Il Neanderthal di Altamura e il naso che non ci aspettavamo

Costantino Buzi, Marco Boggioni, Andrea Borsato, Giovanni Boschian, Damiano Marchi, Jacopo Moggi-Cecchi, Antonio Profico, Alessandro Riga, Marco Samadelli, Giorgio Manzi, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

L’eccezionale stato di conservazione dello scheletro di Altamura, datato a circa 150.000 anni fa, svela dettagli inediti sulla conformazione della cavità nasale dei Neanderthal

Scoperto nel 1993 nella Grotta di Lamalunga (Puglia), l’individuo neandertaliano noto come “Uomo di Altamura” è tornato al centro del dibattito scientifico grazie a un recente studio supervisionato dall’Università La Sapienza di Roma. Il suo elevato grado di conservazione ha infatti permesso un’osservazione accurata della cavità nasale interna, completamente preservata, e un’analisi senza precedenti di alcune strutture ossee che generalmente si conservano poco nel record fossile.

Secondo questo studio, pubblicato sulla rivista PNAS, nell’individuo di Altamura non sono presenti alcuni caratteri particolari (autapomorfie) e che finora erano ritenuti specifici dei Neanderthal. Lo studio mette dunque in discussione l’idea che tali caratteristiche siano tipiche di questa specie e suggerisce che la particolare morfologia medio-facciale dei Neanderthal non sia una risposta adattativa al freddo, ma una combinazione di più fattori: morfologici, evolutivi e funzionali.

Come noi, ma dentro un volto diverso

I Neanderthal furono i fautori di una cultura materiale molto complessa denominata Musteriano e caratterizzata da strumenti in pietra finemente lavorati e oggetti legati al pensiero simbolico. Le numerose evidenze accumulate e le continue nuove scoperte mostrano sempre più chiaramente quanto la linea che separa “noi” e “loro” sia sempre più sottile, e come i Neanderthal non fossero inferiori agli esseri umani moderni né per capacità cognitive né per abilità tecnologiche. Umani come noi, dunque, ma differenti per alcuni aspetti.

Le particolari caratteristiche scheletriche resero i Neanderthal da subito ben riconoscibili: un cervello molto grande, leggermente più del nostro, e una corporatura decisamente più robusta. Nonostante l’avanzamento della ricerca, resta ancora aperto il dibattito sulla loro anatomia, in particolare sulla morfologia del cranio e della faccia. Il cranio neandertaliano appare schiacciato e allungato – una forma spesso paragonata a quella di un pallone da rugby – con una fronte bassa e sfuggente, arcate sopraccigliari marcate, un viso ampio e sporgente e un grande naso prominente.

Proprio quest’ampia apertura nasale è stata spesso ritenuta un paradosso: da un lato, numerose caratteristiche del loro scheletro sono tipicamente associate all’adattamento ai climi freddi; dall’altro, un naso tanto grande e aperto sembra più tipico delle popolazioni umane attuali che vivono in ambienti caldi. La porzione interna del naso, che prende il nome di fossa nasale interna o camera funzionale, è infatti la zona che è maggiormente coinvolta nel riscaldamento e nell’umidificazione dell’aria. Per questa ragione, la sua forma varia in modo significativo nelle popolazioni umane moderne a seconda del clima di riferimento. Narici lunghe e strette, adatte a riscaldare e umidificare l’aria, sono caratteristiche delle popolazioni di climi freddi e secchi; nei climi caldi umidi questo non è necessario, e le narici sono più larghe.

Per risolvere questo apparente contrasto, sono state proposte alcune particolarità della cavità nasale interna, considerate autapomorfie dei Neanderthal – ovvero, tratti unici di una specie. Tra queste sono state ipotizzate sporgenze interne orientate verticalmente, un rigonfiamento della parete interna della cavità nasale, e l’assenza di un vero e proprio tetto osseo sopra il canale lacrimale. Tali caratteristiche avrebbero quindi rappresentato un meccanismo specializzato per riscaldare e umidificare l’aria prima che raggiungesse i polmoni, compensando l’ampiezza dell’apertura esterna. In sostanza, si pensava che queste sporgenze interne servissero a ottimizzare il trattamento dell’aria ispirata, offrendo una “strategia” evolutiva unica per sopravvivere alle temperature glaciali dell’Eurasia.

