Titolo: Il mistero delle origini dell’uomo. Un viaggio nel tempo per comprendere chi siamo e dove stiamo andando
Autore: Massimo Polidoro
Editore: Feltrinelli
Anno: 2025
Pagine: 240
ISBN: 8807175177
“Il vostro futuro non è scritto, il futuro di nessuno è scritto, il futuro è come ve lo creerete voi, perciò, createvelo buono!”. A parlare è il dottor Emmett Brown, celebre personaggio dell’indimenticabile trilogia intitolata “Ritorno al futuro”. È una citazione che mi è tornata in mente dopo avere chiuso Il mistero delle origini dell’uomo di Massimo Polidoro, perché il libro fa esattamente questo: ti mette a bordo di una macchina del tempo, la più potente che esista, la nostra mente, e ti porta indietro, molto indietro, per restituirti al presente con occhi diversi.
Polidoro è giornalista, scrittore e divulgatore scientifico tra i più noti in Italia: già volto storico di Superquark con Piero Angela e oggi a Noos insieme ad Alberto Angela. È autore di numerosi libri, cura su Rai Uno la rubrica “Il mondo con occhi diversi” ed è l’ideatore, sul suo canale YouTube, del video podcast “Il Gomitolo Atomico”. Negli ultimi anni si è avvicinato con crescente intensità ai temi evolutivi, culminati nello spettacolo Il mistero di Darwin, scritto con Telmo Pievani, e in questo libro, che amplia le riflessioni sul tema.
A bordo di una personale DeLorean, mi sono ritrovato a viaggiare dall’antichità fino al 1924: fino a un matrimonio, a due casse di rocce aperte nel momento sbagliato, e alla risposta alla domanda più antica che ci portiamo dentro.
Ma, forse, è il caso di iniziare dal principio.
Una scintilla di immaginazione
Quante volte, nel corso della nostra vita, ci siamo posti, più o meno seriosamente e consapevolmente, il dilemma: “Da dove veniamo?”
Ricordo, con una punta di inquietante precisione, quando mi feci io per la prima volta questa domanda: un prato verde, il cielo azzurro sopra di me, le nuvole ad accendere la mia fantasia e quasi ad impormi una ricerca di significati nascosti.
Da dove veniamo?
Polidoro individua nell’immaginazione il motore della nostra storia, la stessa che ha generato miti, riti, grandi domande, e lo fa con queste semplici parole: “E tutto è cominciato da lì: da una scintilla di immaginazione”.
Il nostro, lo sappiamo, è un viaggio impervio nel tempo, ma questa volta raccontato come un thriller, tra colpi di scena e soluzioni impreviste, riflesso di un processo tanto studiato quanto controintuitivo.
Si parte, quasi ironicamente, da una ricerca scientifica recente e dalle sfumature drammatiche. Un collo di bottiglia che, circa novecentomila anni fa, ci ha portati vicinissimi all’estinzione. “Meno di 1280 esemplari di una specie ancestrale di esseri umani”, non ancora di Homo sapiens, erano gli unici rimasti ancora in grado di riprodursi. Se oggi siamo qui, se oggi scriviamo, leggiamo, studiamo, in altre parole, viviamo, lo dobbiamo a loro e alla loro capacità di utilizzare l’ingegno.
E così, a poche pagine dall’inizio del racconto delle nostre origini, siamo naturalmente portati, come spinti da una corrente, a riflettere sul caso, sulla possibilità che ci ha portati qui oggi e su tutte le altre possibilità che, invece, non si sono mai realizzate. Forse, dovremmo tutti imparare a dare più importanza a quei “se” con i quali non abbiamo fatto la storia, ma dei quali la storia non può fare a meno. Come ricorda Polidoro, dobbiamo “imparare ad ascoltare anche i silenzi”.
Una pagina dopo l’altra, arriviamo con ritmo serrato alla comparsa dei miti, ovvero tentativi di dare risposte a domande allora troppo grandi. I miti sono racconti che nascono da un grande potere della nostra mente: l’immaginazione. Ed è proprio una testimonianza sorprendente di questa immaginazione che viene ritrovata dove (e quando) meno ce lo aspettiamo.
Quando l’ingegno superò la realtà
È il 25 agosto del 1939, siamo in Germania, a pochi giorni all’inizio della Seconda guerra mondiale. Perché fermarsi qui? Perché proprio lì, in quell’anno e in quel luogo, troviamo una delle prove più straordinarie del salto immaginativo della nostra specie. Proprio qui, la fantasia superò l’esperienza.
