Addio all’Antropocene? Ripercorriamo il dibattito iniziato nel 2009!

Dopo 15 anni il dibattito sulla formalizzazione dell’Antropocene come epoca geologica sembra giunto al termine: ci troviamo ancora nell’Olocene.

Nonostante il termine ci sia abbastanza familiare, è relativamente da poco tempo che è stato proposto di inserire una nuova epoca geologica nella stratigrafia del pianeta: l’Antropocene. È stato solo nel 2000 infatti che il chimico dell’atmosfera Paul Crutzen (1933-2021, Nobel per la Chimica nel 1995 per gli studi sulla distruzione dello strato di ozono) ha coniato la parola per indicare che le attività umane avevano da tempo cominciato a determinare un significativo impatto sul clima, sugli ecosistemi e sull’ambiente.

Da una quindicina d’anni molti geologi cercano di ufficializzare l’Antropocene raccogliendo tutte le possibili documentazioni della pressione antropica sul pianeta (urbanizzazione, agricoltura intensiva, riscaldamento globale e perdita di habitat naturali). Per definire le unità temporali che dividono la storia della Terra (ere, periodi, epoche, età…), servono infatti tracce di eventi su larga scala che hanno segnato la stratificazione sedimentaria, tramite cambiamenti biotici, geochimici, ma anche climatici. Per esempio l’inquinamento da plastica (c’è chi parla addirittura di Plasticene), di cui ancora non conosciamo la portata degli effetti biologici, è una delle principali tracce che l’uomo sta lasciando sul pianeta, insieme a quelle legate ai metalli pesanti e alle nuove sostanze di sintesi.

Eppure, negli anni, non è stato raggiunto un consenso sulla necessità di definire ufficialmente una nuova unità di tempo geologico e sui suoi confini: ci troviamo davvero in un’epoca geologica, l’Antropocene, distinta e successiva all’Olocene?

Alla ricerca dei “chiodi d’oro”

Il dibattito per stabilire l’inizio e quindi l’esistenza dell’era geologica umana nasce con la Sottocommissione sulla Stratigrafia Quaternaria (SQS), un organo costituente la Commissione Internazionale sulla Stratigrafia (ICS) incaricato di decidere e stabilire una scala geologica applicabile a tutto il pianeta. Nel 2009, su iniziativa di Philip Gibbard, un geologo dell’università di Cambridge, l’ICS ha fondato l’Anthropocene Working Group, o AWG, per stabilire quali fossero le prove per decretare (o meno) la fine dell’Olocene e l’inizio dell’Antropocene.

L’AWG ha basato le sue analisi su dodici siti, utilizzati come riferimento per l’identificazione dei Global Boundary Stratotype Sections and Points (GSSPs), ovvero dei punti stratigrafici (detti anche “chiodi d’oro”) sfruttabili per definire quali siano i limiti tra le ere geologiche. 

Quattro di questi dodici siti, prescelti come identificativi dell’impronta umana sul pianeta, sono marini: uno nel Mar Baltico, uno nella baia costiera di Beppu, uno nella barriera corallina del West Flower Garden Bank e uno dalla barriera del Flinders Reef. Tre sono siti lacustri: uno nel lago Crawford, uno nel lago Sihailongwan e uno nel bacino idrico di Searsville. A questi sette, si aggiungono poi il sito nella terra di Palmer, uno sui monti Sudeti, uno nella grotta Ernesto, uno nell’estuario della Baia di San Francisco e un ultimo sito a Vienna. Ma che cosa si è effettivamente ricercato, tramite l’estrazione di carotaggi?

A partire dal 1987, il Global International Geosphere – Biosphere Programme (IGBP) ha definito 24 indicatori per riassumere ciò che l’essere umano lascerà sul pianeta a causa delle sue attività e degli interventi sugli ecosistemi naturali. Di particolare importanza, come precedentemente accennato, sono le plastiche e i metalli pesanti, ma soprattutto i radionuclidi diffusi su tutta la superficie terrestre con i test d’esplosione delle bombe atomiche. Tra le tracce umane, si ritrovano anche le particelle prodotte dai combustibili fossili, le alte concentrazioni di anidride carbonica emesse nel corso degli anni ma anche i fertilizzanti, i pesticidi e il cemento. Tra i dodici siti, il lago Crawford è stato considerato, dal gruppo di lavoro AWG, come l’esempio più emblematico di secoli di cambiamenti. In questo luogo sono state ritrovate tracce antropiche risalenti anche a prima dell’accelerazione industriale dei primi del novecento, data a cui comunemente si fa risalire l’inizio dell’Antropocene.