Questi caratteri unici, se validati, dimostrerebbero una soluzione anatomica diversa, ma comunque efficace, da parte dei Neanderthal per affrontare ambienti particolarmente freddi. Purtroppo, queste parti anatomiche – come precedentemente esposto – difficilmente si conservano nel record fossile e ciò rende difficoltoso proporre soluzioni definitive in mancanza di una mole di dati chiara e inequivocabile. L’eventuale presenza e il significato di queste autapomorfie sono ancor’oggi oggetto di un acceso dibattito. Si tratta, senza dubbio, di uno dei temi più controversi che riguardano lo studio della forma del volto dei Neanderthal. La nuova ricerca sull’uomo di Altamura potrebbe quindi ridefinire il dibattito.

L’Uomo di Altamura e il suo naso

Una delle caratteristiche più affascinanti della paleoantropologia e dell’archeologia è la capacità di raccontare nuove storie a partire dagli stessi reperti. È proprio il caso dell’individuo di Altamura, che, a oltre trent’anni dalla sua scoperta, continua a fornire informazioni inedite e cruciali per chiarire aspetti ancora nebulosi dell’evoluzione umana. Nel 1993 un’esplorazione speleologica all’interno del sistema carsico situato a nord-est della città di Altamura (Puglia) portò al rinvenimento di uno scheletro pressoché completo, posizionato in una nicchia di una piccola camera della Grotta di Lamalunga. Le ossa – inglobate tra massicci speleotemi, particolari concrezioni rocciose che si formano prevalentemente in ambienti carsici – erano ricoperte da spessi strati di calcite: un contesto di ritrovamento piuttosto singolare che condusse alla non rimozione del reperto umano.

L’individuo, datato a un intervallo compreso tra 130.000 e 172.000 anni dal presente, non riporta segni dovuti a episodi di trasporto, deformazione o traumi significatici; inoltre, in virtù dell’elevato grado di connessione anatomica delle ossa, gli esperti hanno convenuto che il luogo di ritrovamento possa coincidere con il luogo in cui perse la vita.

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Anatomia della cavità nasale interna di Altamura. A) cranio; B) apertura posteriore della cavità nasale; C) apertura anteriore della cavità nasale. Le immagini A e B sono state ottenute grazie alle acquisizioni endoscopiche. Si possono osservare il vomere (linea tratteggiata viola), le conche nasali inferiori (frecce gialli), le conche nasali inferiori (quadrati celesti) e la lamina perpendicolare dell’etmoide (linea tratteggiata rossa). La freccia blu scuro sulla sinistra indica il rigonfiamento della cresta ossea sulla parete laterale interna. Da Buzi, C., Profico, A., Lorenzo, C. & Manzi, G. (2025). The first preserved nasal cavity in the human fossil record: The Neanderthal from Altamura. PNAS, 122(48), e2426309122.

L’ambiente, sigillato e rimasto indisturbato fino agli anni Novanta, ha limitato i processi tafonomici – che possono avvenire dalla morte dell’organismo fino alla sua eventuale trasformazione in fossile – e consentito, di conseguenza, una conservazione straordinaria delle strutture ossee, in particolar modo quelle più fragili. Nello specifico, l’Uomo di Altamura è il primo e unico individuo fossile a conservare quasi integralmente le strutture della cavità nasale interna, come il vomere, i turbinati e le conche nasali. Abbiamo detto che in condizioni normali queste sottili e fragili ossa vengono distrutte rapidamente dopo la morte; quindi, la loro presenza intatta chiarisce l’eccezionalità scientifica di questa scoperta.

Il nuovo studio si basa sull’acquisizione di immagini endoscopiche ad alta risoluzione delle parti interne della cavità nasale, acquisite direttamente in grotta, e sulla successiva ricostruzione di un modello digitale tramite tecniche di fotogrammetria, offrendo per la prima volta una descrizione anatomica dettagliata e affidabile della cavità nasale di un Neanderthal.

