Tra Asia ed Europa: 20.000 anni di arte rupestre nel Gobustan

The anthropomorphic figures of Rock No. 67 of Böyükdaş. They are displayed in two main rows, framing them into the panel. Some of the graphic units have a headgear; Dario Sigari

Un nuovo progetto archeologico internazionale indaga le origini, le connessioni culturali e i significati delle incisioni rupestri dal Paleolitico superiore ai tempi storici nell’Azerbaigian

Nel Caucaso meridionale, all’interno dell’Azerbaigian, si estende il paesaggio semidesertico di Gobustan. Quest’area riveste un ruolo cruciale per lo studio dell’arte rupestre, ospitando oltre 7.000 incisioni su più di 1.000 superfici rocciose. Entrata a far parte del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO nel 2007, le sue raffigurazioni sono caratterizzate da un’ampia gamma di temi, stili e cronologie (dal Paleolitico superiore ai tempi storici) e sono cruciali per comprendere la nascita del simbolismo, le dinamiche della sua diffusione e l’evoluzione sociale di un’area a cavallo tra Europa e Asia.

Un progetto di ricerca internazionale avviato nel 2019 e finanziato dalla Fundación PalarqFundación Atapuerca e dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana, ha come obiettivo quello di chiarire alcune questioni centrali molto dibattute: quando e come è emersa l’arte rupestre nell’Asia occidentale? Quale ruolo ha avuto il Gobustan come crocevia simbolico e culturale tra Asia ed Europa, e in che modo lo spazio simbolico era in relazione con quello domestico? Questo progetto si concentra, in particolare, sul sito di Ana Zaga, in località Böyükdaş, e tra il 2021 e il 2024 ha portato alla realizzazione di cinque campagne di scavo condotte utilizzando l’analisi stratigrafica e il rilievo sistematico dell’arte rupestre. Un recente articolo pubblicato sulla rivista Alpine And Mediterranean Quaternaria, fornisce una prima introduzione dei risultati.

Gli scavi in Gobustan

Il Gobustan è una regione semiarida dell’Azerbaigian, collocata all’estremità orientale della catena del Grande Caucaso e affacciata sul Mar Caspio. La Riserva Storico-Artistica Nazionale omonima presenta al suo interno 5 principali gruppi di arte rupestre: Böyükdaş (188 m s.l.m.), Kiçikdaş (170 m s.l.m.), Jingirdağ (198 m s.l.m.) Yazılitepe (47 m s.l.m.), Şongardag (200 m s.l.m.) e Şikhgaya (202 m s.l.m.). In realtà, altri complessi sono stati individuati anche al di fuori di essa: Daşlidag, Şikhov Beach e Sona Gaya (86 m s.l.m.). L’ambiente di steppa è caratterizzato dalla presenza di affioramenti rocciosi calcarei con al loro interno resti fossili di conchiglie della classe dei Bivalvia che testimoniano le lunghe oscillazioni del livello marino che interessarono il Mar Caspio nel Pleistocene. Le antiche linee di costa si possono osservare lungo le terrazze presenti nelle colline Böyükdaş e Kiçikdaş che tra 16.000 e 14.000 anni fa emersero come due isole.

Le prime scoperte e successive ricerche, risalenti al 1939, vennero interrotte a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Fu solo nel 1947 che ebbero inizio le prime ricerche sistematiche che proseguirono fino alla metà degli anni ’60 e vennero condotte dall’archeologo azero Iskhag Jafarzade. Successivamente, le indagini proseguirono portando all’individuazione di una mole straordinaria di incisioni rupestri grazie ai nuovi studi degli archeologi azerbaigiani Djafargulu Rustamov e Firuze Muradova prima, e degli archeologi azerbaigiani Malahat Farajova, Rahman Abdullayev, Sevinc Shirinli e del ricercatore e archeologo italiano Dario Sigari poi.

Il popolamento del Gobustan

Dato che il contesto archeologico non è ancora stato chiarito e in mancanza di un solido collegamento stratigrafico con le incisioni parietali, le datazioni sono abbastanza incerte e basate perlopiù sull’analisi tipologica dei materiali recuperati e delle incisioni. Rustamov nel 2006 ha proposto una prima fase di occupazione tra 20.000-15.000 anni fa e 9.000 anni fa, riconoscendo due momenti principali di questi gruppi umani cacciatori-pescatori-raccoglitori: il Paleolitico superiore e il Mesolitico. Le analisi paleoambientali, inoltre, per questi periodi più antichi hanno restituito un primo ambiente caratterizzato da un bosco aperto di biancospini e ginepri, e un secondo e più tardo paesaggio di foresta con pini e querce.

