Premio Scrivere di P. Greco: “L’uomo d’oggi: animale sociale bisognoso di umanità concreta”

Pikaia pubblica i due articoli vincitori del premio “Scrivere di Pietro Greco” rivolto agli alunni delle scuole superiori. In “L’uomo d’oggi: animale sociale bisognoso di umanità concreta!” Francesco Ferrandino si chiede: “su quali basi fondare una civile convivenza umana che in sé non conservi i semi dell’invisibile tentazione del razzismo?”

Lo scorso dicembre è mancato il giornalista scientifico Pietro Greco e a febbraio Il Circolo Sadoul e il gruppo “Gli amici di Pietro Greco” hanno indetto un concorso di scrittura per gli studenti delle scuole superiori di Ischia su temi a lui cari. Il 20 aprile si sono chiuse le iscrizioni, e la giuria ha selezionato i due vincitori ex-equo. Entrambi i lavori sono sulla traccia “Le razze umane: come si può odiare qualcosa che non esiste”. Di seguito pubblichiamo l’articolo di Francesco Ferrandino intitolato L’uomo d’oggi: animale sociale bisognoso di umanità concreta, mentre a questo link abbiamo pubblicato l’articolo Ma che “razza” di mondo di Chiara Misurelli.

L’uomo d’oggi: animale sociale bisognoso di umanità concreta

Pianeta Terra, Anno Domini 2021, età della tecnica – postmodernità, tempo di pandemia.

In queste coordinate spaziotemporali è ancora possibile parlare di razze umane?Scientificamente il concetto di razza umana è più che superato, eppure persistono atteggiamenti xenofobici, strutture, preconcetti definibili di stampo razzista. Ben note sono le dinamiche storiche che portano al razzismo. Il concetto di “razza” applicato all’uomo compare dapprima nelle nozioni di stampo scientifico di C. Linneo nel Settecento, nelle teorie darwiniste del secolo successivo per giungere, poi, fino alla “superiorità della razza ariana” nel pensiero di de Gobineau e nel nazionalismo tedesco in generale (si rimanda ai testi di Fichte o dello stesso Hegel). Tutto quanto di teorico troviamo in questa corrente di pensiero, sfocia nei drammi più che noti del primo Novecento. 

Ma il razzismo, nonostante tutto, ha provato a resistere quale valida teoria grazie a fondamenti pseudo-scientifici anche agli albori del terzo millennio. Si pensi a The bell curve, definito da Guido Barbujani in “L’invenzione delle razze. Capire la diversità umana” come un testo dove si riciclano pari pari le idee ottocentesche di Lombroso. E ancora nello stesso libro il genetista ricorda che: “[…] Nel marzo 2005 è apparso con grande evidenza sul New York Times un articolo in cui Armand Marie Leroi (esperto di vermi nematodi…) sostiene senza portare uno straccio di dati che le razze umane sono evidenti a tutti; che alcuni scienziati rifiutano di ammetterlo per ragioni squisitamente politiche.” 

Seppur con voci discordanti (isolate!), la scienza ha potuto dimostrare la fallacia dei discorsi sulla razza. Partendo dalla definizione di Homo sapiens, si è riscontrata l’inesistenza di una netta divisione in “razze” degli esseri umani; restano differenze che definiscono l’uomo in appartenenza a un popolo/etnia ma non di certo a una razza. Nella seconda metà del Novecento, infatti, diversi sono stati gli studi compiuti da genetisti e biologi evoluzionisti: uno fra tutti, Richard Lewontin. La conclusione di suddette ricerche ha dimostrato una differenza genetica minima all’interno dei diversi popoli. Al contrario, si può ricondurre l’origine dell’essere umano ad un unico antenato comune. In Corsi di Biologia, di Silvia Saraceni e Giorgio Strumia si legge:

“I risultati portarono alla conclusione che le differenze geniche tra le varie razze erano soltanto del 7%, mentre c’era una grande variabilità genica all’interno delle singole razze (85%). Questo dimostrava che di fatto tutte le razze derivano da un piccolo gruppo di antenati ancestrali che hanno lasciato ai discendenti una grande porzione di genoma «di base» comune, mentre solo il 7% del genoma è responsabile delle differenze somatiche tra le etnie”

