Un cimitero di balene lungo 1.200 chilometri nelle profondità dell’Oceano Indiano
Nella Fossa Diamantina, tra 4.600 e 7.000 metri di profondità, un accumulo di carcasse e fossili di cetacei racconta oltre cinque milioni di anni di evoluzione
Quando una balena muore e la sua carcassa raggiunge il fondale, il corpo diventa una risorsa preziosa per molti organismi degli abissi. Questi ambienti, noti come whale falls, sono oasi di biodiversità nel mare profondo: attorno alle ossa e alla materia organica si sviluppano comunità specializzate, spesso dominate da vermi mangia-ossa, bivalvi chemiosintetici, stelle serpentine e altri animali adattati a vivere in condizioni estreme.
Una necropoli negli abissi
Uno studio pubblicato su Nature, con la partecipazione dei paleontologi Giovanni Bianucci e Alberto Collareta dell’Università di Pisa, documenta ora uno degli esempi più straordinari mai osservati: una vasta necropoli di balene nella Fossa Diamantina, nell’Oceano Indiano sud-orientale. L’accumulo si estende per circa 1.200 chilometri di fondale oceanico, a profondità comprese tra 4.600 e 7.000 metri, e conserva resti formatisi in un intervallo di oltre 5 milioni di anni.

La scoperta è il risultato di una serie di immersioni condotte nel 2023 con il batiscafo cinese Fendouzhe, capace di raggiungere le massime profondità oceaniche. Le esplorazioni hanno permesso di identificare cinque comunità recenti associate a carcasse di balene e 476 resti fossili di cetacei. Alcune carcasse sono ancora in decomposizione e ospitano organismi altamente specializzati, molti dei quali potrebbero appartenere a specie ancora sconosciute alla scienza.
Zifidi antichi e specie ancora viventi
La maggior parte dei resti studiati appartiene agli zifidi, un gruppo di cetacei odontoceti specializzati nelle immersioni profonde.
«La maggior parte dei resti scheletrici – spiega Bianucci – appartiene agli zifidi, cetacei che si immergono a grandi profondità per cacciare, ed è costituita soprattutto di rostri, cioè la parte anteriore del cranio, più resistente alla degradazione nel tempo. Inoltre, molti di questi resti sono ricoperti da una spessa incrostazione ferromanganesifera che ne ha favorito la conservazione».
Tra i reperti sono stati riconosciuti anche resti attribuiti a specie ancora viventi, come il mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon bowdoini) e il mesoplodonte di Layard (Mesoplodon layardii), oltre a specie fossili. Una di queste è stata descritta come nuova specie: Pterocetus diamantinae, dedicata proprio alla Fossa Diamantina.

Crediti: Immagini in alto, Global TREnD, IDSSE; immagine in basso, G. Bianucci.
Per stimare l’età dei resti, i ricercatori hanno usato la composizione isotopica dello stronzio conservata nelle ossa fossili.
«Le datazioni basate sugli isotopi dello stronzio – aggiunge Collareta – indicano che i resti delle specie ancora viventi sono i più recenti, da 1,2 milioni di anni fa a oggi, mentre quelli delle specie fossili risalgono a un intervallo compreso tra 2,4 e 5,3 milioni di anni fa».
Un archivio fossile per studiare l’evoluzione dei cetacei
Questi dati indicano che la Fossa Diamantina non è solo un luogo dove occasionalmente si depositano carcasse di cetacei, ma un vero archivio naturale, alimentato per milioni di anni. La sua formazione potrebbe dipendere da una combinazione di fattori: la presenza di zifidi che frequentano l’area per alimentarsi, la complessa topografia della fossa, capace di convogliare i resti sul fondale, e un tasso di sedimentazione molto basso, che lascia le ossa esposte e ne favorisce la conservazione. Le incrostazioni di ferro e manganese contribuiscono poi a proteggere i resti, trasformandoli lentamente in fossili.
Lo studio chiarisce anche che non tutti i cetacei rinvenuti dovevano necessariamente vivere o morire a quelle profondità. Nel caso di alcune balene con fanoni, come la balenottera minore antartica o la balenottera boreale, è probabile che le carcasse siano semplicemente sprofondate fino al fondo oceanico dopo la morte, lungo una rotta migratoria condivisa.
«Questi risultati – conclude Bianucci – ridefiniscono la nostra comprensione degli ecosistemi profondi associati alle carcasse di cetacei e mettono in evidenza l’enorme potenziale delle fosse oceaniche come archivio fossile per ricostruire l’evoluzione dei cetacei nel tempo geologico».
La ricerca è stata sviluppata nell’ambito del Global Trench Exploration and Dive Programme (Global TREnD), un progetto internazionale dedicato allo studio degli ambienti oceanici più profondi della Terra, tra 6.000 e 11.000 metri. Oltre a rivelare una necropoli di balene senza precedenti, la Fossa Diamantina mostra quanto poco conosciamo ancora gli ecosistemi abissali: luoghi remoti dove la morte di un grande animale può diventare, per migliaia o milioni di anni, una fonte di vita e di informazioni sull’evoluzione.
Riferimenti:
Peng X. et al., A 5.3-million-year-old deep-sea whale necropolis in the Diamantina Zone, Nature, 2026. DOI: https://doi.org/10.1038/s41586-026-10546-z

