Quando il mondo parlava decine di migliaia di lingue
Oggi si contano circa 7.500 lingue, tra lingue vocali e lingue dei segni. Potrebbero essere ciò che resta di una diversità molto più grande: secondo un modello pubblicato su Science, il numero delle lingue sarebbe aumentato per gran parte dell’Olocene, raggiungendo il massimo tra 3.000 e 1.000 anni fa, prima di precipitare rapidamente.
Settemilacinquecento lingue sembrano un numero enorme. Eppure potrebbero essere ciò che resta dopo una delle più profonde contrazioni culturali della storia umana: in un passato relativamente recente il pianeta avrebbe ospitato decine di migliaia di lingue.
È lo scenario proposto dal linguista computazionale Damián Blasi, dall’antropologo Marcus Hamilton, dal biologo evoluzionista Russell Gray e dalla linguista Claire Bowern in uno studio pubblicato su Science. Secondo il loro modello, 12.000 anni fa, agli inizi dell’Olocene, nel mondo si parlavano probabilmente meno lingue di oggi. Il loro numero sarebbe poi aumentato insieme alla popolazione umana fino a raggiungere un picco negli ultimi millenni, e sarebbe poi diminuito rapidamente.
Come stimare le lingue della preistoria
La scrittura compare circa 6.000 anni fa e, anche dopo la sua invenzione, documenta soltanto una piccola parte delle lingue effettivamente parlate. Per gran parte della storia umana non possiamo quindi contarle direttamente. In mancanza di testimonianze, è però possibile tentare una stima attraverso indicatori indiretti, o proxy. Le lingue sono parlate da gruppi umani: conoscendo approssimativamente la popolazione mondiale di un’epoca e stimando le dimensioni delle comunità linguistiche, si può calcolare quanti gruppi diversi e, per approssimazione, quante lingue avrebbe potuto ospitare il pianeta. Nella comunità scientifica erano state proposte tre ricostruzioni della storia globale delle lingue durante l’Olocene.
Secondo l’ipotesi del Paleolitico megadiverso, alla fine dell’ultima glaciazione esistevano già almeno 12.000 lingue e forse decine di migliaia. La diffusione dell’agricoltura avrebbe poi favorito l’espansione di alcune popolazioni e dei loro idiomi a scapito di quelli dei cacciatori-raccoglitori, avviando un declino proseguito fino a oggi.
L’ipotesi della spinta demografica colloca invece tra 6.000 e 10.000 il numero delle lingue alla fine del Pleistocene. La domesticazione di piante e animali, favorendo la crescita e gli spostamenti delle popolazioni, avrebbe innescato un’espansione nel numero delle lingue parlate. Il declino sarebbe cominciato più tardi, con la formazione dei grandi stati e la diffusione delle lingue veicolari negli ultimi 4.000 anni.
Per l’ipotesi dell’equilibrio premoderno, infine, il numero globale delle lingue sarebbe rimasto abbastanza stabile durante quasi tutto l’Olocene. La grande perdita di ricchezza linguistica sarebbe iniziata soltanto circa 500 anni fa, con le espansioni coloniali.
Blasi e colleghi hanno usato dati demografici ed etnografici per capire quali di questi scenari siano compatibili con le informazioni disponibili.
Dai gruppi umani al numero delle lingue
Per prima cosa, i ricercatori hanno stimato le possibili dimensioni delle comunità umane all’inizio dell’Olocene usando i dati relativi a 171 società di cacciatori, raccoglitori e pescatori. Sono stati scelti gruppi il cui modo di vivere, al momento della documentazione, non era stato profondamente modificato dal contatto con popolazioni stanziali.
Queste società, naturalmente, non sono “copie” delle comunità vissute 12.000 anni fa. Gli autori assumono però che la caccia, la raccolta, la pesca e la necessità di spostarsi impongano limiti simili alla dimensione dei gruppi in ogni epoca. Nel campione utilizzato, la popolazione mediana è di circa 800 persone, anche se esistono comunità molto più piccole o più grandi.
Le società di cacciatori-raccoglitori sono culturalmente coese e i loro membri interagiscono regolarmente, quindi sono spesso associate a una lingua. Più gruppi possono parlare lo stesso idioma, ma è meno probabile che un singolo gruppo ospiti diverse lingue reciprocamente incomprensibili e non presenti altrove. In altre parole il numero di gruppi etnolinguistici possono essere usati come proxy del numero di lingue.
