Nuove prospettive sul comportamento omosessuale in natura

Un modello di genetica di popolazione fa luce sulle condizioni che permettono al comportamento omosessuale di diffondersi in una popolazione grazie alla selezione naturale

Decenni di approfondite ricerche etologiche hanno ormai dimostrato – fuor di ogni ragionevole dubbio – che il comportamento omosessuale è presente, se non comune, in numerosi gruppi animali, sia vertebrati (come mammiferi e uccelli) che in invertebrati (come artropodi ed echinodermi). Nonostante si tratti di un fenomeno empiricamente accertato, l’origine evolutiva e il mantenimento, nei vari taxa, del same-sex sexual behaviour (o SSB) sono ancora argomenti di acceso dibattito nella comunità scientifica. Non di rado, il comportamento omosessuale (da qui in poi “SSB”) viene considerato come un “paradosso evolutivo”, un’etichetta mistificatrice che fu anche affibbiata, tempo fa, al comportamento altruistico. Lo sconcerto nasce da un’apparente contraddizione tra i meccanismi della selezione naturale – la quale opera favorendo la diffusione di caratteri in grado di incrementare il successo riproduttivo di un individuo – e l’innegabile fatto che un atto omosessuale non produce prole. Per cui, ci si chiede: come può un tratto comportamentale così diffuso in natura continuare ad esistere, se, per definizione, non conduce ad avere discendenti, in barba alle logiche darwiniane?

In realtà, come molto spesso accade in ambito evolutivo, lo scenario è assai più complesso. Innanzitutto, esistono categorie qualitativamente diverse di SSB, ognuna caratterizzata da specifiche ratio evolutive. Ad esempio, in diverse specie di primati, dove esiste dimorfismo sessuale (con “dimorfismo sessuale” si fa riferimento a quanto diversi, morfologicamente, siano i sessi di una specie) e dove le logiche proto-sociali sono imperanti, il SSB ha più una funzione di irrobustimento dei rapporti inter-individuali. Nella maggior parte degli invertebrati, invece, come negli echinodermi, il SSB può essere considerato come un effetto “collaterale” di una strategia riproduttiva più lassa, definita “riproduzione indiscriminata” o “riproduzione casuale”: in altre parole, stelle marine, oloturie e ricci di mare (con un dimorfismo sessuale assai ridotto) si accoppiano un po’ con chi capita, purché sia sufficientemente vicino, senza stare troppo a crucciarsi sul sesso del proprio partner.

Qual è, dunque, l’ordine cronologico con cui queste strategie riproduttive si sono avvicendate nel corso dell’evoluzione? È venuta prima la riproduzione mirata e diretta a membri del sesso opposto (different-sex sexual behaviour o “DSB”) oppure i primi organismi sessuati avevano gusti più fluidi? Su questo argomento numerose ipotesi sono state avanzate nel corso degli anni (Pikaia ne ha recentemente parlato qui). Da una parte, c’è chi crede che i primi organismi sessuati riuscissero a distinguere tra i due sessi e che la riproduzione indiscriminata sia comparsa successivamente in vari taxa animali; altri, invece, sostengono la posizione contraria, ossia che in origine la riproduzione fosse perlopiù casuale. Di fatti, per essere in grado di discriminare tra i vari sessi è necessario aver evoluto sia dei meccanismi di riconoscimento che dei tratti fenotipici che fungano da “segnale” per il sesso di appartenenza. Uno scenario, quest’ultimo, che difficilmente avrebbe potuto verificarsi nei primordiali stadi dell’evoluzione sessuale.

Per comprendere se e in quali circostanze la riproduzione indeterminata (e quindi anche il SSB) possa evolvere ed essere favorita dalla selezione naturale, due ricercatori della University of North Carolina at Chapel Hill hanno pubblicato su Nature Ecology & Evolution un modello che pare fornire delle risposte interessanti in merito. Nello specifico, il modello considera una specie ipotetica con due sessi, uno definito “sesso cercatore” (o searching sex) e l’altro “sesso ricercato” (o targeted sex). Successivamente, gli studiosi hanno stabilito i parametri del modello: ad esempio, la frequenza di atti riproduttivi eterosessuali (quindi DSB) del sesso cercatore; il costo, in termini di accresciuta mortalità, di accoppiarsi solo col sesso opposto (calcolato come il tempo e le energie spese nella “ricerca” del partner); la mortalità intrinseca, indipendente dal tipo di strategia scelta; ed infine, il numero di volte in cui il sesso ricercato manifesta un segnale (qualsiasi) per farsi riconoscere dal sesso cercatore.

I risultati del modello indicano chiaramente che la riproduzione casuale può diffondersi come strategia ottimale in numerosi scenari; ad esempio, quando il costo di accoppiarsi col sesso opposto è alto (come accade quando la densità di popolazione è assai ridotta, e trovare un partner è conseguentemente raro); oppure quando il sesso ricercato non produce segnali di identificazione per il sesso cercatore, una situazione che può facilmente riferirsi a specie in cui il dimorfismo sessuale è poco pronunciato (come nel caso degli echinodermi e altri taxa di invertebrati). Un ulteriore contesto in cui riprodursi in maniera indiscriminata risulta essere la strategia migliore è quando ci sono più membri del sesso ricercato che di quello cercatore: in questo caso, la probabilità di trovare il partner corretto per semplice casualità è abbastanza alta e quindi “non c’è bisogno” di discriminare.

Anche la mortalità pare giocare un ruolo importante nel determinare quale strategia sia la migliore: se la mortalità è molto bassa, gli individui vivono abbastanza a lungo da tentare la riproduzione più volte, per cui il costo di un atto omosessuale è talmente irrisorio che la selezione naturale non è in grado di eliminarlo. Allo stesso tempo, se la mortalità è molto alta, gli individui non possono permettersi di discriminare tra i vari sessi, perché la discriminazione (nel modello) porta con sé un costo da pagare, che può ulteriormente incrementare la probabilità che l’individuo non sopravviva. In questo caso, piuttosto che pagare il prezzo evolutivo di discriminare tra i sessi, la strategia ottimale sembra essere di riprodursi con chi capita e sperare che sia un membro del sesso opposto. Per valori intermedi di mortalità, invece, la strategia migliore pare essere la DSB.

Nonostante si tratti di un modello, e come tale intrinsecamente semplificato rispetto alla realtà biologica, questo lavoro si configura come un importante proof-of-concept di come la riproduzione indiscriminata possa rivelarsi una strategia ottimale in numerosi contesti. In particolare, non avere preferenze sessuali pare essere vantaggioso quando c’è poca differenza tra i sessi in termini fenotipici, la densità di popolazione è bassa, la mortalità è o molto ridotta o molto alta e quando i due sessi sono presenti in proporzioni diverse. Con tali previsioni in mano, sarà sicuramente possibile verificarne la validità empirica studiando quelle specie animali che manifestano comportamenti omosessuali.


Riferimento:
Lerch, B. and Servedio, M., 2021. Same-sex sexual behaviour and selection for indiscriminate mating. Nature Ecology & Evolution, 5: 135-141

Immagine: Pixabay