L’ospite americano: da Rancho La Brea a Padova, la storia di uno scheletro di tigre dai denti a sciabola

Museo della Natura e dell'Uomo

Lo scheletro composito di una tigre dai denti a sciabola conservato al Museo della Natura e dell’Uomo dell’Università di Padova proviene da Rancho La Brea, a Los Angeles. Arrivò in città negli anni Trenta attraverso uno scambio con l’Università della California, Berkeley: una ricerca d’archivio ne ha ricostruito la storia.

Lo scheletro di una tigre dai denti a sciabola è uno dei reperti più carismatici del Museo della Natura e dell’Uomo dell’Università di Padova. Ma come è arrivato a Padova? La sua storia è stata ricostruita nel 2017 sulle pagine di Museologia Scientifica, quando l’esemplare faceva ancora parte del Museo di Geologia e Paleontologia. Abbiamo chiesto agli autori di prepararne una versione riassuntiva per i lettori di Pikaia.

L’ospite americano: ricostruzione storica dell’esemplare di Smilodon fatalis (Leidy, 1868) conservato presso il Museo della Natura e dell’Uomo dell’Università di Padova

Introduzione

Il Museo della Natura e dell’Uomo dell’Università degli studi di Padova è stato inaugurato venerdì 23 giugno 2023, in occasione degli 800 anni dell’ateneo patavino, nella sede restaurata di Palazzo Cavalli. Attualmente è considerato il più grande museo universitario d’Europa con una superficie espositiva di circa 4000 mq e più di 200.000 reperti di mineralogia, geologia e paleontologia, zoologia e antropologia. Tra i vertebrati fossili, particolare importanza è attribuita ad esemplari pleistocenici unici, tra cui l’orso delle caverne Ursus spelaeus e la tigre dai denti a sciabola nord-americana Smilodon fatalis.

Prima dell’inaugurazione del MNU, lo scheletro completo e composito di S. fatalis faceva parte delle collezioni del Museo di Geologia e Paleontologia dell’ateneo, fondato nel 1869, ed era esposto in una delle sale dei vertebrati fossili, montato in posizione di vita all’interno di una teca costruita per questo esemplare (fig. 1) (Bergamo et al., 2017).

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Fig. 1. L’esemplare MGP-PD 27578 come appariva presso il Museo di Geologia e Paleontologia (foto A. Bergamo), prima del nuovo allestimento nel Museo della Natura e dell’Uomo dell’Università di Padova, inaugurato il 23 giugno 2023.

Note sulla specie e sul contesto fossilifero

S. fatalis è una specie di felide dai denti a sciabola di grandi dimensioni appartenente alla sottofamiglia estinta dei Machairodontinae (Christiansen, 2013). La specie possedeva un corpo massiccio, arti anteriori più lunghi dei posteriori e si contraddistingueva per la tipica conformazione e lunghezza dei canini superiori “a sciabola” così come per i denti ferini di dimensioni maggiori rispetto ai felidi odierni, segni di una specializzazione trofica ipercarnivora (Christiansen & Harris, 2005). L’areale di questo predatore, diffuso nel Pleistocene medio e superiore (circa 600-10 ka), comprendeva gran parte del Nord America (Kohn et al., 2005).

Il giacimento fossilifero che ha restituito il maggior numero di resti di S. fatalis si trova nell’area di Rancho La Brea, nel cuore della città di Los Angeles. Il sito è conosciuto a livello mondiale per l’alta concentrazione di resti fossili (Konzentrat-Lagerstätte) risalenti al tardo Pleistocene e inizio Olocene, tra 50 e 5 ka circa (Fuller et al., 2015). I fossili, rappresentati soprattutto da vertebrati, sono conservati entro corpi sedimentari bituminosi detti tar pits. Dalla fine dell’Ottocento fino ad oggi, gli scavi paleontologici condotti nell’area hanno restituito oltre un milione di reperti ossei (Harris, 2001), di cui circa un sesto (166.000) rappresentato da resti di S. fatalis (Shaw, 2001).

