Ripensare le sale di Zoologia: a Rovereto un nuovo percorso tra evoluzione, biodiversità e cognizione animale
L’evoluzione è il filo narrativo che attraversa le nuove sale di Zoologia del Museo di Scienze e Archeologia di Rovereto. Gionata Stancher, responsabile della sezione di Zoologia del museo e curatore dell’esposizione, spiega lo scopo educativo col quale sono state concepite.
In occasione dei ri-allestimenti delle sale permanenti di Zoologia del Museo di Scienze e Archeologia di Rovereto, abbiamo preso la decisione di modificare in maniera radicale l’assetto espositivo introducendo un filo narrativo che legasse tra loro le varie tematiche trattate. Un tale, unico filo conduttore in grado di unire spugne e coralli con i primati, gli ecosistemi con l’intelligenza animale, il ruolo delle collezioni museali con la tutela degli ambienti non poteva che essere la teoria di Charles Darwin.
La teoria di Darwin viene introdotta all’inizio del percorso, e presentata come la chiave interpretativa indispensabile per comprendere i fenomeni biologici e le loro variazioni nel tempo, con un approfondimento sullo scienziato inglese e uno su Giovanni Canestrini, figura purtroppo non molto nota, e invece di straordinario rilievo, del panorama scientifico italiano e in particolare trentino. La teoria dell’evoluzione per selezionare naturale viene estesamente spiegata all’interno della prima sala che, agli occhi del visitatore, si presenta come una luminosa wunderkammer ottocentesca ricca di oggetti e reperti di varia origine e differenti caratteristiche.
Nei “vecchi” allestimenti la prima sala si presentava come una semplice – per quanto completa – esposizione dell’avifauna locale, ora vede invece esposti assieme teste tassidermizzate di luccio, carapaci di testuggini, una tenia e altri parassiti sotto alcool, scatole entomologiche con esemplari colorati e tante altre meraviglie naturali. La logica espositiva precedente, di stampo tradizionale, vedeva i testi spiegare i reperti, seguendoli; nel nuovo assetto abbiamo voluto che fossero questi ultimi – gli oggetti – a supportare i testi.
Abbiamo cioè privilegiato l’elemento narrativo rispetto all’esposizione sistematica: i testi raccontano ora una storia, che è quella della vita sulla Terra e soprattutto dei suoi meccanismi. Gli spazi piuttosto limitati a disposizione ci hanno purtroppo impedito di raccontare le principali tappe dell’evoluzione degli organismi – il tutto è riassunto in una grande rappresentazione ad albero dei principali gruppi – e ci siamo quindi maggiormente concentrati sui processi che hanno reso possibile la differenziazione delle specie animali, con risultati che abbiamo tutti sotto i nostri occhi. La barriera della dimensione “locale” – in un certo senso connaturata al concetto di Museo civico – è stata in questo modo abbattuta con l’esposizione anche di esemplari esotici qualora fossero funzionali a spiegare un determinato concetto. L’idea di un museo che espone è stata trasformata in quella di un museo che racconta e spiega, più coerente alle esigenze di un’epoca nella quale le immagini e i video di animali sono facilmente accessibili e sempre più dettagliati.
Un secondo elemento portante del nuovo assetto espositivo è il frequente richiamo alla specie umana, a pieno titolo inserita nelle sale in quanto specie animale. In tal modo abbiamo voluto raggiungere un duplice obiettivo: il primo relativo al coinvolgimento del visitatore, che si vede citato nei testi; il secondo riferito all’aggiustamento della prospettiva deformata che ci portiamo dentro, con la re-inclusione della specie umana nel regno animale.
Le prime vetrine hanno l’obiettivo esplicito di mettere in crisi la visione antropocentrica, così come espresso nel provocatorio titolo “Lo sai che sei evoluto quanto una trota?”.

Il pannello in questione contiene una spiegazione sul reale significato della parola evoluzione e dell’assenza di qualsiasi connotazione legata a concetti come “progresso”, “miglioramento” o “obiettivo”. Un secondo elemento di riflessione chiama in gioco il significato della complessità e tale elemento è esplicitato nel contesto di un’esposizione di spugne, coralli e meduse. La semplicità di questi organismi, si chiarisce nel testo, non deve essere intesa come una minore perfezione: la prospettiva potrebbe anzi essere invertita. proprio perché le loro caratteristiche sono eccezionalmente funzionali nel loro contesto, i poriferi non hanno avuto la necessità di modificarsi significativamente rispetto al loro antenato vissuto 800 milioni di anni fa. Da questo punto di vista l’essere umano costituisce invece il miglior esempio di una specie che, trovandosi continuamente nel posto sbagliato nel momento sbagliato, ha dovuto modificarsi ripetutamente fino a raggiungere la forma attuale, diversissima rispetto agli antenati che condivide con spugne e meduse.
