Saper leggere lo scheletro per ricostruire il passato delle specie umane: intervista alla prof.ssa Belcastro (seconda parte)
Oggi, la rubrica “L’evoluzione non ha genere” vi accompagna nella seconda parte di questo viaggio trattando altre tematiche interessanti: la restituzioni di resti umani; il concetto di patrimonio culturale; la storia di un cranio misterioso.
La settimana scorsa, nella prima parte dell’intervista abbiamo iniziato a conoscere il lavoro della biologa e antropologa Maria Giovanna Belcastro: abbiamo parlato di collezioni antropologiche, del rapporto tra scienza occidentale e colonialismo e dell’approccio moderno sui fossili. Oggi, la rubrica “L’evoluzione non ha genere” vi accompagna nella seconda parte di questo viaggio trattando altre tematiche interessanti: la restituzioni di resti umani; il concetto di patrimonio culturale; la storia di un cranio misterioso.
Un suo recente articolo del 2021 tratta una tematica a cui difficilmente si pensa: la restituzione di resti umani. Nello specifico, il suo lavoro si è focalizzato sulla restituzione di scheletri provenienti da un cimitero ebraico medievale di Bologna. Tale sito rappresenta una delle scoperte osteologiche recenti più sorprendenti. Distrutto nel 1569, se ne era persa ogni traccia. Scoperto in Via Orfeo a Bologna, nel corso degli scavi archeologici del 2012-2014, il cimitero ebraico medievale è il più grande finora noto in Italia. Sono state scavate 408 sepolture di donne, uomini e bambini, alcune delle quali hanno restituito elementi d’ornamento personale pregiati. Un gruppo di lavoro composto da Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Comunità Ebraica di Bologna e ricercatori indipendenti, con il supporto del Comune di Bologna, ha avviato un Progetto di ricerca al fine di ricomporne le vicende storiche, ricostruendo le dinamiche insediative e l’evoluzione topografica e sociale dell’area. Nel suo lavoro si parla di legislazione italiana, di cultura, di antropologia e di ricerca. Ad oggi ci sono linee guida condivise e leggi chiare in materia in Italia?
Alcuni convegni nazionali si sono orientati su questi temi. Inoltre, ho affrontato questo tema nel libro “Quel che resta – Scheletri e altri resti umani come beni culturali”, scritto insieme a Giorgio Manzi e Jacopo Moggi Cecchi. Nel 2022 ho anche preso parte al gruppo di lavoro dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) del Ministero della Cultura e dell’Istituto Centrale per l’Archeologia (ICA). La collaborazione è stata finalizzata alla stesura di un documento di indirizzo sulla gestione dei resti scheletrici umani di interesse culturale, cioè le linee guida dal titolo “I resti scheletrici umani: dallo scavo, al laboratorio, al museo”. Esse sono tuttavia soprattutto linee guida per gli archeologi, perché fornisce indicazioni di carattere tecnico-scientifico, normativo e procedurale.

Tali linee guida sono quindi valide solo in Italia?
Sì, sono valide in Italia e si inseriscono all’interno del codice dei beni culturali e del paesaggio, cioè la legge che fissa i principi fondamentali in materia di conservazione, valorizzazione, tutela e gestione del patrimonio culturale. Una legge democratica nel suo assetto perché rende accessibile a tutti il patrimonio culturale, anche quello privato attraverso specifici accordi con i proprietari. I resti umani possono essere compresi nell’ambito della definizione del bene culturale per il loro valore informativo e in quanto parte di rinvenimenti archeologici ma, sia per la presenza di resti umani al di fuori del contesto archeologico sia per non essere espressamente citati nell’articolo 10 che definisce cos’è un bene culturale, i resti umani di interesse scientifico si collocano in una “zona grigia”. La principale difficoltà è infatti nella definizione di ciò che è un resto umano: è un bene culturale? Se così fosse, dovrebbe essere tutelato quanto qualunque elemento archeologico, sia esso corredo funerario o elemento strutturale. Invece le cose non sono esattamente così.
Il Codice comunque è soggetto a modifiche e recentemente, per cercare di dare spazio e valore al lavoro di tanti professionisti dei beni culturali, tra cui anche gli antropologi fisici, il Codice dei beni culturali e del paesaggio (Dlgs 42/2004) ha definito nell’articolo 9 bis le cosiddette professioni culturali (archeologi, bibliotecari, archivisti ecc.).