La discussione

Non c’è dubbio che la nostra specie stia lasciando dietro di sé testimonianze inconfutabili della sua presenza sul pianeta, ed è per questo motivo che il gruppo di lavoro AWG, incontratosi ufficialmente per la prima volta nel 2014, ha portato i risultati ottenuti dagli studi compiuti sui dodici siti, al congresso geologico internazionale di Città del Capo, il 29 agosto 2016. In questa data, la denominazione “Antropocene” per l’era geologica corrente sembrava ormai essere stata formalizzata. All’epoca, la maggior parte degli scienziati, i cui voti sono stati resi pubblici solo il 21 Maggio 2019, si era infatti dichiarata a favore nel datare l’origine dell’Antropocene intorno alla rivoluzione industriale, con 29 voti a favore e 4 voti contro.

Nonostante questa votazione, il dibattito si è protratto nel tempo. Nella comunità scientifica non sono stati pochi i dissensi: erano rimasti dubbi sia tra i geologi che tra gli esponenti delle discipline naturali e sociali riguardo l’inizio di nuova era geologica che prenda il nostro nome. Per cui, dal 2009, con la fondazione dell’AWG, la discussione si è protratta sino ad arrivare a una vera e propria conclusione solo nel mese di marzo del 2024.

La principale argomentazione contro l’utilizzo del termine “Antropocene” che ha diviso la comunità scientifica è il fatto che si consideri più la sua valenza socio – politica che quella geologica. In altre parole, secondo i critici, devono comunque essere gli strati geologici a “parlare”, mentre ormai l’Antropocene (e le sue infinite varianti) è diventato un termine generale di cui il pubblico si è appropriato entusiasticamente. 

Infatti, un’altra obiezione si basa sul dissenso relativo alla datazione di questa nuova epoca geologica. Le alterazioni all’ambiente provocate dalla nostra specie sono iniziate molto prima del 1900: basti pensare alle opere di bonifica, alle deforestazioni e alle estinzioni su larga scala di molte specie di mammiferi. Da questo punto di vista, non avrebbe senso datare l’origine dell’Antropocene solamente agli albori della rivoluzione industriale. Eppure, neanche tra i proponenti dell’Antropocene c’è un grande consenso su questo punto, quindi le date proposte sono diverse.

Secondo una parte della comunità geologica (ma ricordiamoci anche quella socio – economica e naturale), c’è anche il problema della durata dell’intervento umano sul pianeta così come lo intendiamo. Per alcuni, l’Antropocene dovrebbe essere inteso come un “evento geologico in corso”, piuttosto che una vera e propria “epoca geologica” ben assestata. Tenendo conto che le modulazioni ambientali umane sono state molto rapide (e anche relativamente recenti), per stabilire un orizzonte temporale geologico ben preciso si dovrebbe far riferimento ad altri fattori, potenzialmente anche biotici, che ancora non siamo in grado di vedere o registrare.

Dopo quindici anni di dibattito, recentemente si è comunque giunti a un punto fermo. Con un rapporto formale proposto alla SQS nell’Ottobre del 2023, le più recenti votazioni sul tema si sono concluse il 4 Marzo 2024. In questa data, la mozione per formalizzare la fine dell’Olocene e l’inizio dell’Antropocene è stata formalmente respinta. A differenza delle votazioni del 2016, in quelle di poche settimane fa si annoverano ben 12 voti contrari (4 favorevoli e 3 astenuti). Dunque, per quanto possano esserci ancora pareri contrari (il voto è stato subito contestato per presunte irregolarità, ma anche l’International Union of Geological Sciences ha difeso l’integrità del processo), ci troviamo ancora nell’Olocene, periodo geologico iniziato ben 11.7 mila anni fa.

Immagine in evidenza: FMichaud76, CC BY-SA 4.0 DEED, via Wikipedia Commons