I depositi bituminosi di Rancho La Brea si sono formati a causa della risalita, lungo discontinuità tettoniche, di idrocarburi originatisi nelle arenarie neogeniche poste nel sottosuolo a circa 400 m di profondità (Wright, 1987). Affiorando in superficie, gli idrocarburi si ossidano e perdono la frazione più volatile, trasformandosi in bitume. Questa sostanza viscosa rappresenta una vera e propria trappola naturale tanto che gli animali di passaggio possono rimanere invischiati nel bitume fino alla morte, attirando a loro volta altri animali predatori o necrofagi. Questo processo, tuttora attivo, è all’origine degli enormi accumuli di fossili dei tar pits (Quinn, 2001).

Ricostruzione storica del reperto di S. fatalis

La storia dell’esemplare di S. fatalis (numero di catalogo MGP-PD 27578) conservato presso il Museo della Natura e dell’Uomo è stata ricostruita grazie alla consultazione di documenti d’archivio, quali fotografie storiche e scambi epistolari, conservati presso il Museo di Geologia e Paleontologia (MGP-PD) e presso l’Archivio Generale di Palazzo Bo. Ulteriori informazioni sono state acquisite grazie ai contatti con i conservatori del Museum of Paleontology dell’Università della California, Berkeley (UCMP) e del La Brea Tar Pits and Museum di Los Angeles.

La ricerca d’archivio

La testimonianza più antica della presenza dell’esemplare di Smilodon presso le collezioni museali è costituita da due foto conservate nell’archivio del Museo di Geologia e Paleontologia di Padova. Esse sono datate al 1958 e raffigurano lo scheletro, identificato come “S. californicus Bovard, 1907”, già montato nella bacheca in cui è tuttora conservato (fig. 2A-B) (Bergamo et al., 2017).

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Fig. 2. Esposizione originaria dell’esemplare MGP-PD 27578 all’interno di una teca in legno (A) e dettaglio in visione laterale destra (B) presso il Museo di Geologia e Paleontologia dell’Università di Padova in due foto del 1958 (archivio del MGP-PD).

Il primo riferimento pubblicato, invece, si trova nella guida al Museo di Geologia e Paleontologia dell’Università di Padova, scritta da Giorgio Dal Piaz e stampata postuma nel 1971. Essa riporta la presenza nelle collezioni di uno “…scheletro completo di Smilodon della California avuto in cambio di uno scheletro di Ursus spelaeus, dal Direttore del Museo paleontologico dell’Università di Berkeley in California” (Dal Piaz, 1971).

Inoltre, nell’archivio del Museo di Geologia e Paleontologia, esistono diversi documenti epistolari risalenti agli anni ’30 che attestano proposte di scambio di materiale paleontologico avanzate a musei esteri, in particolare statunitensi, da Giorgio Dal Piaz, in quel periodo direttore dell’Istituto di Geologia dell’Università di Padova e dell’annesso Museo di Geologia e Paleontologia. In queste lettere Dal Piaz offriva in cambio esemplari di orso delle caverne, per lo più scheletri compositi (fig. 3). Infatti, il museo patavino possedeva (e possiede ancora oggi) numerosi esemplari di questo grande carnivoro, i cui resti sono molto diffusi nell’arco alpino del Triveneto (Bon et al., 1991).

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Fig. 3. Lettera risalente al 6 settembre 1936, scritta da Giorgio Dal Piaz in risposta a Walter Willis Granger, dell’American Museum of Natural History di New York (USA), precedentemente contattato per una proposta di scambio tra uno scheletro di U. spelaeus e uno di titanoterio (archivio del MGP-PD).

La testimonianza diretta dell’arrivo a Padova di materiale paleontologico proveniente dall’università statunitense si trova conservata tra i documenti dell’Archivio Generale di Ateneo di Palazzo Bo, presso il quale è stata effettuata la maggior parte del lavoro di ricerca documentale. Infatti, consultando gli Atti del Rettorato compresi tra il 1928 e il 1959, sono state trovate tre lettere dalle quali risulta l’arrivo nel novembre 1933 di un lotto di materiale fossile donato dal “Museo di Paleontologia dell’Università di Berkeley, California” all’allora Regia Università di Padova. Nel primo documento (fig. 4), Giorgio Dal Piaz scriveva al Rettore Carlo Anti (1889-1961) per chiedere la certificazione necessaria all’esenzione delle tasse di dogana per materiale di uso didattico.

