I pulcini associano spontaneamente suoni e forme
Uno studio guidato da ricercatori dell’Università di Padova mostra che pulcini appena nati associano spontaneamente il suono “Bouba” a forme arrotondate e “Kiki” a forme appuntite. Il risultato suggerisce che il cosiddetto effetto Bouba-Kiki possa basarsi su predisposizioni percettive condivise tra specie diverse
Siamo circondati da suoni, e ogni suono può evocare immagini, ricordi, sensazioni e persino forme. Alcuni suoni sono striduli, brillanti, acuti, freddi, spigolosi; altri morbidi, gravi, scuri, avvolgenti, rotondi. I primi ricordano la parola priva di significato “Kiki”, gli altri “Bouba”.
Questa tendenza a collegare spontaneamente certi suoni a determinate forme è nota come effetto Bouba-Kiki, un caso di simbolismo sonoro osservato per la prima volta nel 1947 dallo psicologo Wolfgang Köhler con le parole Maluma e Takete, e ribattezzato nel 2001 dal neuroscienziato Vilayanur Ramachandran e dallo psicologo Edward Hubbard, che usarono proprio le parole Bouba e Kiki in un esperimento diventato famoso.
Ma questa associazione tra suoni e forme è un fenomeno tipicamente umano e legato al linguaggio? Oppure riflette un meccanismo percettivo più generale, condiviso con altre specie?
Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Padova e pubblicato sulla rivista Science ha affrontato questa domanda verificando se la corrispondenza tra suoni e forme possa far parte di un insieme più ampio di predisposizioni percettive che aiutano gli organismi a interagire con l’ambiente e a costruire rappresentazioni coerenti del mondo.
Spiega la dott.ssa Maria Loconsole, prima autrice dello studio e ricercatrice del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova:
«L’effetto Bouba-Kiki sembra avere un ruolo fondamentale nell’emergere del linguaggio nella nostra specie: aiuta i bambini a crearsi un vocabolario, facilita un processo di associazione tra un suono e il suo significato, e quindi sembrerebbe prettamente umano. Anche gli studi condotti sulle grandi scimmie supportano questa interpretazione. Tuttavia, ci sono evidenze che dimostrano la presenza dell’effetto sia nei bambini preverbali, quindi prima che emerga il linguaggio, sia in culture diverse, con sistemi linguistici differenti»
Questo potrebbe indicare un fenomeno percettivo più generale, che non riguarda solo il linguaggio. In alcuni casi il cervello tende infatti ad associare spontaneamente informazioni provenienti da sensi diversi: per esempio la posizione nello spazio e la dimensione di un corpo, oppure la luminosità di un oggetto e la sua grandezza, o ancora la luminosità di una luce e l’altezza di un suono. Se l’effetto Bouba-Kiki facesse parte di queste predisposizioni percettive più generali, potrebbe essere presente anche in specie non umane.
Per testare questa ipotesi i ricercatori hanno scelto un modello animale particolare: i pulcini domestici.
I pulcini sono un modello ideale perché possono essere studiati molto precocemente, dalle primissime fasi di vita, permettendo di controllare le variabili legate all’apprendimento e all’esperienza.
Dare forma all’esperimento
Tre giorni dopo la schiusa, 42 pulcini sono stati sottoposti a un esperimento. Nella fase iniziale gli animali imparavano a girare intorno a un pannello per ottenere una ricompensa alimentare. Successivamente, durante i test, venivano presentati due pannelli differenti: uno con una forma arrotondata e uno con una forma appuntita, mentre in sottofondo veniva riprodotto il suono “Bouba” oppure “Kiki”.
I risultati mostrano che i pulcini tendevano ad avvicinarsi alla forma arrotondata quando sentivano il suono “Bouba” e alla forma appuntita quando sentivano il suono “Kiki”.
«I nostri pulcini non hanno esperienza», spiega Loconsole, «quindi non avevano modo di creare queste associazioni in nessun’altra maniera se non essendo predisposti ad esse e il fatto che avvengano nello stesso modo in cui avvengono nell’uomo, quindi tondo-Bouba e spigoloso Kiki, a maggior ragione rinforza l’idea che sia un qualcosa di diffuso e di comune tra le specie che riflette un funzionamento di base condiviso».