Comunque, il riferimento è sempre la Soprintendenza, ossia l’ente che ne governa la gestione e che si dovrebbe occupare di conservazione, tutela e valorizzazione culturale dei resti umani, seppure talvolta con difficoltà. Ogni attività scientifica e progettuale, la richiesta di acquisizione e/o spostamenti e trasferimenti di resti umani da un laboratorio all’altro, le restituzioni, devono essere gestite e autorizzate dalla Soprintendenza, anche per resti umani non di interesse strettamente archeologico, quali ad esempio le collezioni cimiteriali museali moderne. Per quanto riguarda la restituzione dei resti scheletrici umani provenienti dal cimitero ebraico di epoca medievale a Bologna, sono state affrontate non poche difficoltà da parte di Università e Soprintendenza per non avere chiare linee di riferimento su questi temi. Alla fine, i resti umani andavano restituiti, mentre i corredi sono stati considerati veri beni culturali e in quanto tali restaurati, tutelati e mai restituiti.
Quali sono state le principali difficoltà?
Va detto che per la legge ebraica i cimiteri sono inviolabili, intoccabili, inalienabili. Vi sono accordi o intese tra lo stato italiano e le minoranze etniche e religiose che ne regolano i rapporti e così avviene anche per le comunità ebraiche allo scopo di garantire rispetto delle loro tradizioni e pratiche religiose. Quindi il conflitto nasce tra il diritto (e il dovere) alla ricerca scientifica e gli interessi di diversa natura – in questo caso religiosa – portati da comunità, gruppi, associazioni, ecc.
Sebbene il progetto di studio e ogni nostra attività siano stati sempre concordati con la Comunità ebraica locale, la restituzione è stata inevitabile ma ci si è accordati su un parziale campionamento per alcuni studi di ricostruzione paleogenetica su questa e su molte altre comunità medievali europee con David Reich, professore di genetica presso la Harvard Medical School e con l’archeologo e storico delle religioni Leonard Rutgers, docente presso la Utrecht University.
Un patrimonio istituzionalizzato non rappresenta tutti?
No, se dimenticano i portatori di interesse, la società tutta. Oltre al fatto che i resti umani di interesse scientifico sono, come detto, un po’ in un limbo, si aggiunge che il concetto di patrimonio è in fase di continua revisione. Certamente la Convenzione di Faro, che spinge a coinvolgere la società civile nei processi decisionali e di gestione relativi al contesto del patrimonio culturale, ha un grande impatto. La Convenzione incoraggia le comunità a identificare e riconoscere propri oggetti e/o luoghi come patrimonio culturale identitario che può non corrispondere affatto a quello di stampo istituzionale. Essi sono importanti per i significati e gli usi che le persone attribuiscono loro e per i valori che rappresentano. Quindi, ciò che si vede nei musei come espressione del patrimonio culturale, anche scientifico, può risultare del tutto dissonante per alcune comunità rispetto alla propria cultura e alle proprie tradizioni. La convenzione Faro dà quindi voce alle comunità le cui istanze procedono a un passo diverso, spesso più veloce, rispetto a quello delle istituzioni sollecitandole a riflessioni e cambiamenti. La Convenzione è stata adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 13 ottobre 2005 e aperta alla firma degli Stati membri a Faro (Portogallo) il 27 ottobre dello stesso anno. L’Italia ha ratificato la convenzione nel 2020.
Quindi, il concetto di patrimonio culturale, in un mondo globalizzato, è molto difficile da definire?
È un tema ormai molto discusso e che pone molti interrogativi e nuove narrazioni anche per le esposizioni museali. Come detto ciò che è patrimonio identitario per una comunità è dissonante per un’altra.
I resti umani ci consentono anche di riflettere sui concetti di popolazione, etnia e identità. Nell’articolo scientifico, lei cita anche la preoccupante strumentalizzazione dei resti umani per alimentare nazionalismi politici: “Nessun gruppo può ragionevolmente affermare di essere il diretto discendente di un particolare gruppo umano antico senza liquidare il resto del suo passato e discriminare il resto dei suoi concittadini. Le “essenze” culturali erano (e sono) costantemente diluite, negoziate, trasformate e ridefinite con il passare del tempo”. Qual è il ruolo dei media e dei nuovi media digitali nel racconto di tematiche così complesse?