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Ricostruzione della cavità nasale di Altamura. Da: Buzi, C., Profico, A., Lorenzo, C. & Manzi, G. (2025). The first preserved nasal cavity in the human fossil record: The Neanderthal from Altamura. PNAS, 122(48), e2426309122.

Nel complesso, l’organizzazione delle strutture interne della cavità nasale risulta simile a quella degli esseri umani moderni, seppur inserita in una cornice cranio-facciale differente. Le pareti laterali appaiono relativamente lisce e mostrano un’estensione antero-posteriore che precede l’area dei turbinati, cioè le strutture ossee coperte di mucosa nelle cavità nasali che riscaldano, umidificano e filtrano l’aria inspirata.

Gli attacchi dei turbinati medio e inferiore risultano posizionati indietro rispetto ai nasi moderni. Anche il margine del setto osseo è arretrato, mentre il vomere presenta un apice leggermente più lungo. Le concrezioni di calcite, che ricoprono le ossa, tendono a nascondere in parte l’estensione della spina nasale anteriore. Non ci sono evidenze di deviazione del setto o di altre patologie nasali che interessano la parte interna del naso, condizioni che invece sono piuttosto comuni negli esseri umani moderni.

In conclusione, la parte posteriore della cavità nasale appare molto più simile alla morfologia moderna, mentre è soprattutto la porzione anteriore a mostrare differenze evidenti. Qui, infatti, le relazioni spaziali tra le strutture interne e l’apertura nasale si discostano molto dal modello umano attuale, un aspetto che gli autori interpretano come una conseguenza diretta della maggiore proiezione in avanti del volto, o prognatismo medio-facciale, tipica dei Neanderthal. Mancano però del tutto le autapomorfie ipotizzate in precedenza e attribuite dagli autori alla variabilità della specie, probabilmente sovrastimate in passato a causa della frammentarietà e scarsità di resti neandertaliani completi.

Il prognatismo medio-facciale è un risultato diretto delle condizioni climatiche glaciali?

Molte delle caratteristiche del cranio e della faccia del Neanderthal compaiono molto prima di 125.000 anni fa nelle popolazioni europee. Questi tratti derivati sono stati amplificati da particolari episodi demografici che prendono il nome di “collo di bottiglia”. Per semplificare, questo fenomeno avviene quando una popolazione – in seguito a fenomeni naturali o cambiamenti ambientali drastici e improvvisi – si riduce considerevolmente di numero; questa condizione porta a una significativa riduzione della variabilità genetica della popolazione e il suo allontanamento dal pool genetico di riferimento. Ma, in assenza di un legame diretto con la funzione di climatizzazione delle vie respiratorie superiori, qual è il significato della marcata proiezione in avanti del volto dei Neanderthal nella regione delle narici?

Nella prima metà del Novecento alcuni studiosi ipotizzarono che questa particolare configurazione della faccia potesse essere una risposta adattativa ai climi freddi. Ad oggi sappiamo che una determinata forma anatomica può derivare da fattori diversi che portano ad un medesimo epilogo. Nel caso dei Neanderthal, oltre al clima e al metabolismo, bisogna chiamare in causa altri fattori convergenti, come i vincoli imposti dalla morfologia del cranio e processi evolutivi neutrali, senza fare appello a un singolo adattamento diretto.

La località di Altamura era caratterizzata da temperature medie annuali comprese tra 8° e 16° C (circa 11°C di media) e un indice di aridità di 11,73 – al limite inferiore dell’attuale intervallo mediterraneo moderatamente umido. Questi valori sono stati ulteriormente confermati da analisi biocronologiche e palinologiche, che hanno restituito il quadro di un Italia meridionale temperata nel tardo Pleistocene medio. Insomma, l’uomo di Altamura non viveva in un clima troppo rigido, nonostante la sua anatomia.

Non ossa sparse, ma parti di un progetto integrato

Il dibattito sulla morfologia dei Neanderthal è molto acceso e solo la scatola cranica vede un maggiore consenso. Numerosi dubbi riguardano invece la colonna cervicale, la mandibola e il volto.

