Esiste un limite alla conoscenza umana?

Cosa possiamo conoscere e in quali modalità è oggetto di dibattito per filosofi e scienziati: un nuovo studio discute alcune delle implicazioni di una prospettiva pessimistica sulle capacità cognitive della nostra specie


In poco più di due milioni di anni, il cervello degli Ominidi ha triplicato le sue dimensioni giungendo ad una capacità di circa 1200 cc nei moderni Homo sapiens e anche 1400-1500 cc in Homo neanderthalensis (Pikaia ne ha parlato qui). E se guardiamo agli sviluppi culturali degli ultimi tre milioni di anni, dall’industria lomekwiana (Pikaia ne ha parlato qui) ai più recenti dispositivi tecnologici, l’evoluzione della cultura materiale è ancora più sorprendente.

A tal proposito è necessario ricordare che fino a poche migliaia di anni fa Homo sapiens condivideva Africa, Asia e Europa con altre specie congeneri, anch’esse dotate di culture materiali estremamente elaborate. Per questo, se in quest’articolo parliamo della nostra specie, non dobbiamo dimenticare che Homo sapiens non è l’apice di un processo finalistico, e che la sua presenza sul pianeta è in gran parte dovuta alle contingenze dei processi evolutivi che coinvolgono il mondo organico e inorganico.

Alla luce di ciò, non si può fare a meno di notare che le capacità cognitive della nostra specie sono talmente elaborate che sembra impossibile immaginare un limite al progresso scientifico e alla possibilità che, un giorno, la realtà possa esser conosciuta nei suoi aspetti più intricati.

Non tutti però la pensano allo stesso modo. Un recente studio pubblicato su Biology and Philosophy da Maarten Boudry – del dipartimento di Filosofia e Scienze Morali presso l’Università di Ghent- e colleghi, confronta le posizioni dei cosiddetti New Mysterians con la tesi sostenuta nell’articolo, quella di un ottimismo epistemico e dunque della possibilità che il nostro apparato cognitivo possa avere potenzialità cognitive più efficaci di quanto sembri.

L’argomento dei New Mysterians (tra cui si annoverano Noam Chomsky, Jerry Fodor e Steven Pinker) può essere brevemente esposto come segue. Dal momento che il cervello di Homo sapiens è il risultato di processi evolutivi, non pare difficile immaginare che le capacità cognitive siano limitate dagli stessi processi che ne hanno dato origine. A tal proposito Colin McGinn adotta quel che viene definito naturalismo trascendentale. Secondo McGinn, Homo sapiens comprende la realtà esterna in termini di associazioni regolari (lawlike) di eventi. Alcuni aspetti della reltà, secondo McGinn, come ad esempio gli stati mentali, non sembrano analizzabili per mezzo di una scomposizione in componenti più semplici la cui associazione è regolare e ricorrente. Per questo McGinn parla di naturalismo trascendentale: la soluzione a tali problemi è perfettamente naturale anche se trascende i nostri limiti cognitivi.

Gli autori avanzano tre obiezioni principali a questa tesi:

In primo luogo, non è detto che le limitazioni cognitive debbano esprimersi in un assoluta comprensione o incomprensione di un problema. Al contrario, potrebbe verificarsi un rallentamento del progresso scientifico dovuto alla complessità di determinate questioni, senza che esse rimangano completamente inaccessibili. A tal proposito, può essere fuorviante immaginare le potenzialità cognitive come se si scontrassero con un muro che non si può oltrepassare; sarebbe invece più adeguato immaginare l’impresa scientifica in rapporto al mondo esterno come un uomo in una palude dal quale tenta di uscire. La risalita può rivelarsi difficoltosa, ma non impossibile.

In secondo luogo, i New Mysterians considerano i limiti delle capacità cognitive di un singolo individuo, senza considerare lo sforzo collettivo solitamente impiegato dalle indagini scientifiche e l’aiuto di strumentazioni e tecnologie che significativamente estendono le potenzialità del cervello umano.