Le ricostruzioni demografiche collocano la popolazione mondiale di 12.000 anni fa tra 4,4 e 7 milioni di persone. Gli autori hanno quindi calcolato quanti gruppi delle dimensioni stimate sarebbero serviti per comporre quella popolazione mondiale, e di conseguenza quante lingue. Il risultato compreso tra circa 4.500 e 6.200 lingue. Considerando un intervallo di incertezza più ampio, le stime vanno da circa 3.300 a 7.800. All’inizio dell’Olocene, quindi, le lingue erano probabilmente meno numerose di oggi, o comunque non molte di più.
Questo risultato rende poco plausibile sia un Paleolitico già popolato da decine di migliaia di lingue, sia un numero rimasto quasi invariato fino all’età coloniale. È invece vicino al punto di partenza previsto dall’ipotesi della spinta demografica.
Più persone, ma anche più lingue
I ricercatori hanno poi provato a ricostruire l’andamento dei millenni successivi. Il numero di lingue presenti in un’epoca dipende infatti da due fattori: quante persone vivono nel mondo e quante, in media, parlano la stessa lingua.
Con l’agricoltura, le nuove tecnologie e la nascita di società più grandi, una stessa lingua ha potuto essere condivisa da popolazioni sempre più numerose. Questo non significa però che il numero complessivo delle lingue sia subito diminuito. Immaginiamo un mondo con un milione di abitanti e mille parlanti per lingua: esisterebbero mille lingue. Se la popolazione salisse a dieci milioni e ogni lingua fosse parlata da duemila persone, le lingue diventerebbero cinquemila. Il numero medio di parlanti sarebbe raddoppiato, ma quello delle lingue sarebbe comunque aumentato di cinque volte.
Gli autori potevano stimare la situazione all’inizio dell’Olocene, 12.000 anni fa, e conoscevano quella attuale. Per i periodi compresi tra questi due estremi — per esempio 10.000, 8.000 o 4.000 anni fa — disponevano delle stime della popolazione mondiale, ma non sapevano quante persone condividessero in media la stessa lingua.
Hanno quindi considerato, a intervalli di mille anni, molti possibili modi in cui il numero medio di parlanti per lingua avrebbe potuto aumentare dall’inizio dell’Olocene a oggi. Per ciascuna di queste possibilità hanno usato la popolazione mondiale stimata in quel millennio per ricavare quante lingue potessero esistere. In questo modo hanno ottenuto diverse possibili traiettorie del numero globale delle lingue, anziché un’unica ricostruzione.
L’“età dell’oro” delle lingue
La maggior parte delle traiettorie mostra lo stesso andamento generale. Il numero delle lingue aumenta per gran parte dell’Olocene e raggiunge il massimo tra 3.000 e 1.000 anni fa. In molti casi, al culmine è circa dieci volte superiore rispetto all’inizio del periodo: il pianeta potrebbe quindi aver ospitato decine di migliaia di lingue. Non è possibile stabilire quante fossero esattamente, né indicare il secolo preciso del massimo. Il picco non deriva da testimonianze storiche, ma ricorre nella maggior parte delle traiettorie compatibili con i dati e con le assunzioni del modello.
Il risultato è vicino all’ipotesi della spinta demografica, ma prevede una crescita molto maggiore di quella considerata in precedenza. Dopo questa “età dell’oro”, il numero delle lingue sarebbe diminuito rapidamente, soprattutto negli ultimi due millenni. Per arrivare alle circa 7.500 attuali, in alcune fasi la perdita sarebbe stata persino più veloce di quella prevista dagli scenari più pessimisti per il prossimo secolo.
Un collo di bottiglia linguistico
Se il modello è corretto, le lingue parlate oggi sono circa un decimo di quelle esistite durante l’“età dell’oro”. Inoltre, non costituiscono un campione casuale della diversità del passato: sono sopravvissute soprattutto le lingue dei gruppi che sono riusciti a espandersi, mentre molte comunità hanno abbandonato il proprio idioma e adottato quello dei gruppi dominanti.
Questo processo ha avuto due effetti distinti. Da una parte, ha ridotto il numero complessivo delle lingue. Dall’altra, ha trasformato quelle che si stavano diffondendo: l’aumento dei parlanti non nativi e delle situazioni di multilinguismo ha moltiplicato i contatti e favorito il cambiamento linguistico cioè la trasformazione nel tempo dei suoni, delle parole, della grammatica e degli usi di una lingua. Questo processo non porta necessariamente alla nascita di nuove lingue, ma può modificare più rapidamente quelle esistenti.
A questo punto della discussione, gli autori citano uno studio del 2025 coordinato da Chiara Barbieri, genetista dell’Università di Cagliari che si occupa di diversità linguistica e culturale. In quel lavoro le tracce di mescolamento genetico sono state usate per riconoscere contatti avvenuti tra popolazioni e confrontare le rispettive lingue.