Dopo un apparente breve frequentazione del Neolitico, una forte presenza umana è testimoniata per l’Età del Bronzo, dove si riconoscono società fortemente influenzate dalle culture caucasiche, come le culture Kura-Arax, Maykop e Khojaly-Gadabay. Altre importanti rinvenimenti archeologici risalgono al Medioevo, dove emerge una società fortemente dinamica basata prevalentemente sulla transumanza e l’agricoltura.

Che cosa raffigurano le incisioni

I temi raffigurati comprendono animali selvatici (come cavalli, uri, cervi e stambecchi), figure umane (silhouette femminile, figura del guerriero-cacciatore e del cavaliere), imbarcazioni e tamga (simboli astratti che trovano confronti con i sigilli utilizzati per il bestiame). In mancanza della possibilità di effettuare datazioni assolute, sono state avanzate ipotesi di cronologie sulla base degli stili presenti. Inoltre, si suppone che a ciascuna fase cronologica corrisponda un preciso stile e tematica ricorrente. Nel corso degli anni diverse sono le cronologie suggerite e l’ultima fu avanzata da Farajova che tra il 2009 e il 2018 riconobbe 6 fasi: la prima fase che abbraccia un periodo dal Paleolitico superiore al Mesolitico, la seconda e terza fase entrambe relative al Neolitico, la quarta e quinta fase rispettivamente dell’età del Bronzo e del Ferro, e l’ultima e sesta fase che abbraccia i periodi più recenti.

Le scene possono essere più o meno complesse, giustapposte o sovrapposte, e creano nel loro insieme palinsesti significativi, testimoni di una frequentazione umana intensa e ripetuta nel tempo. In alcuni casi, le pareti rocciose incise sono collegate ad aree abitative, sepolture e strati archeologici, suggerendo l’utilizzo di questi luoghi anche a scopo simbolico e funzionale.

imbarcazioni gobustan Dario Sigari
Incisioni di imbarcazioni. Foto di Dario Sigari dalla pubblicazione.

Un tema ricorrente, anche per la posizione geografica e il ruolo del Mar Caspio nella regione di Gobustan, è quella delle imbarcazioni. Le figure delle barche compaiono più volte nel corso del tempo e si modificano per forma e posizione. Le forme più semplici e antiche si trovano sulle terrazze superiori di Böyükdaş e Kiçikdaş, e risalirebbero a un periodo compreso tra 16.000 e 14.000 anni fa, quando il livello del Mar Caspio era più alto rispetto all’attuale. Successivamente, tra 14.000 e 12.000 anni fa, troviamo le figure incise alle pendici di queste due colline caratterizzate dalla presenza del sole sulla prua e dell’equipaggio a forma di X. Mentre le barche più antiche sono lunghe, di forma semplice e raffigurate singolarmente, quelle più recenti hanno le prue curve e vengono rappresentante in coppia o in gruppi. Inoltre, sono accompagnate da altre figure, in particolare sagome femminili e bovidi. È indiscusso che il tema della barca sia particolare e fondamentale, in quanto potrebbe indicare al momento la più antica testimonianza della navigazione.

Abbiamo già accennato alla complessità dei palinsesti. Le raffigurazioni composte possono presentare temi giustapposti o sovrapposti. Nel primo caso sono presenti figure contrapposte, in fila, mandrie e scene di caccia. L’interpretazione in questo caso è quella della contemporaneità oppure di una narrazione complessa che abbraccia tutti i soggetti raffigurati. Nel secondo caso, quello della sovrapposizione, è più difficile avanzare ipotesi: è probabile che dietro a un tale artefizio si celi una volontà diacronica di cancellare, riutilizzare oppure ricalcare un’immagine precedente.

Tra le figure antropomorfe si riconoscono 4 gruppi principali: silhouette femminili, cacciatori-guerrieri, danzatori/saltatori e figure umane con arti superiori sollevati. Questi simboli variano andando da forme più stilizzate a quelle più naturalistiche. Anche in questo caso in base alla cronologia.

Un elemento grafico significativo per l’Età del Bronzo è rappresentato dai capridi. I cervi, isolati, in gruppi o inseriti all’interno di scene di caccia sono realizzati con due tecniche: tramite un tratto lineare oppure immagini a contorno. Altra figura emblematica è quella dello stambecco, realizzato in maniera più realistica durante l’Età del Bronzo e in forma più schematica per i periodi successivi. Inoltre, questa figura è interessante in quanto incarna il nuovo equilibrio culturale: infatti, contatti e connessioni non sono più rivolte all’Europa occidentale, ma all’Asia occidentale e centrale, alla regione dell’Altai e alla Mesopotamia.