Una recente revisione critica, pubblicata su «Evolutionary Anthropology» da un gruppo di ricercatori italiani, molti dei quali autori anche del paper su Pnas, suggerisce che questi disaccordi derivino dall’aver finora considerato i singoli tratti morfologici in maniera isolata, e non come parti di un sistema morfo-funzionale integrato. Secondo questa visione, i caratteri tipici dei Neanderthal dovrebbero essere analizzati anche dal punto di vista delle relazioni e interazioni che intercorrono tra loro, chiamando in causa i vincoli biomeccanici.

L’obiettivo dello studio era comprendere quando queste caratteristiche distintive si siano sviluppate e come si siano integrate tra loro in maniera funzionale. Ad esempio, si suggerisce che una particolare configurazione del collo – selezionata in ambienti glaciali allo scopo di garantire stabilità e potenza muscolare – possa aver agito come motore primario per riorganizzare l’intero complesso architettonico cranio-cervicale. Da qui deriverebbero, come effetti a cascata, le modellazioni dell’osso occipitale, della base cranica, della mandibola e del volto, inclusa la sua proiezione in avanti nella porzione centrale della faccia.

Un collo corto, robusto, e meno flessibile avrebbe quindi imposto vincoli strutturali, che con il tempo avrebbero in parte influenzato la forma del cranio e della faccia. Di conseguenza, attività come la masticazione e la respirazione o la postura e la stabilità del capo si sarebbero evolute in modo coordinato, producendo il tipico assetto neandertaliano. La correlazione tra la mobilità del collo e i cambiamenti a cascata avvenuti in seguito, dimostrano come queste caratteristiche non vadano intese singolarmente ma come parti di un sistema funzionale più complesso e integrato.

Per giungere a questa conclusione sono serviti anni di studi comparativi sulla funzione masticatoria e sulla postura del capo nell’umanità moderna. Di nuovo, ci troviamo di fronte al limite del record fossile: i reperti conservano le ossa, ma non i tessuti molli che le inglobavano; sono questi ultimi a essere essenziali per comprendere le relazioni funzionali tra le strutture. Ecco perché in questo secondo studio sono stati integrati i dati paleoantropologici con quelli odontoiatrici.

In conclusione, emerge l’immagine di una specie adattata a contesti ambientali molto rigidi, specializzata nella caccia ravvicinata di grandi mammiferi, con corpi robusti e colli stabili e un’elevata resistenza al freddo. Inoltre, pare che i Neanderthal non fossero particolarmente adatti per la resistenza su lunghe distanze come Homo sapiens, ma più efficienti in percorsi brevi.

In questa prospettiva, l’anatomia dei Neanderthal non va letta come una semplice risposta adattativa al clima freddo o una deviazione evolutiva. La morfologia di questa specie è il risultato di vincoli biomeccanici e, di conseguenza, di adattamenti integrati. Infatti, la selezione naturale agisce su sistemi funzionali complessi e non sui singoli caratteri isolati.

Riferimenti

Buzi, C., Profico, A., Lorenzo, C. & Manzi, G. (2025). The first preserved nasal cavity in the human fossil record: The Neanderthal from Altamura. PNAS, 122(48), e2426309122.

Boggioni, M., Papini, A., Coletti, B., Profico, A., Di Vincenzo, F., Manzi, G. (2025). Neanderthal Cranio-Cervical Features: Morphological Integration and Functional Evaluation of TheirvEarly Appearance. Evolutionary Anthropology, 34, e70013.

Testi consigliati

Vuoi saperne di più sull’evoluzione umana e sui Neanderthal? Ti consigliamo questi testi divulgativi:

Manzi, G. (2018). Il grande racconto dell’evoluzione umana. Il Mulino.

Biondi, G., & Rickards, O. (2024). Umani da sei milioni di anni: l’evoluzione della nostra specie. Carocci editore.

Manzi, G. (2021). L’ultimo Neanderthal racconta: storie prima della storia. Il Mulino.

Foto in apertura: Costantino Buzi, Marco Boggioni, Andrea Borsato, Giovanni Boschian, Damiano Marchi, Jacopo Moggi-Cecchi, Antonio Profico, Alessandro Riga, Marco Samadelli, Giorgio ManziCC BY 4.0, via Wikimedia Commons