All’interno di una grotta, infatti, quelli che sembravano dei frammenti sparsi di avorio di mammut, si rivelarono negli anni successivi qualcosa di straordinario. Riposizionando i frammenti ritrovati e quelli mancanti, ne venne fuori una statuetta alta circa trenta centimetri e raffigurante un essere dal corpo umano e la testa di leone. Un vero e proprio capolavoro scultoreo con quarantamila anni di età. “Molto probabilmente la più antica dimostrazione finora rinvenuta di una mente umana che dà forma fisica a qualcosa che non può aver visto nella realtà”. Ecco spiegato il motivo della fermata.
Quando nacque l’idea di quell’essere dalle sembianze al tempo stesso umane e animali, il nostro ingegno superò la realtà. Da questo momento in poi, è l’immaginazione a farsi guida del racconto. Il libro ci spinge a riflettere sui motivi profondi che ci hanno portati a inventare storie: non solo per spiegare l’inspiegabile, ma anche per costruire un passato che spesso non è mai esistito davvero.
In Europa come in Oceania, nei deserti come nelle foreste pluviali, culture lontanissime tra loro hanno in comune il rimpianto di un’epoca perduta, un tempo in cui tutto era migliore. Tutto, tranne noi. Polidoro affronta questo paradosso ricordandoci che le origini possono diventare uno strumento per fuggire dalla realtà oppure, al contrario, per comprenderla più a fondo. La differenza sta nella disposizione con cui le si guarda.
Con un rapido giro del mondo e delle epoche passate, attraversiamo l’indimenticata Mesopotamia, l’Egitto delle antiche divinità, ma anche la Cina del leggendario Pangu e l’India di Brahma. Siamo catapultati nei più fitti misteri legati ai fossili.
Siamo accompagnati per alcune pagine da Leonardo da Vinci, vecchia conoscenza letteraria dell’autore, con il suo multiforme ingegno, che questa volta ci lascia con una lezione inattesa: non dobbiamo mai esitare a farci contraddire dai fatti, e l’importanza di porsi la domanda giusta più che di fornire la risposta esatta.
Riguardo ai “nicchi”, ad esempio, fossili di molluschi e conchiglie, Leonardo capì come il racconto del diluvio biblico fosse incompatibile con la loro posizione su colline e rilievi dell’area emiliana e romana. Qualcosa, in altre parole, non tornava. Non poteva esser tutto causa di un cataclisma, bisognava cercare altrove: quegli stessi animali dovevano aver vissuto in quei luoghi ora elevati e, a ben vedere, in alcuni casi, se ne potevano ancora scorgere le prove.
Come l’autore ricorda, non dobbiamo cadere vittima di banali semplificazioni. Leonardo fu, pur sempre, un uomo del suo tempo: il neoplatonismo e il simbolismo che pervasero quei secoli lo indussero talvolta, e inevitabilmente, in errore. Ma anche questo, contribuì a renderlo unico. Un seme, quello di Leonardo, che avrebbe trovato terreno fertile nel secolo successivo, quando la nostra personale macchina del tempo segna XVII secolo e quel metodo diventa sistema, quel sistema diventa scienza.
Storie dalla scienza
La nascita della scienza moderna imprime una forte accelerazione al nostro sapere. A questo punto del viaggio, la narrazione si dirama, entrando nelle storie più disparate di uomini e donne che la scienza non l’hanno solo vissuta, ma l’hanno anche scritta. A sorprendere non sono solo le gesta scientifiche narrate, bensì la tridimensionalità con la quale, uomini e donne, vengono descritti, riprendono forma e si colorano. Dal padre dell’anatomia comparata Georges Cuvier a quello della geologia Charles Lyell, da personaggi molto noti come Charles Darwin, al quale l’autore dedica una intera ed emozionante sezione, ad altri rimasti a lungo nell’ombra come Mary Anning.
Il libro riesce nell’impresa di non descriverli come icone sbiadite di una storia lontana, ma è in grado di avvicinarli a noi, animarli. Riga dopo riga empatizziamo con loro, restiamo interdetti e delusi per le loro sconfitte, li incitiamo e li supportiamo nelle loro difficoltà. La sorpresa nel seguire le vicende di Charles Lyell, per qualche anno avvocato avviato alla carriera giuridica, che, con la vista sempre più debole e i fascicoli sempre più illeggibili alla fioca luce di una candela, sceglie infine la geologia. Il risentimento verso una società che accantona Mary Anning, bambina poi cresciuta, capace di scoperte sensazionali, ma colpevole solo di essere giovane e donna in un mondo ancora immaturo e impaurito. Non sono immagini da manuali scolastici.