La presenza di un dinosauro accanto alle vetrine contenenti uccelli sottolinea l’appartenenza di questi ultimi a pieno titolo nel gruppo dei dinosauri teropodi, e costituisce un importante, quanto quasi sconosciuto al pubblico, collegamento interdisciplinare con la paleontologia.

Dopo la presentazione delle figure di Darwin e Giovanni Canestrini e una spiegazione del concetto di selezione naturale, viene lasciato spazio ad alcuni esempi di prodotti di quest’ultima. Si parte dal mimetismo e, passando attraverso le colorazioni aposematiche, si giunge fino a spiegare il fenomeno della neotenia e della perdita di strutture con gli immancabili proteo, axolotl, le ascidie e alcuni riferimenti anche alla specie umana. Non sono assenti esempi più semplici e accessibili anche ai più piccoli come i denti, il pelo e l’adattamento di alcuni uccelli all’acqua. Il visitatore ha dunque la possibilità di familiarizzare con la vastità dei prodotti del meccanismo descritto da Darwin con esempi concreti: questa moderna wunderkammer stupisce, ma al tempo stesso spiega. In generale, il risultato espositivo (e dunque l’aspetto finale di ogni tematica) rappresenta un ragionato compromesso tra esigenze diverse: da una parte la necessità di esporre reperti ed esemplari che possano ingenerare un senso di stupore nel visitatore, dall’altra, l’opportunità che quello stupore possa trasformarsi in una riflessione grazie al breve testo che accompagna la tematica.
Completano la prima sala tre vetrine dedicate alla selezione sessuale, con coppie di uccelli che rappresentano la presenza (come nel gallo forcello) e l’assenza (come nell’aquila reale) di un evidente dimorfismo sessuale, un video che illustra le elaborate danze di corteggiamento degli uccelli del paradiso e, infine, un uovo di struzzo a simboleggiare il maggiore investimento femmine ritenuto all’origine del fenomeno stesso della selezione sessuale, e certamente a spiegazione della sua direzione. L’ultimo tema della sala è la domesticazione presentata nella sua definizione di selezione artificiale, alla quale Darwin dedicò molta attenzione in relazione alle strette analogie – ma anche significative differenze – con la selezione naturale che stava concependo. L’esposizione di un cranio di bulldog inglese a fianco di quello di un lupo mostra le potenzialità trasformative, anche nel brevissimo termine, della selezione artificiale nonché delle problematiche di salute ad esse connesse.
Nel passaggio tra la prima e la seconda sala, il focus narrativo si sposta dall’evoluzione delle singole specie a quella degli ecosistemi, intesi come comunità di organismi interagenti che evolvono da uno stato di conflitto verso un equilibrio dinamico. L’occasione è buona per alcuni approfondimenti sul concetto di specie biologica, sulla sterilità degli ibridi, sul ruolo della variabilità intraspecifica quale carburante dei processi evolutivi e, infine, sull’origine di quella interspecifica (ruolo dell’isolamento riproduttivo). Il ruolo delle collezioni dei musei di storia naturale si inserisce in questo quadro nella loro veste di custodi dei preziosi “prototipi” delle diverse specie (olotipi e paratipi). In questa sezione, con l’intento di evidenziare sia la variabilità fenotipica delle specie sia la sottile armonia che governa le dinamiche degli ecosistemi, la scelta curatoriale è ricaduta su un raggruppamento tassonomico frequentemente trascurato: quello degli insetti. All’interno della sala vengono presentati alcuni casi-studio seguiti dalle ricerche del museo che si sono tradotti in azioni di tutela di tre specie di ortotteri del nord italia a rischio di estinzione, mentre un focus specifico è dedicato alla zanzara tigre, presentata come specie alloctona non in equilibrio con l’ambiente europeo nel quale ora si trova perché importata dall’uomo.

L’ultima sala è quella forse più innovativa quanto a scelta tematica e criterio espositivo. Il tema qui è quello dell’intelligenza animale, un campo sul quale esistono numerosi pregiudizi che il breve percorso si propone di sfatare. Il focus del primo pannello è sul concetto stesso di intelligenza, presentata come un adattamento come tutti gli altri anziché il pinnacolo dell’evoluzione, una prospettiva in ragione della quale risulta improprio stilare una classifica di intelligenza delle diverse specie. I temi trattati nella sala rappresentano, uno dopo l’altro, una serie di pregiudizi che le ricerche sulla cognizione animale hanno contribuito a sfatare. Il primo, l’idea che le galline e più in generale gli uccelli siano poco intelligenti (“cervello di gallina”): il loro cervello è più piccolo e liscio di quello dei mammiferi, è vero, e il rapporto tra massa cerebrale e quella corporea di molto inferiore. Ma, negli uccelli, la densità neuronale è doppia, e questo rappresenta un adattamento al volo, esattamente come le ossa cave. Cervelli piccoli aiutano infatti a essere leggeri; la loro compattezza fa sì che le piccole dimensioni non incidano sulla funzionalità.

Gli uccelli si sono dimostrati in grado di prestazioni assolutamente impensabili sino a qualche decennio fa. Ad esempio, hanno mostrato di essere capaci di creare intuitivamente dei concetti e categorie sotto i quali raggruppare una serie di elementi specifici – una prestazione che si pensava possibile solo in presenza di linguaggio. In un famoso esperimento di Watanabe, i piccioni venivano addestrati a distinguere quadri impressionisti da quadri cubisti, dimostrando dopo poche prove la capacità di generalizzare correttamente le competenze artistiche acquisite a dipinti mai visti prima. Non solo: hanno dimostrato di essere in grado di apprendere anche i criteri di “disegno bello” e “disegno brutto”, pure in questo caso generalizzando a disegni nuovi e classificandoli coerentemente con il criterio umano che avevano appreso.
La capacità di utilizzare strumenti viene presentata come una capacità condivisa da poche specie animali, nello specifico i primati e alcuni gruppi di uccelli (i pappagalli e corvidi) e rappresenta il ponte di collegamento interdisciplinare con la sezione di Archeologia del museo. Nella sala sull’intelligenza animale sono presenti alcuni filmati tratti da documentari o pubblicazioni scientifiche che mostrano oranghi, ghiandaie e corvi alle prese con problemi logici sulla soluzione dei quali anche un bambino di 7 anni potrebbe avere qualche difficoltà.
Infine, uno specifico focus è dedicato agli studi sulle abilità matematiche negli animali. Prendendo spunto da un famoso esperimento condotto da ricercatori delle Università di Trento e Padova, viene mostrato come pulcini a tre giorni dalla nascita siano in grado di intuire non solo la differenza numerica tra due gruppi di oggetti, ma addirittura il risultato di semplici operazioni aritmetiche come 3-2=1
In coda alle sale il visitatore ha la possibilità di mettere alla prova le proprie abilità nel gioco del memory, in una versione sulle serie numeriche, sfidando uno scimpanzé, meravigliandosi della eccezionale qualità delle prestazioni di questi primati rispetto agli umani.
Più che una semplice successione di reperti, le nuove sale di Zoologia si propongono dunque come la narrazione di un’idea antica di 150 anni ma quanto mai attuale e necessaria. L’obiettivo non è soltanto mostrare la straordinaria diversità della vita sulla Terra, ma fornire al visitatore gli strumenti per interpretarla attraverso la lente dell’evoluzione, superando alcuni dei più radicati pregiudizi sul mondo naturale e sul posto che l’essere umano occupa al suo interno. In questa prospettiva il museo torna alla sua funzione più autentica: non solo conservare e raccontare il patrimonio naturalistico, ma stimolare domande, mettere in discussione convinzioni consolidate e accompagnare il pubblico nella scoperta di una visione della natura più consapevole, aggiornata e scientificamente fondata.
Gionata Stancher è un ricercatore e divulgatore scientifico che lavora come curatore della sezione di Zoologia della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Laureato in Biologia evoluzionistica e dottore di ricerca in Neurobiologia, ha conseguito una specializzazione in giornalismo scientifico. Ha svolto attività di ricerca e didattica presso le Università di Trento, di Trieste e di Roma. È stato allievo del neuroscienziato Giorgio Vallortigara ed è autore di numerosi articoli su riviste scientifiche internazionali; cura inoltre mostre e organizza eventi pubblici su tematiche relative alle neuroscienze e alle scienze naturali.