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Fig. 4. Richiesta inviata da Giorgio Dal Piaz al Rettore dell’Università di Padova, riguardante il materiale fossile donato dal “Museo paleontologico dell’Università di Berkeley della California”, per l’esenzione delle tasse di dogana. Università degli Studi di Padova, Archivio Generale di Ateneo, Archivio del Novecento, Serie Atti del Rettorato, Sottoserie 1933, b. 284, fasc. 74/H “Istituto di Geologia (1929-1939)”.

Il Rettore rispondeva il 21 Novembre 1933 inviando la dichiarazione richiesta (fig. 5) e una lettera accompagnatoria. Benché nei documenti citati non sia presente alcun riferimento esplicito all’esemplare di Smilodon, è ragionevole ritenere che essi riguardino questo reperto dato che nelle collezioni del museo di Padova non esiste altro materiale proveniente dall’università californiana.

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Fig. 5. Dichiarazione del Rettore Carlo Anti per l’esenzione delle tasse di dogana del materiale fossile donato dal “Museo paleontologico dell’Università di Berkeley della California”. Università degli Studi di Padova, Archivio Generale di Ateneo, Archivio del Novecento, Serie di Atti del Rettorato, Sottoserie 1933, b. 284, fasc. 74/H “Istituto di Geologia (1929-1939)”.

Sulla base di queste informazioni è stato contattato il Museum of Paleontology di Berkeley. La responsabile delle collezioni dei vertebrati di questo museo, ha confermato che era consuetudine negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso inviare in scambio mammiferi provenienti dai tar pits di La Brea ad altri musei nordamericani ed europei (P. Holroyd, com. pers. 2015; v. anche Dundas, 2014). L’Università della California conserva ancora oggi alcune corrispondenze risalenti agli anni ’20 che attestano tali scambi, quando il museo era sotto la direzione di John Campbell Merriam (1869-1945). Inoltre, la presenza nelle collezioni del museo di Berkeley di uno scheletro craniale e post-craniale di Ursus spelaeus proveniente dalla zona del Carso del Friuli Venezia Giulia (n.i. UCMP 32117, fig. 6) indica che lo scambio riportato da Dal Piaz (1971) si è effettivamente verificato. Infatti, l’esemplare di urside risulta acquisito dal museo statunitense nel 1934 (v. siti web 1), data compatibile con la circostanza descritta nei documenti ritrovati nell’archivio dell’ateneo di Padova.

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Fig. 6. Cranio di Ursus spelaeus (n.i. UCMP32117) conservato presso il Museum of Paleontology, Università della California, inviato tra il 1933 e il 1934 da Giorgio Dal Piaz al museo californiano in cambio dello scheletro di S. fatalis. Assieme a questo cranio fu spedito anche altro materiale post-craniale (per gentile concessione dell’UCMP).

I codici identificativi dello scheletro di Smilodon

La collezione di fossili di Rancho La Brea del museo universitario californiano, da cui proviene anche l’esemplare di S. fatalis arrivato a Padova, è la seconda al mondo per numero di esemplari dopo quella del Natural History Museum of Los Angeles County. Infatti, dal 1906 al 1913, ad intervalli irregolari, gli scavi paleontologici a Rancho La Brea furono condotti principalmente da ricercatori dell’Università della California sotto la direzione di John Campbell Merriam (Dundas, 2014).

Nel corso di questo periodo furono scavate tre località, o pits, identificate rispettivamente con i numeri 1059 (rinumerata 2051 nel 1912), 2050 e 2052. Ogni reperto recuperato durante queste campagne di scavo è identificato da un codice numerico scritto direttamente sul reperto stesso (P. Holroyd, com. pers. 2015). Le prime quattro cifre del codice indicano la località di estrazione, mentre le successive cinque cifre individuano il singolo reperto. Tutti questi dati sono inseriti nel catalogo del Museum of Paleontology dell’Università della California, che è possibile consultare on-line (v. siti web 2).