In ultimo, essi sembrano confondere la possibilità maggiore o minore di un accesso rappresentazionale con quello immaginativo del mondo esterno. Tale distinzione è importante perché è possibile che venga elaborata una teoria estremamente accurata dei fenomeni esterni (accesso rappresentazionale) senza che se ne abbia una comprensione intuitiva (accesso immaginativo). Più semplicemente, se da un lato teorie complesse come quelle utilizzate in fisica quantistica possono fornire descrizioni dello stato delle particelle subatomiche (non possiamo affrontare in questa sede il dibattito fra la posizione realista e strumentalista delle teorie scientifiche: si veda qui per un’introduzione a tema), dall’altro è proprio tale complessità ad ostacolarne una comprensione immediata, dovendo la fisica quantistica appoggiarsi su astrazioni matematiche elaborate. Se ci è permesso un raffronto con la biologia evoluzionistica, potremmo ragionare come segue. Al giorno d’oggi la teoria dell’evoluzione fa anch’essa uso di modelli matematici e strumenti statistici per quantificare e prevedere, ad esempio, i processi intra-popolazionali. È anche vero, però, che è più facile in certi casi osservare le conseguenze fenotipiche dei processi microevolutivi sugli organismi che i mutamenti al livello di particelle subatomiche. Questo è un argomento senz’altro riduttivo e che non ha la pretesa di rappresentare la complessità dell’evoluzione biologica, ma vuole solo mostrare come teorie che hanno per oggetto diversi enti possano mostrare gradi assai variabili di comprensione, che può essere più o meno immediata.

Come sottolineato nello studio (Pikaia ne ha parlato qui) con riferimento alla biologia evoluzionistica, metafore e analogie rivestono un ruolo importante nella visualizzazione di fenomeni, e spesso sono alla base della elaborazione di nuove teorie. È questo un altro fattore che indebolisce la posizione dei New Mysterians, dal momento che la facoltà immaginativa non può essere facilmente dissociata dall’indagine puramente razionale.

Alla luce di tali considerazioni, gli autori ritengono che sia impossibile prevedere a quale punto, se ne esiste uno, l’estensione delle nostre potenzialità cognitive possa fermarsi. Data la rapida evoluzione culturale della nostra specie, rimane molto difficile elaborare previsioni accurate sullo sviluppo delle potenzialità o limiti del nostro accesso rappresentativo ed immaginativo al mondo esterno.

Un simpatico esperimento di pensiero chiude la discussione. Immaginate, continuano gli autori, che degli antropologi extraterrestri avessero visitato la Terra 40.000 anni fa. Un’osservazione della biologia ed espressioni culturali di queste popolazioni umane preistoriche porterebbe i visitatori extraterrestri a concludere che, qualora la costituzione biologica si alterasse relativamente di poco, anche le potenzialità cognitive di Homo sapiens rimarrebbero più o meno identiche nel corso di migliaia di anni.

Nulla di più errato! In poche migliaia di anni, un tempo evolutivamente breve, Homo sapiens è stato in grado di compiere passi enormi, nonostante la sua costituzione biologica esterna si sia realmente modificata poco.

Dunque, secondo gli autori sembra che la posizione dei New Mysterians non sia giustificata. La storia della scienza mostra come in breve tempo la nostra specie sia stata capace di rapide innovazioni, e come teorie che all’inizio sembravano bizzarre perché controintuitive, ad esempio la teoria dell’evoluzione o l’azione deleteria di alcuni micro-organismi sull’uomo, siano poi entrate a far parte del senso comune. Inoltre, quando i New Mysterians sostengono l’impossibilità di trovare soluzioni a problemi quali il nesso mente-corpo, essi stanno presupponendo la conoscenza di entità, come la natura della coscienza, della mente umana e la ragione della distinzione fra mente e corpo, che potrebbero fornire preziose indicazioni per l’impostazione di una soluzione, seppur provvisoria.

Adottare una prospettiva di pessimismo epistemico sembra dunque una posizione prematura, che non tiene conto delle conquiste scientifiche realizzate e della flessibilità della cognizione umana.


Riferimenti
Boudry, M., Vlerick, M. e Edis, T. (2020), The end of science? On human cognitive limitations and how overcome them. Biology and Philosophy, 35(18):1-16

Immagine: English: Redrawn in SVG by Otourly (Original: Nohat concept by Paullusmagnus)   Deutsch: Nachgezeichnet als Vektorgrafik von Otourly (Original: Nohat Konzept von Paullusmagnus). / CC BY-SA)