L’evoluzione dello stile

Dal Paleolitico superiore all’epoca moderna notiamo, quindi, una sorta di evoluzione stilistica che va da una raffigurazione più naturalistica a una più schematica, quasi simbolica. Allo stesso modo, la narrazione si fa sempre più articolata e i palinsesti più densi e stratificati a livello cronologico e culturale. Se le prime di queste figure mostrano affinità con l’arte paleolitica europea, le figure dell’Età del Bronzo rimandano ad altri legami culturali. Infine, riguardo il tema delle imbarcazioni sono state suggerite connessioni con le figure della Scandinavia e con un motivo dipinto nel sito di Grotta Romanelli in Italia e risalente alla fase finale del Paleolitico Superiore.

Abbiamo chiesto al ricercatore e archeologo Dario Sigari dell’Università degli Studi di Milano, e primo autore di questo studio, di aiutarci a comprendere meglio alcuni aspetti cruciali dell’arte rupestre in riferimento a questo particolare territorio. Ecco cosa ci ha raccontato.

Credi che la lunga continuità d’uso di quest’area abbia influito sulla costruzione di una memoria collettiva per chi popola questi territori attualmente?

«Se la memoria collettiva è rispetto a un valore attribuito al luogo, allora direi proprio di sì. Parlando anche con gli abitanti del posto si riconosce un forte senso di appartenenza a quel territorio che ha una lunghissima storia. E questo è espresso con orgoglio e profonda consapevolezza. Inoltre, all’interno dell’area protetta ci sono luoghi ancora frequentati per diverse ragioni dalla popolazione locale: riti da svolgersi a ridosso dei matrimoni, offerte votive, deposizione di defunti (quest’ultima però è stata recentemente regolamentata). La memoria collettiva è così mantenuta viva, ma con tutte le sue articolazioni del caso. Lo stesso lo troviamo in altri siti con una lunga e continua frequentazione. Penso ad esempio anche alla Valcamonica. Lì l’arte rupestre è dentro la quotidianità della popolazione locale, ma nel tempo il rapporto persone-incisioni è cambiato. Anche per trasformazioni culturali esterne».

Alla base delle differenze stilistiche osservate quali cambiamenti ritieni che abbiano influito maggiormente? Vere e proprie migrazioni oppure evoluzioni sociali interne?

«Le differenze stilistiche possono spiegarsi in tantissimi modi. Pensare di avere una sola spiegazione sarebbe limitante. In linea di massima possiamo riconoscere variazioni a livello cronologico che vanno di pari passo con trasformazioni economiche, culturali sia interne sia esterne. Ciò significa che differenze possono dipendere dai singoli “artisti”, dai contesti culturali di riferimento, o da avvenimenti esterni alla cultura di produzione, ad esempio il contatto con altre culture, la sovrapposizione di un nuovo gruppo culturale… Così se pensiamo alle più antiche incisioni del Gobustan realizzate da gruppi di pescatori-cacciatori-raccoglitori e che ritraevano principalmente uri ed equini, esattamente come nell’Europa occidentale, con il passaggio durante il neolitico a un’economia basta su agricoltura e allevamento, gli “artisti” smettono di ritrarre uro e cavalli, lasciando spazio alle capre. L’area di diffusione della rappresentazione di questo animale da questo momento in avanti sembra indicarci un cambio geografico nelle relazioni culturali, ora limitate al contesto del Vicino Oriente».

Nel complesso, Gobustan rappresenta un sito archeologico privilegiato per indagare il rapporto tra arte, ambiente e società. La presenza di iscrizioni romane e medievali, l’associazione tra petroglifi e resti archeologici, la varietà iconografica e la lunga continuità d’uso rendono quest’area cruciale per comprendere il simbolismo dell’Homo sapiens in Eurasia.

Riferimenti:

Sigari, D., Diez, M. G., Shirinli, S., Abdullayev, R., Alonso, S., Mas, B., Gianolla, D., Hasanova, N., Herranz-Rodrigo, D., Ochoa, B., Bustos-Pérez, G., Vaquero, M., Verdiyeva, G., & Zerboni, A. (2025). ROCK ART RELATIONSHIPS BETWEEN CENTRAL ASIA AND EUROPE: THE ROLE OF GOBUSTAN (AZERBAIJAN). Alpine and Mediterranean Quaternary, 38(1), 1–18. https://doi.org/10.26382/AMQ.2025.03

Immagine in apertura: figure antropomorfe, foto di Dario Sigari, dalla pubblicazione