Pionieri nel territorio dei Neanderthal: i più antichi resti fossili di H. sapiens trovati in Germania

Antichissimi resti di ossa umane a Ranis, in Germania, datati 45 mila anni fa, testimoniano l’arrivo precoce dei Sapiens in Europa, la loro convivenza con i Neanderthals e le loro migrazioni verso Nord.

Le evidenze archeologiche rinvenute a Ranis, in Germania, vennero alla luce per la prima volta nel 1926 e, in seguito, gli scavi furono portati avanti principalmente da W. M. Hülle, tra il 1932 e il 1938. Nel sito archeologico, localizzato nella valle del fiume Orla, in Turingia, erano stati rinvenuti resti di un tecnocomplesso archeologico (Lincombian – Ranisian – Jerzmanowician (LRJ) technocomplex) localizzato temporalmente tra il Paleolitico medio e superiore, periodo, a grandi linee, associato alla locale scomparsa dell’uomo di Neanderthal e all’espansione dell’Homo sapiens.

Dal 2016 al 2022, i ricercatori dell’istituto Max Planck, guidati da Jean – Jacques Hublin, sono tornati a Ranis per chiarire la stratigrafia e la cronologia del sito archeologico e identificare con più chiarezza chi, tra i due ominidi, sia stato l’artefice del tecno – complesso paleolitico. Nei loro recenti studi, pubblicati su Nature e Nature Ecology & Evolution, viene riportata la scoperta dei più antichi fossili riconducibili a Homo sapiens proprio in questo sito, nella grotta di Ilsenhöhle: risalgono a oltre 45 mila anni fa.

I ritrovamenti passati e presenti

Gli scienziati hanno riaperto gli scavi iniziati da Hülle, superando una grande roccia (1,7 metri di spessore) che, crollando, aveva chiuso il passaggio e aveva limitato gli studi del 1930. I ritrovamenti di strumenti da lavoro in pietra, scoperti anche in altre località europee (quali Moravia, Polonia orientale e isole britanniche) e non direttamente e univocamente associabili a uno dei due ominidi, insieme al rinvenimento di numerose ossa umane (e di 17 taxa animali) sono il punto focale della nuova ricerca. Gli studi si basano principalmente su sedimentologia, micro-morfologia, identificazioni morfologiche e proteomiche, analisi del DNA antico e datazione al radio carbonio di entrambe le raccolte, quella di Hülle e quella del 2016.

In particolare, negli anni di studio, sono stati recuperati in totale 13 campioni di ossa umane il cui DNA è stato testato per identificare la specie di ominide di appartenenza. Le analisi genomiche hanno permesso di identificare quindi i frammenti ossei come appartenenti (con certezza) ad H. sapiens. Tutte le copie genomiche ritrovate sembrerebbero inoltre derivare da individui strettamente imparentati per via materna, databili tra 49,105 e 40,918 mila anni fa.

Tramite analisi della stratigrafia e analisi su denti di equidi nel sito di Ranis, gli scienziati sono stati anche in grado di ricostruire il paleoclima risalente alla zona della Turingia e, più in generale, dell’Europa nord – occidentale di 45 mila anni fa. A partire dai sedimenti e da analisi a isotopi stabili, si è riscontrato un calo delle temperature negli strati risalenti all’LRJ (7 – 15°C in meno a quelli dei giorni odierni), coerente con un clima sub – artico stagionale e un ambiente steppico e quindi relativamente rigido.

Frammento di osso umano proveniente dai recenti scavi a Ranis. Immagine: Tim Schüler TLDA, dal comunicato stampa.

H. neanderthalensis o H. sapiens?

Il nuovo studio ha dimostrato che il tecnocomplesso di Ranis sia riconducibile a DNA chiaramente appartenente ad H. sapiens. Gli individui di questa specie erano quindi presenti a latitudini relativamente elevate e probabilmente già in grado di raggiungere anche zone più a Nord, arrivando fino alle moderne isole britanniche (come testimonia la presenza di altri resti fossili europei) e sfidando temperature gelide e ambienti ostili.

La professoressa Sahra Talamo dell’università di Bologna, che ha seguito lo studio affiancando i ricercatori dell’istituto Max Planck, sottolinea:

“Le nostre datazioni sono cruciali per questa scoperta: forniscono una visione dettagliata dell’insediamento dell’Homo sapiens nell’Europa settentrionale e contribuiscono in modo significativo alla comprensione di queste prime migrazioni”

Già sapevamo della lunga convivenza tra gli uomini di H. neanderthalensis e gli H. sapiens nel continente europeo, testimoniata anche dagli occasionali eventi di ibridazione. Fino a oggi, però, si pensava in base ai resti rinvenuti, che i Neanderthal fossero scomparsi dall’Europa nord occidentale e centrale, prima dell’arrivo di H. sapiens in quelle regioni.

Con il ritrovamento di resti ossei così antichi (i più antichi fino a ora) in questa regione, “l’ipotesi può essere ora rigettata” scrivono gli autori: già almeno 45 mila anni fa, piccoli gruppi di H. sapiens cominciarono a espandersi a Nord, millenni prima che gli ultimi Neanderthal si estinguessero (circa 40 mila anni fa).

La nuova scoperta apre, dunque, un panorama più complesso relativo ai comportamenti e agli adattamenti degli ominidi nel contesto del continente europeo dell’era paleolitica.

Riferimenti: Mylopotamitaki, D., Weiss, M., Fewlass, H. et al. Homo sapiens reached the higher latitudes of Europe by 45,000 years ago. Nature 626, 341–346 (2024). https://doi.org/10.1038/s41586-023-06923-7

Immagine in apertura: dalla pubblicazione.