Perché non si osserva nelle grandi scimmie
Al momento questo sembra essere il primo studio che supporta questa ipotesi. Per esempio nelle grandi scimmie, specie molto vicine a noi, gli esperimenti non sono stati conclusivi. Secondo la ricercatrice, potrebbe dipendere da importanti differenze riguardo all’esperienza degli animali. I pulcini erano giovani animali, mai sottoposti prima a un esperimento, e hanno reagito secondo una predisposizione innata. Allo stesso modo, se a una persona chiediamo che forma abbia Bouba o Kiki, risponderà a sentimento, eppure associamo tutti Bouba a tondo e Kiki a spigoloso. Con le grandi scimmie le cose non sono così:
«Le grandi scimmie che sono state testate sono individui molto specializzati, che vengono da laboratori in cui si studia il linguaggio – spiega Loconsole. Tra questi c’era anche il bonobo Kanzi, uno dei più famosi animali “linguistici” e che conosceva più di 100 associazioni tra forma e suono per altri motivi sperimentali. Questo animale sapeva premere su una tavola una piccola forma che poteva corrispondere a “giocattolo”, “uscire”, “cibo”, eccetera. Animali così specializzati è improbabile che si affidino al loro istinto: piuttosto si aspettano una risposta corretta, che lo sperimentatore gli stia insegnando qualcosa e che quindi siano più propensi a cercare nell’altro cosa fare»
Suoni e forme alle origini dell’apprendimento
In sintesi, secondo i ricercatori potrebbero esistere predisposizioni naturali di base condivise tra le specie che permettono di costruire le prime rappresentazioni coerenti del mondo esterno, probabilmente selezionate nel corso dell’evoluzione.
«Potrebbe esserci stata una selezione dovuta all’esperienza, per esempio, che un oggetto tondo cadendo fa un suono tondo, un Bouba, mentre un oggetto sottile o spigoloso fa un “Kiki”.»
Lo stesso principio può essere spiegato con un altro esempio:
«Se si immagina di sentire un suono acuto, senza vedere nulla, è più probabile che arriverà un animale piccolo piuttosto che uno grande. E nella foresta sapere che sta arrivando un topolino e non una tigre è importante. Quando le informazioni di due modalità sensoriali diverse correlano, ne basta una per dedurre la seconda e non c’è bisogno di esperire entrambe. In questo senso è un vantaggio evolutivo perché permette di completare la rappresentazione della realtà attraverso le informazioni mancanti».
Queste strutture di base condivise potrebbero anche fungere da pilastri dell’apprendimento, anche se ne rappresentano soltanto una parte all’interno di un sistema più ampio e complesso. Conoscerle potrebbe comunque aiutare a pianificare strategie di apprendimento più funzionali.
«È un po’ riduttivo dire che l’effetto Bouba-Kiki sia la base di tutto il linguaggio umano. Sicuramente ci sono altri meccanismi che hanno un ruolo che contribuiscono ad esso. È vero anche che le predisposizioni guidano l’individuo nei momenti iniziali della prima interazione con l’ambiente, ed è quindi utile poterle sfruttare nei processi di apprendimento. Un esempio arriva anche dall’addestramento animale. Confrontandomi con colleghe che si occupano di addestramento cinofilo, è emersa un’idea simile. Se per un animale è più facile associare una certa forma a un certo suono, perché non usare proprio quel suono per quella forma? Perché andare a complicare la vita di un animale laddove sappiamo che può essere più facile per l’animale fare un’altra cosa? Ha quindi senso sfruttare queste predisposizioni e utilizzare questi bias per creare un ambiente più semplice, più “ergonomico” per l’individuo.»
Riferimenti
Loconsole, Maria, Silvia Benavides-Varela, and Lucia Regolin. “Matching Sounds to Shapes: Evidence of the Bouba-Kiki Effect in Naïve Baby Chicks.” Science, February 19, 2026. https://www.science.org/doi/10.1126/science.adq7188
Immagine in apertura: Beatrice Malaman/University of Padova
Biologo molecolare, ha svolto attività di ricerca per un breve periodo pubblicando su importanti riviste di settore. Attirato dalla comunicazione ha lavorato per aziende farmaceutiche e infine ha trovato la sua consona espressione nell’insegnamento e nella divulgazione scientifica. Per certificare le competenze di divulgazione ho svolto un corso con Feltrinelli con docenti S.I.S.S.A. Scrive di scienza in diversi ambiti.