Sul piano scientifico-filosofico certi discorsi sembrano essere superati, ma la faccenda non si può considerare ugualmente risolta nel quotidiano. Non si tratta di semplici luoghi comuni o di arretratezze in ambito culturale: oggi l’odio prende ancora il sopravvento! Ne sono un efferato esempio le operazioni di pulizia etnica che – dall’ex Jugoslavia al conflitto arabo-israeliano – giungono tutt’oggi a interessare i territori mediorientali o africani; ancora, le diverse forme di discriminazione giustificate dalla “difesa della Nazione” che giornalmente vengono compiute nel frettoloso giudizio di processi strettamente connessi al macro-fenomeno della globalizzazione a noi contemporanea. Si riducono, così, a un semplice “referendum” sull’accoglienza dei migranti tutti quei fenomeni ad essa connessi come tratte di schiavi, fughe da guerre, mafie, sfide climatiche…

Allora, se sui piani “d’élite” la questione sembra essere risolta, sorge spontanea una domanda: su quali basi fondare una civile convivenza umana che in sé non conservi i semi dell’invisibile tentazione del razzismo?
Tante potrebbero essere le iniziative o i buoni propositi, ma è da ritenere necessaria una radicale conversione dell’uomo contemporaneo all’umanità. Ecco spiegato il titolo di questo breve contributo: l’uomo asservito al potere economico, oggi, specie davanti alla crisi pandemica, non può che riconoscersi fratello dell’altro piuttosto che rivale.
Certamente è impossibile sradicare dalla mente umana il sostrato tecno-economico che detta quasi inconsapevolmente leggi e valori su cui basare il proprio agire etico, ma è necessario “ricentrare il senso” per poter fondare oggi una società concretamente umana. A partire proprio dalla definizione aristotelica di uomo ζῷον πολιτικόν – animale sociale – è necessario aprirsi ad una concreta relazionalità che dia la possibilità d’uscire dallo schematismo tecnocratico dell’utile.

L’uomo non è mera materia, tantomeno il padrone assoluto della realtà! È la disponibilità a riconoscersi limitati, quindi bisognosi di qualcosa/qualcuno d’altro per completezza, relazione, che può realmente cambiare l’orientamento dei nostri passi (si rimanda alla concezione di “reconnaisance” del filosofo francese Paul Ricœur). In quest’ottica relazionale è possibile un incontro vero fra culture, tradizioni e posizioni di pensiero differenti non annullandosi in un mero processo dialettico ma, valorizzando le peculiarità di ciascuno nel tendere ad un vero e proprio “dialogo dialogico” (Romano Guardini) o ad una “analettica del presente” (Emilce Cuda). L’etimologia stessa della parola economia – dal greco οἶκος “casa” e νόμος “norma”- rimanda al concetto di Terra quale “casa comune” (Papa Francesco); ugualmente tutto questo vale per l’ecologia. Essendo i popoli abitanti dell’unica Casa, proprio a favore dell’attuale globalizzazione, non ci si può esimere dal riconoscere nell’altro un’opportunità di incontro. Attenzione a non cadere in meri idealismi di “pace e solidarietà”! Non saranno gli slogan ad eliminare il razzismo. È invece un processo di “fraternizzazione” del sociale che può permettere all’uomo contemporaneo di andare oltre la mercificazione e riconoscere nell’altro un fattore di completezza. 

Per concretizzare i concetti proposti si propongono esempi quali: economia circolare, economia di comunione (Brasile), banche di micro-credito indiane (ideate dal Nobel per la Pace, M. Yunus). In conclusione, si desideri una “società di diritto” fondata non su di un’astratta uguaglianza, ma su di una concreta fratellanza che valorizza le diversità in nome della vera Unità!
Papa Francesco ha scritto nell’enciclica Fratelli tutti:

“[…] rendersi conto di quanto vale…una persona, sempre e in qualunque circostanza! …Questo è un principio elementare della vita sociale, che viene abitualmente e in vari modi ignorato da quanti vedono che non conviene alla loro visione del mondo o non serve ai loro fini… Ogni essere umano ha diritto a vivere con dignità e svilupparsi integralmente…”

  Francesco Ferrandino