Il racconto ci lascia respirare le gioie e le ingiustizie di uomini e donne che hanno allargato, con fatica e ingiurie, il faro della conoscenza umana.
Ed è questo lo spessore di cui, forse, abbiamo bisogno per sentirci davvero parte di qualcosa. Cuvier, Lyell, Anning, Darwin non sono soltanto esseri umani che hanno lasciato per sempre un segno nella storia della nostra specie, ma sono stati esseri umani con i nostri stessi dubbi, con le nostre stesse paure, con le nostre stesse difficoltà.
Nelle pagine finali, il libro apre una riflessione di carattere epistemologico che mi ha colpito in modo particolare, costruita intorno a due concetti chiave di Stephen Jay Gould: gli equilibri punteggiati (introdotti con Niles Eldredge nel 1972) e l’exaptation, definito con Elisabeth Vrba nel 1982. Il primo ci dice che l’evoluzione non procede in modo lineare: a lunghi periodi di stabilità si alternano momenti di rapida e intensa speciazione. Il secondo, che non tutto nasce con uno scopo definito: alcune caratteristiche si sviluppano per un utilizzo e vengono poi riadattate per uno completamente diverso, come le piume degli uccelli, nate per l’isolamento termico e poi “reclutate” per il volo. Polidoro usa questi concetti come lente per guardare anche alla cultura e alla conoscenza: forse anche ciò che impariamo procede per salti improvvisi e riadattamenti inattesi. Non tutto quello che leggiamo serve subito, né per lo scopo che avevamo in mente.
Una sorta di riadattamento, un exaptation culturale. E allora, leggere la storia delle nostre origini non è solo un esercizio di memoria, diventa un modo per riadattare lo sguardo, per tornare al presente con occhi diversi. Questo libro ci permette di farlo. E permette di farlo non solo agli addetti ai lavori o agli appassionati di storia della scienza. Grazie a uno stile narrativo avvincente, che tiene insieme il rigore e il ritmo del racconto, Polidoro rende accessibile un viaggio che è, in fondo, il viaggio di tutti: quello verso le radici della nostra specie e della nostra curiosità.
E ora, rimanendo fedeli alla struttura conferita a questa narrazione, possiamo chiudere il cerchio rispondendo alla domanda da cui siamo partiti: da dove veniamo?
Persona giusta, momento sbagliato
È il 1924 e due casse di rocce arrivano alla persona giusta, ma apparentemente nel momento “sbagliato”. Raymond Dart, medico e anatomista australiano dell’università sudafricana di Witwatersrand, ha un matrimonio a cui presenziare e un abito elegante da onorare. Quelle rocce, provenienti dalla cava di Taung, nel nordovest del Sudafrica, nonostante la comprensibile opposizione della moglie, non possono però aspettare un momento più tranquillo. La curiosità deve essere assecondata.
Ed è proprio lì, in abiti formali e lontano dai laboratori, che è stata scritta una delle pagine più importanti del grande viaggio della conoscenza umana. Quelli che sembravano dei semplici frammenti fossili, si rivelarono in seguito i resti del cranio di un bambino vissuto circa 2,8 milioni di anni fa, al quale Dart diede il nome di Australopithecus africanus.
L’ostacolo più impervio da superare, come ben sappiamo, fu il pensiero dominante nel mondo accademico occidentale del tempo, condizionato da falsi miti come quello dei fraudolenti resti del cosiddetto uomo di Piltdown, ma, come ricordato nel libro da Kimberleigh Tommy, antropologa biologica a proposito del cosiddetto fanciullo di Taung contenuto nelle casse: “Questo è il fossile che ha detto ‘Veniamo da qui [dall’Africa]’, e sappiamo bene quanto questo implichi molte cose”.
Poco importa, quindi, che gli “uomini di Dart” non furono chiamati “Dartiani”, anche se, lo ammetto, il rimando ai marziani avrebbe avuto un che di romantico. Quello che conta è che da una cassa aperta in un momento inatteso, nacque una delle risposte alle domande più antiche.
E allora, un po’ come in Ritorno al Futuro, potremmo interrogarci sul nuovo bivio di fronte al quale siamo arrivati, con buona pace di chi finge che chiudendo gli occhi il problema cesserà di esistere. In fondo, questo libro ci offre una sensazione rara: ricordando il passato, si riflette sul presente e si può tentare di influenzare il futuro. Perché interrogarsi sulle proprie origini ci consente di guardare il presente da un’angolazione leggermente diversa da quella con cui lo si guardava prima.