Il ruolo dei media dovrebbe essere molto importante e soprattutto attento alle vere istanze che anche la scienza pone di fronte a questi temi. In realtà, quello che noi vediamo oggi, forse come effetto negativo della globalizzazione, è la tendenza a riaffermare, potremmo dire anche pericolosamente, la propria identità, immaginando, credo anche in maniera del tutto errata, che il recupero dell’identità nazionale sia la chiave per reagire e resistere anche dal punto di vista economico in un mondo sempre più articolato, e complesso e in cui invece disuguaglianze e ingiustizie aumentano. Ecco, io non credo che sia così. La scienza ha sbagliato prestandosi e contribuendo a tracciare paradigmi razziali e identitari, ma sa rivedere e correggere i propri errori grazie agli input che derivano dalla società e dall’avanzamento tecnologico. Non credo che il valore della scienza sia assoluto, però è uno strumento fondamentale che possiamo utilizzare e far evolvere per districarci in tanti campi del sapere. Per esempio, soffermiamoci sugli europei moderni: ci sono state tante popolazioni che ci hanno preceduto tra stanziali e migranti e che hanno contribuito al nostro patrimonio biologico e culturale. Quindi, siamo un mix di popolazioni diverse in un continuo flusso migratorio e che si sono incrociate nel tempo. Anche sulla definizione e sul concetto di specie umane fossili, quelle che ci hanno preceduto fino ad almeno 40 000 anni – quando è presente ormai solo Homo sapiens – vi è discussione. Riprendo quanto ho scritto nel libro Ripensare l’Antropocene:
“Ibridazioni, migrazioni, adattamenti, estinzioni sono i termini ricorrenti con cui si può raccontare coerentemente l’evoluzione umana. Oggi tutte e tutti noi deriviamo da antiche e continue mescolanze (Paola Govoni, Maria Giovanna Belcastro, Alessandra Bonoli, Giovanna Guerzoni, 2024, p. 63).
Eppure, il web brulica di kit del DNA per scoprire il passato della propria famiglia e le origini.
Ci sono, soprattutto negli Stati Uniti, tante compagnie che a pagamento restituiscono il proprio “pedigree” genetico con tanto di percentuali di ancestralità di questo o quel gruppo. Un business, un mercato che aumenta conflitti e contese. Lo scopo in USA, dove il tema delle differenze razziali è ancora molto presente, spesso è quello dell’accesso a bandi e fondi dedicati o alle università per le minoranze etniche. Dimostrare una parentela con popolazioni native americane, pur senza averne tratti fenotipici e culturali, può essere molto utile! L’antropologo culturale Ugo Fabietti nel termine genetnica esprime esattamente questo concetto.
Il tema è strumentalizzato per i fini più vari…
Sì, esatto e c’è anche molta confusione. Questi dati vengono utilizzati anche a livello politico per definire o ricostruire aspetti di identità nazionale, generando evidenti conflitti. L’antropologia, da questo punto di vista, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ha contribuito a creare e identificare attraverso le analisi tipologiche, l’origine della “stirpe italica” soprattutto dopo l’Unita d’Italia, come elemento unificante e fondante del regno appena costituito.
“In Italia nella prima metà del Novecento dominano in ambito scientifico gli assunti tipologici razziali e la ossessiva ricerca delle origini dell’antichità e dell’identità del popolo italico” (Paola Govoni, Maria Giovanna Belcastro, Alessandra Bonoli, Giovanna Guerzoni, 2024, p.55).
A partire dal 2015, lei è stata protagonista di un giallo da risolvere: un cranio umano venne ritrovato nella grotta “Marcel Loubens” all’interno del Parco dei Gessi, a San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna. Quando si ha uno scheletro intero si comprende meglio anche l’enorme mole di informazioni che si possono ricavare. Un po’ più difficile è ricavare informazioni sulle caratteristiche biologiche e lo stato di salute avendo a disposizione solo il cranio (senza mandibola). A chi apparteneva e qual era il suo stato di salute? Come è arrivato ad una profondità di 26 m? Quali sono state le principali difficoltà nella risoluzione del “caso”? La scoperta mi ha fatto venire in mente l’uomo di Ceprano e Eugenia Segre Naldini.
Quando ci sono rinvenimenti casuali e senza un chiaro contesto lo studio è più difficile. Il cranio di Ceprano aveva, tra virgolette, la fortuna di avere caratteristiche molto arcaiche e questo consentiva di escluderlo dalla variabilità di Homo sapiens. Invece, la datazione del cranio ritrovato nella grotta “Marcel Loubens” è decisamente più recente in un periodo di transizione, tra il neolitico e l’eneolitico locale.
Gli speleologi hanno trovato lungo la risalita di un alto camino nel Parco dei Gessi e dei calanchi dell’abadessa, vicino Bologna, un cranio umano. Il reperto si trovava a strapiombo all’altezza di 11 metri dal fondo, in posizione poco stabile e incluso in un ammasso fangoso. Si trattava di un ramo inesplorato della grotta Loubens che non aveva più comunicazione con l’esterno, cioè l’accesso dall’alto era completamente chiuso.
Mistero nel mistero!
Tra l’altro, in fondo a questo camino, non è stato trovato nessun altro elemento scheletrico o altri materiali. Ecco, in questa fase entrano in gioco diverse analisi e competenze: per l’attribuzione del sesso i dati metrici utilizzati e confrontati con molti altri campioni hanno consentito una diagnosi piuttosto chiara di sesso femminile senza la necessità di fare ulteriori indagini molecolari; per l’età la stima è stata fatta sull’esame dei denti: una giovane donna. Per capire come mai quel cranio era finito lì abbiamo esaminato il reperto dal punto di vista tafonomico osservando la lesività ossea. Anche le concrezioni depositate sul cranio esaminate dai geologi hanno consentito di chiarire il cold case.
