Piltodown: anatomia funzionale della frode

Ho trovato recentemente un lavoro di qualche anno fa di Yoel Rak e colleghi, sulle variazioni di forma del ramo mandibolare nelle scimmie antropomorfe e negli australopiteci (Rak et al. 2007). Seguendo un approccio semplice e abbastanza lineare, lo studio quantifica una evidente percezione visiva: Australopithecus afarensis ha una forma del ramo mandibolare simile ai gorilla, a differenza di tutte


Ho trovato recentemente un lavoro di qualche anno fa di Yoel Rak e colleghi, sulle variazioni di forma del ramo mandibolare nelle scimmie antropomorfe e negli australopiteci (Rak et al. 2007). Seguendo un approccio semplice e abbastanza lineare, lo studio quantifica una evidente percezione visiva: Australopithecus afarensis ha una forma del ramo mandibolare simile ai gorilla, a differenza di tutte le altre specie del gruppo che hanno invece una morfologia più simile tra di loro. Questo apre la discussione su certi temi spesso poco trattati in paleontologia come la presenza frequente di parallelismi evolutivi nella filogenesi dei primati, e sulla validità di molte asserzioni tassonomiche fatte sulla base di specifici caratteri anatomici.

Ma in realtá la cosa che mi ha stupito è stata la distribuzione delle scimmie antropomorfe attuali. L’immagine in alto, rielaborata dallo stesso articolo, rappresenta il risultato di una analisi discriminante sulla forma del ramo mandibolare nelle specie studiate. In particolare è interessante notare che l’orango (almeno per le componenti morfologiche analizzate in questo lavoro) ha una forma intermedia tra scimpanzé e uomo, sovrapponendosi a entrambi i gruppi. Di fatto, non ci sono uomini con una forma del ramo uguale a quella degli scimpanzé, ma si ci sono uomini con la forma del ramo simile a quella di un orango. Ovvero, se io volessi montare una mandibola di grande scimmia sotto un cranio umano, il candidato perfetto sarebbe l’orango.

Qualcuno all’inizio del secolo scorso, senza avere strumenti multivariati di analisi della forma, se ne deve essere accorto, creando un ibrido inaccettabile dal punto di vista evolutivo, ma almeno credibile sul piano biomeccanico e strutturale. Se infatti sono molte le ragioni assurde che ci fanno ancora oggi pensare a come sia stato possibile che una frode come quella di Piltdown, chimera tra un cranio umano e una mandibola di un orango, possa aver retto sul tavolo accademico per decenni, almeno una risposta l’abbiamo trovata, e risiede nella compatibilità morfologica tra i rami mandibolari dell’uomo e dell’orango. Il gioco sarebbe stato difficile con uno scimpanzé, impossibile con un gorilla.

Ovviamente, questa considerazione anatomica contribuisce a una interpretazione più completa della storia, ma certo non fornisce una risposta al problema più generale. Il fatto che per decenni l’intera accademia abbia considerato e discusso un palese ibrido anatomico (ricordiamo qui che Franz Weidenreich aveva da subito suggerito che si trattasse di un cranio umano e di una mandibola di un orango) sottolinea e ricorda ancora oggi alcune debolezze delle discipline paleontologiche che è meglio non dare già per superate.

Emiliano Bruner


Bibliografia
Rak Y, Ginzburg A, Geffen E. 2007. Gorilla-like anatomy on Australopithecus afarensis mandibles suggests Au. afarensis link to robust australopiths. Proc. Natl. Acad. Sci. USA. 104: 6568-72.


Emiliano Bruner
Centro Nacional de Investigación sobre la Evolución Humana, Burgos (Spagna)
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Web: www.emilianobruner.it
Blog: http://neuroantropologia.wordpress.com/