Dove piantare alberi in Italia? Dipende dall’obiettivo
Uno studio su Restoration Ecology usa l’Italia come caso di studio per costruire mappe di priorità per la forestazione: biodiversità, salute, clima e gestione dell’acqua non indicano sempre gli stessi territori
Uno studio su Restoration Ecology usa l’Italia come caso di studio per costruire mappe di priorità per la forestazione: biodiversità, salute, clima e gestione dell’acqua non indicano sempre gli stessi territori
Nel discorso pubblico sugli alberi c’è una tentazione ricorrente: contarli. Milioni di alberi, miliardi di alberi, obiettivi da raggiungere entro una certa data. Ma un albero non è una tessera neutra da aggiungere ovunque ci sia spazio. Il suo effetto dipende da dove viene piantato, dal paesaggio in cui si inserisce e dall’obiettivo che si vuole ottenere.
È il punto di partenza di uno studio pubblicato su Restoration Ecology, che ha usato l’Italia come caso di studio per individuare le aree prioritarie per nuovi interventi di forestazione. Il lavoro, firmato da Chiara Gibertini e coautori, non propone una mappa unica del “dove piantare alberi”, ma un metodo per distinguere tra obiettivi diversi.
Forestazione per cosa?
La forestazione può contribuire a molti servizi ecosistemici: assorbire carbonio, ombreggiare e raffrescare le città, ridurre in parte l’esposizione ad alcuni inquinanti atmosferici, aumentare l’infiltrazione dell’acqua nel suolo, creare corridoi ecologici o piccoli punti di passaggio per la fauna. Ma questi benefici non sono automatici, né equivalenti.
Se abbiamo risorse limitate, dove conviene allora intervenire per ottenere un certo beneficio?
Per rispondere, gli autori hanno integrato dati geospaziali su uso del suolo, clima, suoli, densità di popolazione, qualità dell’aria, idrografia, aree protette e vegetazione naturale potenziale. L’analisi è stata condotta a scala nazionale, con una risoluzione di 1 chilometro quadrato. Da qui sono state costruite quattro mappe di priorità, una per ciascun obiettivo.
Per individuare le aree da valutare, gli autori hanno escluso le foreste già esistenti, le zone sopra i 1600 metri, le zone umide, le aree protette e altri ambienti non adatti alla forestazione. Hanno invece mantenuto nell’analisi le aree agricole e quelle urbanizzate, ma con un significato diverso. Nei paesaggi agricoli, “forestazione” può voler dire anche introdurre siepi, filari, fasce alberate o sistemi agroforestali, non trasformare interi campi in boschi. Nelle aree urbane, invece, l’inclusione dipende dalla scala della mappa: una cella di 1 chilometro quadrato classificata come urbanizzata può contenere piccoli spazi verdi, aree libere o superfici recuperabili che richiedono verifiche locali più dettagliate. Per questo le mappe indicano priorità territoriali, non punti precisi dove piantare alberi.
Ogni obiettivo ha la sua mappa
Secondo lo studio, circa il 55% del territorio italiano rientra tra le aree potenzialmente adatte a qualche forma di forestazione. La maggior parte di queste superfici è agricola, mentre una quota più piccola riguarda aree urbanizzate.
Per la connettività ecologica, le priorità si concentrano soprattutto nei paesaggi più frammentati: grandi pianure agricole, aree urbanizzate e zone periurbane. La Pianura Padana, le pianure pugliesi, alcuni tratti costieri e le aree intorno a città come Torino, Roma, Napoli e Catania emergono perché nuovi elementi arborei potrebbero aiutare a ricucire, almeno in parte, un mosaico ambientale molto interrotto.
Per la salute umana, invece, la mappa segue soprattutto la distribuzione della popolazione, dell’inquinamento atmosferico e del rischio legato alle alte temperature. Le priorità più evidenti riguardano la Pianura Padana e le aree urbane o industriali intorno a Milano, Torino, Venezia-Treviso-Padova, Roma, Napoli e Firenze. In questi contesti, alberature, verde urbano e infrastrutture verdi possono contribuire a ridurre l’isola di calore urbana e a migliorare la qualità dell’ambiente in cui vive un gran numero di persone.