Il corpo della giovane donna era stato trattato perimortem, un termine medico-forense che descrive eventi accaduti intorno (prima o subito dopo) alla morte. Vi sono, infatti, pratiche molto diffuse in ambito funerario dalla preistoria fino a tempi più recenti: trattamento e riduzione del corpo con asportazione di tessuti molli. C’è un certo distacco tra la nostra visione attuale della morte, ospedalizzata, istituzionalizzata e con poco contatto col corpo che ci fa comprendere con difficoltà la manipolazione dei corpi che prevedeva quasi sempre riti secondari di riesumazione e riduzione delle parti del corpo o dello scheletro, anche piuttosto cruenti ma necessari a completare il rito.
Questa grotta era al confine di una dolina, cioè di una valle chiusa: probabilmente questa donna era morta sui bordi della dolina e non sappiamo in che circostanze e non sappiamo che fine abbia fatto il resto del corpo. Forse oggetto di trattamento in ambito funerario, non sappiamo se la testa sia stata intenzionalmente staccata dal corpo o meno. Certo il cranio rotola facilmente e alcuni segni, soprattutto alcune concrezioni calcaree e tracce di ossido di manganese, hanno evidenziato la possibilità che sia stato trasportato da un flusso d’acqua quando la grotta era ancora aperta in cima al camino. Il resto del corpo chissà!
Quindi è una storia parzialmente ricostruita…
Sì, solo parzialmente, perché non sappiamo niente della comunità e neanche di che cosa ne sia stato del corpo. Di una cosa siamo certi: il trattamento perimortem a scopo rituale-funerario.
Perché?
Perché nell’eneolitico locale il trattamento dei defunti dopo la morte rientrava in pratiche molto diffuse e, come dicevo prima, facenti parte dei rituali secondari. I nostri studi hanno riportato “in vita” una storia molto antica, seppure parziale.
Deve ammettere che è un classico ritrovamento da “titolone di giornali”, però dietro ci sono le competenze di antropologi, di geologi, di speleologi.
Soprattutto in contesti dove non c’è nessuna testimonianza archeologica, nessun punto di riferimento. L’unico documento da leggere era il cranio. A un’occhiata superficiale o a un occhio non esperto, apparentemente non c’era nulla da evidenziare sul cranio. Invece guardandolo con attenzione – d’altronde unico reperto! – abbiamo notato tutti i segni delle lesioni prodotte intenzionalmente per asportare le parti molli e quelle casuali dovute al rotolamento, che sono diverse e riconoscibili. Dal punto di vista metodologico è interessante la ricostruzione di una storia esclusivamente attraverso resti scheletrici e non altre testimonianze culturali.
Approfondimenti:
La grotta delle meraviglie – Radio 3 Scienza
I resti umani, fra paleoantropologia, bioarcheologia e attualità – Accademia XL
Frassetto: nazionalismo e “razza italica” | Intervista a Maria Giovanna Belcastro e Roberto Balzani
Belcastro, M.G.; Pietrobelli, A.; Nicolosi, T.; Milella, M.; Mariotti, V. Scientific and Ethical Aspects of Identified Skeletal Series: The Case of the Documented Human Osteological Collections of the University of Bologna (Northern Italy). Forensic Sci. 2022, 2, 349-361. https://doi.org/10.3390/forensicsci2020025
Govoni, M. G. Belcastro, A. Bonoli, G. Guerzoni, Ripensare l’Antropocene, Carocci editore, 2024.
Belcastro MG, Nicolosi T, Sorrentino R, Mariotti V, Pietrobelli A, et al. (2021) Unveiling an odd fate after death: The isolated Eneolithic cranium discovered in the Marcel Loubens Cave (Bologna, Northern Italy). PLOS ONE 16(3): e0247306. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0247306
Belcastro MG, Mariotti V. (2021) The place of human remains in the frame of cultural heritage: the restitution of medieval skeletons from a Jewish cemetery. Journal of Cultural Heritage, https://doi.org/10.1016/j.culher.2021.04.002.
Immagine in apertura: Romina Clara, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Dopo la laurea magistrale in Neurobiologia presso l’Università La Sapienza di Roma nel 2015, ho conseguito il Dottorato di ricerca in scienze biomediche sperimentali all’Università di Padova nel 2020. Da ottobre 2019 sono un’insegnante di scuola secondaria di primo e secondo grado. Ad ottobre 2022 ho concluso il Master in Comunicazione della Scienza dell’Università di Parma, grazie al quale ho iniziato a collaborare con Pikaia.

