A lezione di buon vicinato: i bonobo della Kokolopori bonobo reserve

Uno studio condotto per due anni all’interno della Kokolopori bonobo reserve nella Repubblica Democratica del Congo, ci mostra un ennesimo sorprendente caso di pro-socialità nei nostri parenti stretti, i bonobo (Pan paniscus) e getta luce sugli albori della cooperazione fra gruppi di esseri umani

La cooperazione non è rara in natura. Che si tratti di mutualismo (quando due specie instaurano un rapporto di reciproco vantaggio), di animali eusociali, dove è portata ai massimi livelli tanto che l’insieme degli individui prende il nome di superorganismo, o di “semplici” rapporti sociali tra individui dello stesso gruppo, la cooperazione si è evoluta più e più volte indipendentemente.

Un articolo pubblicato recentemente su Science, si concentra su una particolare sfumatura della cooperazione che vede coinvolti dei nostri parenti prossimi, i bonobo (Pan paniscus).

Aiutarsi a vicenda, non solo tra parenti

Nei bonobo, infatti, non si osserva solamente la cooperazione tra individui dello stesso gruppo ma, fatto più sorprendente, anche con individui appartenenti a gruppi territorialmente limitrofi. Fatto più sorprendente perché la cooperazione tra individui appartenenti allo stesso gruppo è facilmente spiegabile da un punto di vista evoluzionistico: i gruppi di individui, come anche nel caso dei bonobo, sono composti principalmente da animali più o meno strettamente imparentati e che quindi condividono parte del genoma. L’evoluzione, in certi casi, ha quindi “premiato” quegli individui capaci di cooperare con gli altri aumentando non solo le proprie chance di sopravvivenza ma anche quelle degli altri componenti del gruppo, aumentando così anche le chance di sopravvivenza di quella porzione di genoma comune a entrambi gli animali.

Gli scienziati hanno deciso perciò di investigare perché allora nei bonobo si assista anche alla cooperazione tra individui appartenenti a gruppi diversi, fatto decisamente più raro in natura. I vicini scimpanzé (Pan troglodytes) ad esempio non aiutano di certo i gruppi limitrofi anzi, sono decisamente aggressivi con chi potrebbe rubargli territorio e risorse.

Fare squadra, ma non con tutti

I ricercatori hanno osservato per ben due anni due gruppi di bonobo: gli Ekalakala e gli Kokoalongo, vicini di casa all’interno della Kokolopori bonobo reserve nella Repubblica Democratica del Congo.

Innanzitutto, gli scienziati hanno scartato l’ipotesi che la cooperazione tra due gruppi limitrofi fosse dovuta a dei rapporti di parentela tra individui appartenenti a gruppi diversi. Essendo, infatti, queste due popolazioni ben note, i ricercatori erano già a conoscenza del fatto che non vi fossero migrazioni permanenti di femmine tra i due gruppi fin dal 2016. Inoltre, un’analisi di alcuni loci autosomiali del genoma di questi due gruppi ha rivelato come solo il 6% delle coppie avesse un grado di parentela ma comunque di secondo grado o superiore.

Gli individui appartenenti ai due gruppi quindi non sono parenti. Eppure, gli scienziati in questi due anni hanno osservato migliaia di casi di grooming (quando un individuo toglie i parassiti dal pelo dell’altro) e centinaia di casi nei quali gli animali hanno fatto squadra o si sono scambiati del cibo.

Il team di ricerca ha cominciato a guardare più a fondo chiedendosi se tutti gli individui avessero lo stesso grado di cooperazione e la risposta è stata negativa: ci sono in entrambi i gruppi grandi cooperatori, medi cooperatori e piccoli cooperatori, in base a quanto siano predisposti appunto alla cooperazione verso gli individui dello stesso gruppo. Gli scienziati hanno quindi scoperto che gli individui che sono grandi cooperatori sono anche più propensi a cooperare con individui dell’altro gruppo e che queste “coppie”, che si vengono a formare tra cooperatori di gruppi diversi, non sono affatto casuali: grandi cooperatori di un gruppo collaborano più spesso con grandi cooperatori dell’altro gruppo, ad esempio.

Come e perché si è evoluta questa forma di altruismo?

L’ipotesi degli scienziati è che durante la loro storia evolutiva i bonobo siano andati incontro a una auto-domesticazione, favorendo gli individui meno aggressivi e più propensi alla collaborazione. Rimasti separati dagli scimpanzé a causa del fiume Congo, in foreste prive della presenza di un grande competitore per le risorse come il gorilla di montagna (Gorilla beringei beringei), hanno infatti perso l’aggressività che caratterizza i loro cugini più a Nord in favore di una spinta pro-socialità, all’interno dei gruppi ma anche, appunto, verso altri gruppi limitrofi.

Questo studio getta luce anche sugli albori della nostra specie. Homo sapiens è forse l’animale con la socialità tra gruppi diversi più spiccata. Questo ha reso possibile l’estensione e l’aumento di complessità della nostra struttura sociale, anche se con alti e bassi.

E si è sempre pensato che la cooperazione tra gruppi diversi di esseri umani fosse una conseguenza di comportamenti come l’esogamia, che comporta la scelta del proprio partner al di fuori del proprio gruppo parentale, e quindi poi di altruismo verso individui più o meno imparentati tra di loro e presenti in gruppi diversi.

Ma se per i bonobo non è così e si può cooperare anche se non si condividono geni, e la cooperazione ha quindi il solo fine di non competere per le stesse risorse, tanto da donarsele senza per forza riceverne in cambio, e accumulare più interazioni sociali e maggiore conoscenza condivisa, forse anche per noi l’inizio potrebbe essere andato diversamente.

Forse anche nel nostro caso, un’auto-domesticazione simile a quella ipotizzata per i bonobo ha permesso un’iniziale cooperazione tra gruppi limitrofi di esseri umani anche se non imparentati tra loro.

Riferimenti:
Samuni, Liran and Martin Surbeck. “Cooperation across social borders in bonobos.” Science, vol. 382, no. 6672, 17 Nov. 2023, pp. 805-09, doi:10.1126/science.adg0844.

Immagine: Martin Surbeck/Harvard University via Eurekalert