecento e mille esemplari, resta un animale raro e prezioso: la IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) lo ha inserito nella lista rossa delle specie in pericolo critico. Non è l’unica specie Lazzaro (da cui il titolo).

Il naturalista Nicola Anaclerio, cresciuto a Bari e docente in Toscana, è un esperto di piante carnivore e da quasi un decennio scrive spesso per la divulgazione scientifica, dedicando ora un sintetico volume allo “specifico” argomento degli organismi ritenuti estinti e inaspettatamente riscoperti, che contano oltre 300 casi circa negli ultimi 120 anni. La narrazione è distinta in dieci capitoli, ognuno dedicato a una singola specie (con relativa scheda d’identikit); prevalentemente ma non solo, perché l’autore coglie lo spunto per trattare teorie o personalità della biologia evoluzionistica, per accennare ad altre specie e segnalare notizie curiose connesse. Dopo il celacanto, il capitolo secondo tratta il mammifero Thylacinus cynocephalus, partendo però da Alfred Russel Wallace e dalla “linea” di biogeografia cui fu dato il suo nome. Il terzo di Wollemia nobilis, un albero dell’Australia sudorientale. Il quarto di una delle piante carnivore di cui l’autore si era già occupato: Utricularia albiflora. Il quinto di un grande insetto: Dryococelus australis, oceano Pacifico a sud-est dell’Australia. Il sesto di Darwin e della tartaruga Chelonoidis phantasticus, isole Galápagos. Il settimo di un grande mollusco predatore, Architeuthis dux, a grandi profondità negli oceani di tutto il mondo. L’ottavo di uno stridulo pappagallo, Pterodroma cahow, isole Bermuda. Il nono dei virus, anche di quelli che si stanno “risvegliando” in seguito allo scioglimento del permafrost: Pithovirus sibericum, Siberia, innocuo per la nostra specie. Il decimo della biodiversità italiana, in particolare dell’albero sempreverde Abies nebrodensis, Monti Nebrodi in Sicilia. Come si vede, quasi in ogni capitolo si fa riferimento a isole, forse poteva essere un poco più organicamente affrontata la questione della specificità di quegli ecosistemi terrestri “isolati” (talora usati da noi anche come carceri, isolamento detentivo, inflitto o scelto) e degli studi comparati, pure raffinati e statistici, della biogeografia insulare.