Sulla base di queste informazioni si è proceduto a un esame di dettaglio della superficie di tutte le 198 ossa che compongono l’esemplare padovano di S. fatalis. Questa analisi ha rivelato complessivamente 14 codici (figg. 7-8, tab. 1), la cui presenza era passata del tutto inosservata prima di questo studio. In particolare, il ramo orizzontale destro della mandibola, sette falangi e un metacarpale riportano il codice 1059 e quindi sono stati probabilmente recuperati tra il 1906 e il 1909, mentre il ramo orizzontale sinistro della mandibola, che riporta il codice 2050, e la bulla timpanica, che riporta il codice 2051, provengono probabilmente dagli scavi del periodo 1912-13.

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Fig. 7. Ubicazione dei codici numerici trovati sulle ossa dell’esemplare MGP-PD 27578 e riportati in tab. 1 (schema dello scheletro di S. fatalis modificato da Turner & Antòn, 1997.
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Fig. 8. Codice numerico (1059/12354) ritrovato sul lato linguale del ramo orizzontale dell’emimandibola destra dell’esemplare MGP-PD 27578.
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Tab. 1. Codici numerici rilevati in alcune ossa dello scheletro di S. fatalis MGP-PD 27578. Le cifre seguite da un punto interrogativo sono incerte; l’asterisco indica una cifra non identificata.

I codici rinvenuti dimostrano che le ossa dello scheletro provengono da almeno due tar pits differenti (1059/2051 e 2050) e ciò prova la natura composita dell’esemplare. La conservazione di scheletri in articolazione è, infatti, alquanto rara nel sito di Rancho La Brea, poiché le variazioni di viscosità del bitume causate dalla temperatura, così come lo smembramento da parte di predatori e necrofagi, favoriscono la disarticolazione delle carcasse intrappolate (Friscia et al., 2008). Tutti gli scheletri completi provenienti dal sito sono, infatti, compositi (P. Holroyd, com. pers. 2015).

Conclusioni

Questo articolo si prefigge lo scopo di valorizzare l’esemplare di S. fatalis conservato presso il Museo della Natura e dell’Uomo dell’Università di Padova attraverso la ricostruzione della sua storia. Le ricerche condotte hanno permesso di stabilire che l’acquisizione dello scheletro di S. fatalis è riconducibile alla prima metà degli anni ‘30 del secolo scorso ed è avvenuta a seguito di un accordo con il Museum of Paleontology di Berkeley, il quale ricevette in cambio uno scheletro di Ursus spelaeus provenienti dal Carso italiano. Inoltre, i codici identificativi rinvenuti su alcune delle ossa dell’esemplare hanno consentito di identificare due diversi tar pits di provenienza del materiale fossile, scavati a Rancho La Brea tra il 1906 e il 1913.

Infine, il fatto che questo reperto sia l’unico scheletro composito di S. fatalis conservato ed allestito in Italia in tempi storici, e uno dei pochi presenti in Europa, conferma l’importanza delle collezioni del Museo della Natura e dell’Uomo di Padova e testimonia la lungimirante politica di arricchimento delle collezioni attuata in passato dai direttori del museo (Bergamo et al., 2017).

Riferimenti bibliografici

BERGAMO A., GHEZZO E., FORNASIERO M., GATTO R., 2017. Museologia scientifica, nuova serie, 11: 77-86. PDF: https://www.anms.it/upload/rivistefiles/0b623abf21015287509ff1feb5f6c1ec.pdf

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Riferimenti sitografici (ultimo accesso il 23.04.2026)

  1. Scheda catalografica dell’esemplare di Ursus spelaeus dell’UCMP http://ucmpdb.berkeley.edu/cgi/ucmp_query2?spec_id=V32117&one=T
  2. Catalogo on-line dell’UCMP http://ucmpdb.berkeley.edu/