Grande come una balena

Un team di ricerca internazionale è riuscito a determinare i motivi per cui diversi gruppi di cetacei riescono a raggiungere dimensioni tanto diverse tra loro. La risposta è nelle strategie di caccia e nel loro rapporto energetico


Il mare ospita gli organismi più grandi del pianeta. In particolare la balenottera azzurra (Balaenoptera musculus), in grado di superare i 30 metri di lunghezza e le 100 tonnellate di peso, è l’animale conosciuto più grande mai vissuto sul pianeta (delle sue dimensioni Pikaia ne ha parlato qui). Quali sono i fattori che hanno reso possibile il raggiungimento di queste dimensioni colossali? E perché non tutti i cetacei diventano così grandi?

Per rispondere a queste domande un gruppo internazionale di ricercatori si è impegnato in uno studio su scala globale. Per questa ricerca il team ha monitorato, tramite dei sensori attaccati con delle ventose agli animali, centinaia di cetacei di tutte le dimensioni, da alcune specie di delfini alle grandi balenottere azzurre. Questo ha permesso di raccogliere una straordinaria mole di dati per ogni specie analizzata riguardo all’energia utilizzata per cacciare le prede e quali hanno i risultati migliori.

Ciò che ne è stato ricavato è che le dimensioni massime delle balene sono strettamente legate al rapporto tra l’energia spesa per la ricerca del cibo e quella ricavata dal cibo stesso.

Le balene filtratrici (o Misticeti) sono quelle con la strategia più efficace. Non devono fare altro che cercare i densi banchi di krill di cui si nutrono, spalancare le enormi fauci e, infine, lasciare che i fanoni svolgano la loro azione filtrante. In questo modo riescono quasi sempre a ottenere più calorie di quelle che hanno utilizzato per nutrirsi.

I cetacei dotati di denti (gli Odontoceti) sono invece costretti a utilizzare più energia per l’alimentazione. Devono fare uso di ecolocalizzazione, e sono ristretti alla caccia di una sola preda alla volta. Inoltre devono spesso immergersi a grandi profondità, come nel caso dei capodogli, per trovare i calamari che fungono da ottima fonte di cibo. Queste immersioni richiedono grandi quantità di energia, senza contare che i calamari devono poi essere cacciati e catturati. Non è raro che questi cetacei finiscano con l’utilizzare per l’immersione più energia di quella che ricavata tramite l’alimentazione. Questo sarebbe uno scoglio importante per cui i capodogli sarebbero arrivati al limite biologico delle loro dimensioni. Semplicemente, se fossero più grandi, non riuscirebbero a trovare abbastanza cibo per sopravvivere.

I Misticeti invece non hanno gli stessi problemi dei loro parenti dentati, in quanto il krill di cui si nutrono è presente in grandissime quantità, con la sua stagionalità come unico fattore limitante.

Lo studio mette in mostra come le balene siano in un continuo equilibrio precario, quando uno sbilanciamento delle risorse di cui hanno bisogno può significare non avere abbastanza energia per mantenere la loro grande massa corporea. Questo significa per i grandi cetacei un ulteriore fattore di rischio in questi tempi di cambiamenti climatici e crescente domanda di cibo per l’uomo.


Riferimenti:
J. A. Goldbogen, D. E. Cade, D. M. Wisniewska, J. Potvin, P. S. Segre, M. S. Savoca, E. L. Hazen, M. F. Czapanskiy, S. R. Kahane-Rapport, S. L. DeRuiter, S. Gero, P. Tønnesen, W. T. Gough, M. B. Hanson, M. M. Holt, F. H. Jensen, M. Simon, A. K. Stimpert, P. Arranz, D. W. Johnston, D. P. Nowacek, S. E. Parks, F. Visser, A. S. Friedlaender, P. L. Tyack, P. T. Madsen, N. D. Pyenson. Why whales are big but not bigger: Physiological drivers and ecological limits in the age of ocean giants. Science, 2019; 366 (6471): 1367 DOI: 10.1126/science.aax9044

Immagine: NOAA Fisheries (TBjornstad 11:17, 18 April 2007 (UTC)) [Public domain]