Sbadigli che parlano
Nei gelada, gli sbadigli diventano segnali sociali: una nuova ricerca dell’Università di Pisa mostra che la risposta dei compagni dipende dal contesto e dallo stato emotivo di chi ascolta
A volte, per coordinare attività sociali, promuovere la coesione del gruppo o mantenere il contatto quando lo scambio di sguardi non è possibile, un gelada in Etiopia sbadiglia e può accompagnare il gesto con una vocalizzazione. In questa specie (Theropithecus gelada) si registra un’altissima variabilità del repertorio vocale; dati recenti evidenziano l’influenza del contesto e dello stato emotivo sia nel modulare l’emissione da parte del mittente sia nel condizionarne la percezione da parte del ricevente.
Un recente studio pubblicato dal team della prof.ssa Elisabetta Palagi del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa dimostra per la prima volta che lo sbadiglio e le vocalizzazioni associate non sono regolati da uno schema fisso, come si pensava, ma variano in modo flessibile in base al contesto. I gelada prestano maggiore attenzione agli sbadigli provenienti da contesti sociali rispetto a quelli emessi in altre situazioni. Inoltre, anche il tipico contagio dello sbadiglio si manifesta più frequentemente quando vi è un coinvolgimento in una situazione sociale, come il grooming — un’attività di pulizia reciproca — in cui il soggetto si trova in uno stato emotivo positivo, rispetto a un contesto solitario.
Come spiega la dott.ssa Alice Galotti, ricercatrice del gruppo della prof.ssa Palagi e prima autrice dello studio:
«L’effetto hinc et nunc (qui e ora) suggerisce che la risposta dei gelada non sia un riflesso automatico, ma una valutazione dinamica del presente. La vocalizzazione che accompagna lo sbadiglio non è soltanto un segnale biologico, bensì un veicolo di informazioni sociali: se emessa durante un’interazione positiva, come il grooming, agisce da collante, rafforza il legame e sincronizza lo stato emotivo del gruppo».
Sguardi e sbadigli
Immaginate la scena: la ricercatrice è accovacciata a una decina di metri dal gruppo, protetta da un cespuglio che la sottrae alla vista dei primati. Con estrema cautela, il team dell’Università di Pisa attiva un emettitore acustico. Parte lo stimolo: una sequenza di tre sbadigli vocalizzati, registrati in precedenza da esemplari in cattività e intervallati da circa cinque secondi l’uno dall’altro.
La reazione è immediata, ma selettiva. Un esemplare, nel pieno di una sessione di grooming — impegnato a pulire la pelliccia di un compagno — interrompe l’attività e rivolge uno sguardo attento verso la fonte del suono. Poco distante, un individuo solitario che stava riposando non sembra minimamente turbato: per lui, quel richiamo è poco più di un rumore di fondo.
Questa differenza di reazione non è casuale. Il team ha infatti strutturato l’esperimento per verificare la percezione in condizioni differenti, utilizzando quattro tipologie di stimoli acustici:
Contesti ad alta socialità: sbadigli registrati durante interazioni sociali intense.
Contesti a bassa socialità: sbadigli emessi in momenti di calma del gruppo.
Contesti non sociali: sbadigli prodotti da individui isolati.
Grunt: vocalizzazioni affiliative utilizzate come segnali di contatto.
L’obiettivo era misurare due parametri fondamentali: il numero di sguardi — indice di attenzione — e i livelli di contagio — espressione di sincronizzazione motoria. I risultati parlano chiaro: non è il suono in sé a fare la differenza, ma la cornice sociale in cui si trova chi lo riceve.
