Tra le ceneri, una nuova età per Omo I, umano antico ma moderno

Omo I

Proposta una nuova datazione per Omo I, i più antichi fossili anatomicamente moderni dell’Africa orientale. Sfruttando i resti di un’antica eruzione vulcanica, i ricercatori hanno ipotizzato che Omo I abbia almeno 230000 anni, un’età maggiore di quanto precedentemente ritenuto.

Noi Homo sapiens ci siamo sempre interrogati sulla nostra origine. In perfetta tradizione umana, le risposte che ci siamo dati sono tante, le controversie al riguardo accanite.

Parlare di origine come di una questione sola, tuttavia, è riduttivo. Nel febbraio 2021, una review firmata, tra gli altri, dal noto antropologo Chris Stringer identificava nell’origine della nostra specie tre fasi correlate, ma distinte: prima, la separazione dei nostri antenati dagli altri gruppi di ominini arcaici; in seguito, la differenziazione della specie umana per come la intendiamo oggi; l’ultima fase (del nostro inizio) sarebbe stata l’espansione dei nostri antenati fuori dall’Africa. Ognuna di queste fasi porta con sé innumerevoli domande, a molte delle quali non sappiamo ancora rispondere.

Una di queste domande è: dove? Gli antropologi identificano nell’Africa la patria dei primi Homo sapiens, ma sono molto meno concordi nel trovare la nostra culla ancestrale all’interno del grande continente africano, che si sia trattato di una singola località oppure di più regioni. Un’altra domanda è quando, ed è qui che fossili come Omo I ed Herto acquisiscono grande importanza, perché sono tra i più antichi reperti a mostrare tratti tipici della nostra specie.

Per questa importanza e per le condizioni geologiche dei ritrovamenti, la datazione dei due gruppi di resti è da anni oggetto di controversie. L’età comunemente riportata è di circa 197 mila anni per Omo I, corrispondente al tardo Pleistocene Medio. Un recente studio guidato dall’Università di Cambridge ha proposto, invece, che il fossile abbia almeno 230 mila anni, basandosi sui resti di un’antica eruzione vulcanica. Gli autori della pubblicazione su Nature sono i vulcanologi Céline Vidal e Clive Oppenheimer, insieme a una squadra internazionale di colleghi.

I più antichi con tratti di Homo sapiens?
Omo I prende il nome dal sito etiope del suo ritrovamento, che avvenne verso la fine degli anni ’60. I resti comprendono un cranio e mandibola parziali, alcune vertebre, ossa di arti superiori e inferiori e diversi denti. I più importanti sono probabilmente cranio e mandibola, perché è da questi che Omo I viene riconosciuto come anatomicamente moderno: sono tipici di Homo sapiens, infatti, una volta cranica grande e tondeggiante e un mento sporgente.

Herto sembra avere circa 160 mila anni; proviene dall’Etiopia, e al pari di Omo I porta i tratti tipici di Homo sapiens. Questo fa di loro i più antichi umani anatomicamente moderni trovati in Africa orientale, e ottimi candidati ai più antichi dell’intero continente.

Altri siti africani hanno fatto venire alla luce resti umani, ma spesso è difficile stabilire con precisione quanto siano antichi, e quanto siano effettivamente simili a noi sapiens. Più di tutti, a sfidare Omo ed Herto per il trono di “moderno più antico” sono resti trovati a Jebel Irhoud, in Marocco, risalenti a circa 315 migliaia di anni fa, che alcuni anni fa hanno rimescolato non poco le carte in tavola riguardo a quelle domande del dove e del quando sulla nostra origine. Jebel Irhoud, tuttavia, appare moderno nei tratti del massiccio facciale, più antico nella forma del cranio, motivo per cui la controversia continua.

Ceneri loquaci
Controverse sono le stesse datazioni di Omo ed Herto. Da anni gruppi diversi propongono età differenti, spesso correlando i fossili a strati di tufo (una roccia vulcanica) e tefra (in generale, l’insieme di materiali emessi durante un’eruzione) nei siti di ritrovamenti. La logica di fondo, in questi casi, è la regola generale per cui nelle pietre sedimentarie gli strati più antichi sono quelli più profondi: quindi, se qualcosa (un fossile, ad esempio) si trova più in profondità di un certo strato, sarà almeno più antico di quello strato. Ciò diventa utile perché datare direttamente un fossile può essere rischioso per la sua integrità: meglio datare gli altri strati, spesso i resti di antiche eruzioni, e trarre conseguenze.

Neanche per questi strati, però, il compito è sempre facile: il tufo del Kamoya’s Hominid Site (KHS) è più in superficie di Omo I (e per questo, più giovane) ed è da molto al centro dei tentativi di datazione; tuttavia, ha grani troppo piccoli per essere datato direttamente. È tra queste ceneri che si fa strada lo studio di Vidal e colleghi, con una tecnica detta tefrocronologia.

“Ogni eruzione ha la sua impronta digitale, la sua storia evolutiva sotto la superficie, che è determinata dal percorso seguito dal magma” ha dichiarato Vidal. Determinando questa impronta digitale, che corrisponde alla composizione delle ceneri, i ricercatori sono riusciti a far risalire il tufo del KHS a un’eruzione del vulcano Shala, distante più di 400 chilometri dal sito. A quel punto, è stato sufficiente datare pietre pomici risalenti alla stessa eruzione per datare anche il tufo, e avere quindi una nuova età minima per Omo I: circa 233 mila anni.

Secondo Vidal e colleghi, e contrariamente a quanto sostenuto in altri studi, il tufo KHS non può servire invece per la datazione di Herto; i loro risultati sembrano confermare che Herto sia molto più giovane di Omo I. Le datazioni dei vulcanologi sono coerenti con i modelli che collocano la divergenza di Homo sapiens tra i 350 e i 200 mila anni fa.

È possibile che in futuro i risultati di Vidal e colleghi vengano contraddetti, come sono stati contraddetti quelli degli studi precedenti. Nel frattempo, però, sta agli antropologi stabilire l’importanza di questa nuova datazione, e come influisca sulla storia dell’origine di Homo sapiens.

Riferimenti:

Vidal, C.M., Lane, C.S., Asrat, A. et al. Age of the oldest known Homo sapiens from eastern Africa. Nature 601, 579–583 (2022). https://doi.org/10.1038/s41586-021-04275-8

Immagine: riproduzione di Omo I, esposto al Museo delle civiltà nere di Dakar. Foto di GuillaumeG, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons