Il DNA ambientale rivela la presenza del capodoglio pigmeo nel Mediterraneo

© Sergio Martínez

Uno studio pubblicato su Mammal Review ha rilevato tracce genetiche di Kogia breviceps in campioni d’acqua raccolti nel Mediterraneo. La specie, molto difficile da osservare in mare, potrebbe non essere un semplice visitatore occasionale.

Uno studio pubblicato su Mammal Review ha rilevato tracce genetiche di Kogia breviceps in diversi campioni d’acqua raccolti nel Mediterraneo. La specie, molto difficile da osservare in mare, potrebbe non essere un semplice visitatore occasionale.

Nel Mediterraneo ci sono animali che possono restare nascosti a lungo non perché siano minuscoli, ma perché quasi nessuno riesce a vederli. È il caso del capodoglio pigmeo (Kogia breviceps), un piccolo cetaceo odontoceto, parente lontano del capodoglio ma molto più piccolo: raggiunge circa 3,3 metri di lunghezza, vive in acque temperate calde e tropicali e si nutre soprattutto di calamari a profondità mesopelagiche.

Il capodoglio pigmeo appartiene al genere Kogia, che comprende due specie viventi: Kogia breviceps e il capodoglio nano (Kogia sima). Entrambe sono elusive, difficili da osservare vive in mare e conosciute soprattutto grazie agli spiaggiamenti. Nel Mediterraneo, le segnalazioni moderne del genere Kogia sono rarissime e hanno riguardato soprattutto il capodoglio nano, documentato anche da alcuni spiaggiamenti lungo le coste italiane.

Un lavoro guidato da Elena Valsecchi dell’Università di Milano-Bicocca e pubblicato su Mammal Review presenta orea le prime rilevazioni del capodoglio pigmeo nel Mediterraneo basate su DNA ambientale.

Il DNA ambientale, o eDNA, è il materiale genetico che gli organismi rilasciano nell’ambiente attraverso cellule, secrezioni, escrezioni, frammenti di pelle o altri residui biologici. In mare può essere raccolto filtrando campioni d’acqua e analizzando poi le sequenze di DNA rimaste intrappolate nei filtri.

In questo modo è possibile rilevare la presenza recente di una specie anche quando nessun osservatore l’ha vista. È uno strumento particolarmente utile per animali rari, elusivi o difficili da identificare a distanza, come molti cetacei che vivono al largo o passano poco tempo in superficie.

Campioni raccolti dai traghetti

Lo studio nasce all’interno del progetto europeo LIFE-CONCEPTU MARIS, coordinato da ISPRA, che ha usato traghetti di linea come piattaforme di monitoraggio per cetacei e tartarughe marine.

I ricercatori hanno analizzato 393 campioni di acqua marina, raccolti lungo rotte distribuite dallo Stretto di Gibilterra all’area adriatico-ionica. La maggior parte dei campioni è stata raccolta tra ottobre 2022 e ottobre 2024; una quota minore risale all’estate 2019. Ogni campione era composto da 12 litri d’acqua, prelevati dai traghetti tramite una presa dedicata, filtrati a bordo e poi analizzati in laboratorio.

I risultati indicano la presenza di DNA del capodoglio pigmeo in 10 campioni, pari al 2,5 per cento del totale. Poiché alcuni campioni positivi erano stati raccolti nello stesso periodo e nella stessa area, gli autori li considerano riconducibili ad almeno cinque eventi indipendenti di rilevamento.

Le tracce positive si concentrano nel Mediterraneo centro-occidentale, dallo Stretto di Gibilterra al Tirreno, e coprono un intervallo di circa un anno, da novembre 2023 a ottobre 2024. Questo rende meno immediata l’interpretazione dei dati come semplice passaggio isolato di un singolo animale.

Per evitare di confondere il capodoglio pigmeo con il capodoglio nano, i ricercatori hanno confrontato le sequenze ottenute dai campioni ambientali con database genetici e con nuove sequenze ricavate da esemplari di Kogia spiaggiati nell’Atlantico orientale e nel Mediterraneo. Le sequenze ambientali risultano molto più vicine a quelle di Kogia breviceps che a quelle di Kogia sima: la divergenza rispetto alle sequenze di riferimento del capodoglio pigmeo è compresa tra 0 e 1,5 per cento, mentre rispetto al capodoglio nano arriva fino all’8,6 per cento.

Perché soprattutto di notte?

Sette dei dieci campioni positivi sono stati raccolti di notte, anche se i campioni notturni rappresentavano meno della metà del totale. Gli autori segnalano un’associazione statisticamente significativa tra rilevamenti positivi e campionamento notturno, ma le cause restano da chiarire.

Una possibilità è che i capodogli pigmei siano più attivi in superficie durante la notte. Un’altra è che, al buio, possano incontrare più spesso predatori e attivare il loro particolare meccanismo di difesa.

Questo punto si lega a una caratteristica molto particolare delle specie del genere Kogia. Quando sono minacciate, possono espellere un fluido bruno-rossastro da una struttura interna spesso descritta come una sorta di “sacca d’inchiostro”. La nube che si forma in acqua può funzionare come schermo visivo contro predatori come squali o orche.

Gli autori sottolineano che non è ancora stato dimostrato direttamente quanto questo fluido contribuisca al DNA ambientale, ma un rilascio improvviso e localizzato di materiale biologico offre una spiegazione plausibile: lo stesso comportamento che rende l’animale meno visibile ai predatori potrebbe renderlo più visibile agli strumenti molecolari.

Invisibile, o solo non riconosciuto?

Un cetaceo mai confermato con osservazioni dirette in mare nel Mediterraneo è stato individuato attraverso tracce genetiche. Non è detto però che sia stato sempre del tutto invisibile.

Nelle campagne del progetto, gli osservatori a bordo dei traghetti hanno registrato anche numerosi avvistamenti di piccoli cetacei non identificati. In almeno tre dei cinque eventi indipendenti di rilevamento genetico, questi avvistamenti sono avvenuti vicino ai punti in cui è stato trovato il DNA del capodoglio pigmeo.

Per gli autori, quindi, alcuni piccoli cetacei rimasti senza identificazione potrebbero essere stati proprio capodogli pigmei. La specie, però, non era compresa tra quelle attese nelle liste operative del Mediterraneo: un osservatore può non riconoscere ciò che non è previsto nel repertorio di identificazione, soprattutto se l’animale resta poco in superficie e offre solo pochi indizi morfologici o comportamentali.

Un visitatore o una presenza stabile?

Allora il capodoglio pigmeo è solo un visitatore occasionale entrato dall’Atlantico, oppure nel Mediterraneo esiste una presenza più stabile?

Il campione raccolto vicino allo Stretto di Gibilterra potrebbe corrispondere a un’incursione atlantica. Gli altri rilevamenti, però, sono più difficili da spiegare come passaggi isolati di un unico animale o di un unico gruppo. La distribuzione nello spazio e nel tempo suggerisce la presenza di più individui o gruppi, forse concentrati in alcune aree come il corridoio spagnolo, il Santuario Pelagos e il Tirreno.

I dati genetici aprono un’ipotesi evolutiva interessante. Una delle varianti mitocondriali rilevate nei campioni mediterranei è distinta da quelle degli esemplari atlantici più vicini geograficamente. Secondo gli autori, questo quadro è compatibile con l’esistenza di una piccola sottopopolazione mediterranea rimasta separata per lungo tempo, forse una popolazione rifugio.

È però un’ipotesi da maneggiare con cautela: le sequenze ottenute dal DNA ambientale sono brevi e mitocondriali, quindi raccontano solo una parte della storia demografica della specie.

Un precedente poco noto

Durante la revisione del lavoro è emerso anche un dato precedente: la segnalazione di uno spiaggiamento di capodoglio pigmeo sulla costa algerina nel giugno 2001. Non si tratta però di un’informazione entrata stabilmente nelle principali sintesi scientifiche sulla fauna cetologica mediterranea: era riportata in una fonte tecnica o documentale non pubblicata come articolo scientifico vero e proprio.

Questo precedente non ridimensiona il nuovo studio, ma ne precisa il significato. Le analisi pubblicate su Mammal Review rappresentano le prime rilevazioni del capodoglio pigmeo nel Mediterraneo basate su DNA ambientale e rafforzano l’idea che la specie possa essere presente nel bacino da tempo, forse da almeno 25 anni, senza essere stata riconosciuta in modo adeguato.

Perché conta per la conservazione

Se il capodoglio pigmeo frequenta davvero il Mediterraneo in modo regolare, sarà necessario includerlo nei programmi di monitoraggio e nelle valutazioni di tutela. Gli autori chiedono in particolare che la specie venga formalmente considerata nelle liste di protezione ACCOBAMS, l’accordo internazionale per la conservazione dei cetacei nel Mediterraneo, nel Mar Nero e nelle acque atlantiche adiacenti.

Non sappiamo ancora quanti capodogli pigmei vivano o transitino nel Mediterraneo, né da quanto tempo. Ma ora sappiamo dove cominciare a cercarli. Serviranno più campionamenti, soprattutto lungo le coste nordafricane, e un’integrazione più stretta tra DNA ambientale, osservazioni visive e monitoraggio acustico. Per una specie così elusiva, guardare il mare non basta più: bisogna anche leggere le tracce invisibili che lascia nell’acqua.

Riferimenti:

Elena Valsecchi et al., “Seeing Through the ‘Clouds’ With Molecular ‘Eyes’. First eDNA-Based Detections of Pygmy Sperm Whale (Kogia breviceps) in the Mediterranean Sea”, Mammal Review, 2026. DOI: 10.1111/mam.70028.

In apertura: Capodoglio pigmeo (Kogia breviceps), fotografato a La Paz, Messico. Foto: Sergio Martínez / iNaturalist, licenza CC BY-NC 4.0.