Per la mitigazione climatica, la geografia è diversa. Le aree con maggiore potenziale di aumento dello stock di carbonio si trovano soprattutto in zone temperate umide e in fasce montane e collinari, entro i limiti altitudinali considerati dallo studio, lungo Alpi e Appennini. Qui contano molto il clima, la disponibilità d’acqua, il tipo di suolo e la biomassa che una nuova copertura arborea potrebbe raggiungere. Lo studio segnala anche che non tutte le conversioni portano automaticamente un vantaggio in termini di carbonio: nelle risaie, per esempio, il potenziale guadagno risulta nullo o molto limitato, perché questi ambienti accumulano già molto carbonio nel suolo grazie al temporaneo allagamento.
Per la regolazione dell’acqua, infine, le priorità maggiori si trovano soprattutto nelle aree urbanizzate e in alcuni paesaggi agricoli, in particolare i vigneti. Dove il suolo è impermeabilizzato, compattato o gestito in modo da favorire il ruscellamento, aumentare la copertura arborea può migliorare la capacità del terreno di trattenere acqua e ridurre il deflusso superficiale.
Non esiste una forestazione buona per tutto
Uno dei risultati più importanti dello studio è che le aree prioritarie per i diversi obiettivi si sovrappongono poco. Solo il 13% delle superfici considerate potenzialmente adatte risulta ad alta priorità per almeno due dei quattro obiettivi analizzati. In altre parole, una zona strategica per aumentare la connettività ecologica non è necessariamente la migliore per accumulare carbonio; un’area importante per la salute urbana non coincide sempre con quella più utile per la regolazione dell’acqua.
Non significa che un intervento possa avere un solo beneficio. Significa però che la forestazione va progettata dichiarando prima che cosa si vuole ottenere. Se l’obiettivo è ridurre il caldo urbano, la priorità sarà diversa rispetto a un progetto pensato per costruire corridoi ecologici tra aree naturali. Se l’obiettivo è il carbonio, le aree più promettenti possono non essere quelle dove il bisogno sociale è più immediato.
Dalla mappa al territorio
Gli autori sottolineano anche i limiti del lavoro. Le mappe prodotte sono pensate per la pianificazione nazionale e regionale, non per decidere direttamente dove collocare ogni singolo albero. La risoluzione di 1 chilometro quadrato è utile per una visione d’insieme, ma non può sostituire analisi locali su proprietà dei terreni, vincoli urbanistici, specie presenti, qualità degli habitat, disponibilità reale degli spazi e gestione futura degli impianti.
Questa verifica locale è necessaria anche per un’altra ragione: non tutti gli ambienti “liberi” sono ambienti da riempire di alberi, perché più alberi non significa sempre più biodiversità. In alcuni ambienti aperti, come prati, pascoli o altri habitat non forestali di valore, trasformare il paesaggio in bosco può ridurre la ricchezza di specie. Lo studio ricorda quindi che la forestazione non deve cancellare habitat aperti importanti, né essere trattata come una risposta buona in qualunque contesto.
Nelle aree agricole, inoltre, la soluzione più realistica spesso non è la conversione completa a foresta, ma l’integrazione di elementi arborei nel paesaggio: siepi, fasce ripariali, filari, sistemi agroforestali. Nelle città, invece, gli spazi disponibili possono essere piccoli e dispersi, ma proprio per questo richiedono una progettazione accurata.
Piantare con più criterio
Piantare alberi può essere utile, ma solo se si smette di considerarli tutti uguali. Per la biodiversità può servire ricucire paesaggi frammentati. Per la salute può essere prioritario intervenire nelle aree urbane più esposte a caldo e inquinamento. Per il clima può contare soprattutto il potenziale di accumulo di carbonio in biomassa e suolo. Per l’acqua possono essere decisive le superfici impermeabili, i suoli compattati e i paesaggi agricoli che favoriscono il deflusso.
Il tempo è un altro elemento della pianificazione. I benefici considerati dallo studio non sono immediati: dipendono dalla crescita degli alberi e dalla maturazione delle nuove coperture arboree. Come ricorda Giorgio Vacchiano, docente di Scienze e Tecnologie dei sistemi arborei e forestali all’Università degli Studi di Milano: «Nelle città, questo significa un tempo di almeno 20 anni – per questo è necessario iniziare subito».
Una politica efficace di forestazione non dovrebbe chiedersi soltanto quanti alberi piantare, ma quale problema vuole affrontare, in quale territorio e con quali compromessi.
Riferimenti
Chiara Gibertini et al., Afforestation priority for multiple objectives at national scale: Italy as a case study, Restoration Ecology, 2026. DOI: 10.1111/rec.70400.
In apertura: immagine generata con intelligenza artificiale.

