Una storia di cellule, immortalità, miseria ed etica della ricerca

6280

Tutti coloro che hanno lavorato nella biologia cellulare negli ultimi 50 anni sono famigliari con la sigla HeLa, che indica una linea cellulare umana usata in tutti I laboratori del mondo. Pochi però conoscono l’origine della linea e la causa del suo nome. Rebecca Skloot ce ne racconta la storia in “La vita immortale di Henrietta Lacks” (Adelphi, 2011, pp. 424), un libro […]


Tutti coloro che hanno lavorato nella biologia cellulare negli ultimi 50 anni sono famigliari con la sigla HeLa, che indica una linea cellulare umana usata in tutti I laboratori del mondo. Pochi però conoscono l’origine della linea e la causa del suo nome. Rebecca Skloot ce ne racconta la storia in “La vita immortale di Henrietta Lacks” (Adelphi, 2011, pp. 424), un libro che ha molte facce: la storia personale dell’autrice e del suo difficile rapporto con i Lacks, la storia di quella famiglia e del suo difficile rapporto con l’istituzione medica, la reazione dell’establisment medico alla fantastica novità delle cellule HeLa. 

La linea cellulare HeLa, che prende il nome dalle iniziali della paziente dalle quali furono prelevate le cellule originarie, ha rivelato la caratteristica, cercata molto a lungo, di lasciarsi coltivare e riprodurre in condizioni di laboratorio. Fino a quel momento a nessuno era riuscito di coltivare in vitro cellule umane (con grande piacere degli antievoluzionisti di varia estrazione, come, a casa nostra, Agostino Gemelli). 

Henrietta Lacks muore di una forma molto aggressiva di tumore, nel 1951, ma le sue cellule, prelevate dalla sua cervice uterina durante un intervento, si rivelarono dotate di una vitalità sorprendente, e secondo alcune valutazioni sono oggi presenti in circa 50 milioni di tonnellate nei laboratori di tutti il mondo. Le cellule di Henrietta, tuttavia, come era uso comune ai tempi, furono prelevate senza l’esplicito consenso della paziente, che era persona di assai umili origini, proveniente da una comunità contadina di gente di colore e illetterata. Il libro di Rebecca Skloot ha il pregio di raccontarci la storia delle HeLa da tutti i suoi punti di vista: così seguiamo la vita miserabile dei coltivatori di tabacco a metà del secolo scorso, la difficoltà a farsi curare in una società razzista (il Johns Hopkins era apparentante l’unico ospedale di Baltimora dove un nero potesse essere curato, ancorché in un reparto separato!), il degrado sociale e umano di quella famiglia di poveri, costellato di droga, carcere, delinquenza, malattie, e via via fino agli usi che delle cellule HeLa furono fatti in quegli anni (compreso quello di iniettarle a soggetti più o meno consenzienti per vedere cosa succedeva) . 

Non manca una lunga discussione con diverse interviste sul tema del consenso informato, un soggetto di per sé complesso, che assume però in questo caso un significato ancor più profondo. I figli di Henrietta, e suo marito, finché fu vivo, hanno recepito l’informazione sulle colture cellulari ricavate dalla loro parente come “Henrietta è ancora viva”, mescolando così il livello cellulare a quello dell’organismo. Poi hanno recepito che “qualcuno” sta facendo un mucchio di soldi con le sue cellule, e naturalmente questo brucia a chi deve fare quotidianamente i conti con la povertà. D’altra parte, inventarsi una forma di consenso informato che parta da una reale informazione, nello stesso tempo evitando che le ubbie di un singolo possano frenare la ricerca, non sembra facile: se uno va a farsi asportare un neo, ha il diritto di sapere che fine fa il suo tessuto, e può vietare che venga utilizzato?    

Marco Ferraguti