I resti umani come beni culturali tra potenzialità e problemi

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Pikaia ha letto per voi “Quel che resta. Scheletri e altri resti umani come beni culturali”, libro a cura di Maria Giovanna Belcastro, Giorgio Manzi e Jacopo Moggi Cecchi.

I musei di storia naturale sono da sempre luoghi di mediazione tra la narrazione che ogni percorso museale deve costruire e la cura dei reperti esposti, intesa sia come qualità visiva ed estetica dell’esposizione che come conservazione degli “oggetti”. Questa mediazione risulta particolarmente complessa nel caso dei musei anatomici, in quanto i resti umani esposti si pongono in una inusuale condizione intermedia tra ciò che rimane della vita di un individuo e il loro valore scientifico. Ogni resto umano rappresenta, infatti, una sorta di archivio di dati biologici, che può essere registrato, studiato e interpretato.

I resti umani conservati nei diversi musei possono, ad esempio, divenire un modo per ricostruire lo stile e la qualità di vita nel passato, così come aspetti paleo-epidemiologici necessari per comprendere le epidemie passate e prevenire quelle future. Per questa duplice natura di soggetto/oggetto, i resti umani rientrano in una zona grigia che lo stesso Codice dei beni culturali non tratta in modo esplicito. Sono al centro di un acceso dibattito, che coinvolge oggi numerose istituzioni, tra cui sia musei privati che universitari. Il volume Quel che resta. Scheletri e altri resti umani come beni culturali (Il Mulino, 2022), a cura di Maria Giovanna Belcastro, Giorgio Manzi e Jacopo Moggi Cecchi, propone al lettore una riflessione multidisciplinare relativa alle possibilità di studio dei resti umani e al modo in cui essi devono essere gestiti e conservati. Il libro però non affronta solamente problematiche tecniche, ma analizza anche le numerose ricadute etiche e deontologiche connesse all’uso e all’esposizione museale di tali reperti.
“Appare chiaro che sia necessaria una profonda riflessione: in primo luogo da parte degli antropologi, ma anche coinvolgendo la comunità (…) circa la necessità della corretta interpretazione di cosa sia un resto umano, quale sia l’approccio scientificamente e deontologicamente adeguato al suo trattamento, quali siano le profonde valenze informative che può fornire al contesto scientifico di riferimento nonché all’indagine multidisciplinare sull’umanità”.


Il passato bussa alla porta

I resti umani hanno da sempre un grande fascino per gli scienziati e, in particolare, nel corso del Settecento e dell’Ottocento hanno iniziato a essere molto comuni nei musei, dove scheletri e preparati anatomici sono stati utilizzati a scopo didattico ed espositivo. Nel corso dell’Ottocento l’espansione coloniale ha portato le collezioni museali europee ad arricchirsi di reperti provenienti da terre lontane per documentare la vita in questi luoghi “esotici”.  Questi reperti coloniali, interessanti in quanto testimonianza della diversità umana, sono però stati utilizzati anche per sostenere discriminazioni su base razziale o sociale e in alcuni casi resti umani sono stati esposti come fossero curiosità della natura, piuttosto che ciò che rimaneva di persone morte in un passato più o meno recente.

A oggi, la presenza di tali reperti e le modalità con cui alcuni di essi sono stati acquisiti sono oggetto di enorme discussione, poiché essi sono stati talvolta ottenuti in assenza di scavi autorizzati o in contesti socio-politici decisamente differenti da quelli attuali.
In alcuni casi, infine, i resti umani sono stati elaborati nel senso di trasformati così da fornire informazioni differenti (ad esempio l’anatomia di un singolo organi piuttosto che la forma delle varie ossa che compongono il cranio), così che essi sono divenuti manufatti, così come i tatuaggi recuperati da cadaveri di detenuti sono divenuti raccolte assimilabili a documenti di archivio. Ma come gestire oggi questi reperti?


Conservare per studiare o restituire e seppellire?