La procedura sperimentale
Descrive la dott.ssa Galotti:
«Per verificare la flessibilità di questi segnali, abbiamo utilizzato la tecnica del playback. Abbiamo registrato vocalizzazioni ad hoc, raccolte precedentemente in cattività grazie alla preziosa collaborazione di vari zoo europei (EEP gelada), e le abbiamo poi “restituite” ai gelada in natura, tra gli altopiani etiopi. Questo approccio ci ha permesso di osservare come lo stesso identico suono venga percepito in modi diversi a seconda della situazione che sta vivendo chi riceve lo stimolo: gli individui già impegnati in attività sociali mostravano una risposta di contagio molto più elevata. Ciò dimostra che la predisposizione verso l’altro è modulata dallo stato di condivisione del momento stesso.»
Vocalizzi che uniscono: il progetto Bridges
Come il suono delle vocalizzazioni dei gelada, esistono connessioni che, probabilmente modulate dal contesto, permettono di sentirsi vicini anche a distanza, di sincronizzarsi e di cooperare. Il progetto Bridges, da cui è nata questa ricerca, funziona allo stesso modo: unisce. Unisce dipartimenti universitari lontani, ricercatori e professionisti, progetti di ricerca e iniziative educative e umanitarie.
Per Elisabetta Palagi, coordinatrice del progetto, Bridges rappresenta la volontà di superare i confini della sola etologia. Non si tratta soltanto di studiare una specie complessa e plastica come il gelada, ma di costruire un dialogo concreto tra mondi diversi. Lavorare in Etiopia ha significato integrare le competenze scientifiche dell’Università di Pisa con l’esperienza sul campo dei colleghi di Addis Ababa, creando un arricchimento reciproco che va ben oltre la semplice raccolta dati.
La prof.ssa Palagi sottolinea che la ricerca deve avere una ricaduta concreta sul territorio. Studiare gli animali in un’area fortemente antropizzata come Debre Libanos richiede di «entrare in punta di piedi» nella vita della comunità locale. Per questo, il team ha scelto di trasformare la propria presenza in un gesto concreto di gratitudine: sostenere l’economia del villaggio e l’istruzione dei bambini non è un’attività secondaria, ma parte integrante del “ponte” che la scienza deve costruire con la società. Lasciare qualcosa di tangibile, come banchi scolastici realizzati da artigiani locali, significa trasformare lo studio del comportamento animale in un atto di cooperazione umana. «Non si tratta di elemosina, ma di atti reciproci che riempiono d’orgoglio tutte le parti coinvolte», sottolinea Palagi.
La polifonia dell’evoluzione
Noi umani, insieme ai gelada, siamo gli unici primati a emettere vocalizzazioni insieme allo sbadiglio. I gelada rappresentano un modello ideale per comprendere la complessità della comunicazione. Oltre l’individualismo statico di una singola voce, i dati suggeriscono una visione plurale, variegata, flessibile e interconnessa: il contesto e lo stato emotivo possono modulare le informazioni trasmesse, veicolare messaggi diversi e catturare più o meno attenzione.
Attualmente, sembra che l’evoluzione favorisca la socialità positiva, la collaborazione e la cooperazione, comportamenti vantaggiosi e, allo stesso tempo, vocalizzi contagiosi cui prestare maggiore attenzione.
Riferimenti:
Galotti, A., Pedruzzi, L., Francesconi, M., Quartesan, A., Sheleme Abiyou Gamessa, S., Serra, V., Petroni, G., Bogale, B.A., Lemasson, A. & Palagi, E. (2025). Social engagement modulates wild monkeys’ vocal expressions and the behavioral response to that of others. iScience, 29(1), 114408. https://doi.org/10.1016/j.isci.2025.114408
Foto in apertura: BluesyPete, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Biologo molecolare, ha svolto attività di ricerca per un breve periodo pubblicando su importanti riviste di settore. Attirato dalla comunicazione ha lavorato per aziende farmaceutiche e infine ha trovato la sua consona espressione nell’insegnamento e nella divulgazione scientifica. Per certificare le competenze di divulgazione ho svolto un corso con Feltrinelli con docenti S.I.S.S.A. Scrive di scienza in diversi ambiti.