«Nel nostro studio abbiamo usato il mescolamento genetico come traccia indipendente dei contatti tra popolazioni. In media, le lingue dei gruppi entrati in contatto condividono più caratteristiche, anche se l’effetto varia da un tratto all’altro e non corrisponde a un’omogeneizzazione completa», spiega Barbieri.
Il contatto può infatti produrre effetti diversi a seconda della scala considerata. In una regione, due lingue che convivono possono acquisire caratteristiche comuni e diventare più simili. Ma una lingua in espansione può incontrare idiomi differenti in territori diversi: una sua varietà assorbirà alcuni tratti locali, un’altra ne acquisirà di differenti. Le due varietà, pur derivando dalla stessa lingua, possono così allontanarsi più rapidamente tra loro. Questo potrebbe essere accaduto anche durante la ramificazione di gruppi come quello germanico o quello bantu, formati da lingue che discendono da un antenato comune. Poiché parte della loro differenziazione è avvenuta nello stesso periodo in cui il modello colloca l’eccezionale diversità linguistica, i numerosi contatti con lingue diverse potrebbero aver accelerato la separazione tra i vari rami.
l collo di bottiglia avrebbe quindi condizionato sia quali lingue sono arrivate fino a noi, sia quali caratteristiche sono oggi più frequenti. Un tratto molto comune potrebbe non essersi diffuso perché più facile da apprendere, più efficiente nella comunicazione o meglio adattato alle capacità cognitive umane. Potrebbe essere frequente anche perché apparteneva alle lingue dei gruppi che hanno avuto maggiore successo nelle loro espansioni, mentre molte lingue con caratteristiche differenti sono scomparse.
«Questo studio non si limita a stimare quante lingue siano esistite, ma ricostruisce una traiettoria che richiama il collo di bottiglia studiato nella genetica delle popolazioni. Se questa ricostruzione è corretta, la distribuzione dei tratti linguistici che osserviamo oggi può essere stata segnata in larga misura dal caso, e non soltanto da vantaggi funzionali. È impressionante pensare a quante lingue diverse la nostra specie abbia parlato e che non potremo mai conoscere. Poiché possiamo studiare soltanto quelle sopravvissute, abbiamo una visione molto parziale della varietà di lingue che gli esseri umani sono stati capaci di sviluppare. Questo rende più difficile stabilire quali caratteristiche dipendano davvero dai vincoli e dalle tendenze della nostra mente e quali, invece, siano semplicemente il risultato della storia», conclude Barbieri.
Un declino precedente al colonialismo
La forte diminuzione prevista dal modello comincia prima dell’espansione coloniale. Gli autori la collegano alla crescita dei grandi imperi e, più in generale, all’aumento delle interazioni su vasta scala tra gruppi umani, accompagnate dalla circolazione di persone, tecnologie, culture e malattie.
Il colonialismo degli ultimi secoli rimane una causa diretta e ben documentata della scomparsa e dell’emarginazione di moltissime lingue. Il nuovo studio suggerisce però che non abbia dato inizio alla perdita globale, ma abbia accelerato un processo già in corso.
Le traiettorie non permettono di individuare le cause precise nelle diverse regioni. Gli stessi autori sottolineano che il modello non può verificare il ruolo di specifici imperi, guerre, epidemie o innovazioni tecnologiche. Il fattore comune che propongono è l’espansione di alcuni gruppi su territori molto vasti, insieme alle loro lingue e alle loro culture.
Se il modello è corretto, le circa 7.500 lingue parlate oggi sono ciò che resta di una diversità un tempo molto più vasta. E la contrazione non appartiene soltanto al passato: quasi metà delle lingue è oggi in pericolo e circa quattro ogni anno cessano di essere usate attivamente. La lunga caduta iniziata dopo l’“età dell’oro” ricostruita dallo studio prosegue dunque sotto i nostri occhi.
Riferimenti
D.E. Blasi, M.J. Hamilton, R.D. Gray, C.L. Bowern, “The rise and fall of language diversity through the Holocene”, Science, 2026.
A. Graff, D.E. Blasi, E.J. Ringen, V. Bajić, D. Bavelier, K.K. Shimizu, B. Pakendorf, C. Barbieri, B. Bickel, “Patterns of genetic admixture reveal similar rates of borrowing across diverse scenarios of language contact”, Science Advances, 2025.
Giornalista e comunicatore scientifico, mi sono formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrivo o ho scritto per le seguenti testate o siti: Il Tascabile, Wonder Why, Aula di Scienze Zanichelli, Wired.it, OggiScienza, Le Scienze, Focus, SapereAmbiente, Rivista Micron, Treccani Scuola. Curo la collana di divulgazione scientifica Zanichelli Chiavi di Lettura. Collaboro dalla fondazione con Pikaia, dal 2021 ne sono caporedattore.