Come ben attestano i saggi presenti in Quel che resta. Scheletri e altri resti umani come beni culturali, sebbene il codice etico ICOM contenga norme precise di conservazione dei resti umani in luoghi sicuri e che assicurino anche il loro rispetto, l’atteggiamento verso tali reperti deriva dalla sensibilità individuale di ciascuno di noi. Varia non solo tra nazione e nazione, ma anche tra persone differenti, per cui non è facile trovare soluzioni che siano soddisfacenti per tutti. In Italia le vicende, anche giudiziarie, relative al cranio del “brigante” Giuseppe Villella (conservato ed esposto al Museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso” dell’Università di Torino) (qui un interessante approfondimento pubblicato dalla rivista Museologia Scientifica) sono un chiaro esempio delle difficoltà che le collezioni di resti umani devono fronteggiare. La discussione su questi temi è ancora di più ricorrente per i preparati coloniali, per cui sono state formulate anche richieste di rimpatrio (qui un esempio). Quel che resta. Scheletri e altri resti umani come beni culturali suggerisce che, pur essendo essenziale attribuire la giusta importanza alle istanze sociali, etiche e religiose che nascono dai resti umani nei musei, non si può rinunciare alla conoscenza che quei reperti possono assicurare. Serve, inoltre, ricordare che, se studiati per capire la nostra evoluzione, essi acquistano una straordinaria importanza proprio in ragione dell’universalità della storia che essi possono raccontarci, storia che è patrimonio di tutti e che va al di là del luogo in cui i singoli reperti sono conservati. Questo ovviamente non significa che si debbano tollerare forme di incuria nella loro conservazione o che non debbano essere cercate e proposte nuove soluzioni per combinare esposizione e rispetto della sensibilità individuale, ma che il rispetto per gli esseri umani non passa esclusivamente dalla loro sepoltura dopo la morte. 
“Dalle considerazioni sulla legittimità delle richieste di restituzione dei resti umani emerge come il valore scientifico della ricerca sulle nostre origini, imperniata sul fondamento biologico della discendenza comune e sulla ricerca paleoantropologica, coincida con l’interesse verso un’identità condivisa che non appartiene a nessuno, ma ci definisce tutti come esseri umani”.

Data la forte connessione con la ricerca che caratterizza gli Autori dei diversi saggi pubblicati nel volume, non sorprende che non siano inclusi interventi contrari all’uso dei resti umani come beni culturali su cui fare ricerca. Vari saggi pongono però bene in evidenza le diverse problematiche connesse ai resti umani nei musei, motivo per cui questo libro rappresenta uno stimolante tentativo di creare un dialogo tra diversi campi di ricerca e ambiti più connessi alle scienze umane e sociali. Nel complesso infatti gli Autori propongono numerose argomentazioni provenienti dall’antropologia, dalla biologia evoluzionistica e dalla museologia, così come aspetti di ordine etico. Forse il testo avrebbe potuto dare più spazio alla prospettiva storica (intesa in particolare come storia della scienza) per mostrare non solo ciò che i reperti ci hanno permesso di scoprire, ma anche come è cambiato il modo cui la scienza è stata percepita nel corso del tempo e con essa anche le mutazioni nella sensibilità per lo studio e l’esposizione dei resti umani. Questo aspetto è interessante in quanto come gli stessi Autori indicano, nel corso degli ultimi secoli vi è stata una vera e propria trasformazione nel modo in cui l’uomo e il corpo umano sono stati percepiti e non necessariamente gli esperti di singole discipline possono cogliere in modo efficace e immediato anche i nuovi confini che definisco la percezione sociale della scienza.

Al di là di questa considerazione finale, Quel che resta. Scheletri e altri resti umani come beni culturali è indubbiamente una eccellente lettura tanto per i futuri antropologi (che non dovranno ignorare le implicazioni etico-sociali dal cambiamento sostanziale e simbolico che sta investendo la ricerca) quanto per tutti coloro che si vogliono avvicinare con consapevolezza non solo ai musei anatomici, ma più in generale ai musei di storia naturale per costruirne il futuro.

I curatori dell’opera

Maria Giovanna Belcastro è professoressa ordinaria di Antropologia all’università di Bologna dove è responsabile delle collezioni museali di Antropologia; fa inoltre parte del Consiglio Direttivo dell’Associazione Antropologica Italiana.
Giorgio Manzi è professore ordinario di Antropologia alla Sapienza università di Roma, vicepresidente dell’Associazione Antropologica Italiana e Accademico dei Lincei.
Jacopo Moggi Cecchi è professore associato di Antropologia all’università di Firenze e segretario dell’Associazione Antropologica Italiana.

Di seguito puoi leggere anche la recensione dello stesso volume a cura di Alessia Colaianni
Quel che resta. Scheletri e resti umani tra conservazione, scienza e società