Un uovo oggi e una lettera domani

Anne Walbank Buckland

Anne Walbank Buckland, antropologa, etnologa e scrittrice di viaggi britannica, ebbe un breve scambio epistolare con Charles Darwin nel 1881. Il tema delle due lettere riguarda…alcune strane uova!

Nel 1881 Charles Darwin ebbe un breve scambio epistolare con Anne Walbank Buckland (1832–1899), antropologa, etnologa e scrittrice di viaggi britannica. Buckland chiese a Darwin se avesse una chiave di lettura per la presenza di “strane impressioni” a forma di orologio che, una persona le riferiva, sarebbero apparsi sulle uova deposte da una gallina. La risposta di Darwin puntualmente arrivò. Il tema può apparire banale, ma al tempo era diffusa la credenza che le fantasie materne potessero in qualche modo influenzare lo sviluppo della prole. Lo stesso Darwin, infatti, la riteneva abbastanza significativa da “smontarla” nell’Origine delle specie. L’autrice della lettera era tutt’altro che una sprovveduta.

Non si sa molto dell’infanzia e della gioventù di Anne Walbank Buckland, se non che la sua famiglia visse in un sobborgo rurale di Bremilham, vicino a Malmesbury, e che a partire dai diciannove anni lavorò come governante nel Dorset, a Netherbury nel Wiltshire, in Inghilterra. Nel 1875 diventa una delle prime donne a far parte del Royal Anthropological Institute of Great Britain and Ireland (l’ammissione delle donne all’ente fu messa ai voti il 9 marzo dello stesso anno). Dopo la sua morte nel 1899 Frederick William Rudler (1840–1915), il presidente dell’Istituto, sottolineò, riferendosi a Buckland e ai suoi oltre vent’anni di contributi scientifici:

“Nessun’altra donna in questo Paese, per quanto ne sappia, si è profusa così tanto per rendere popolare l’antropologia come è stato fatto dalla nostra stimata amica”.

Istituzioni scientifiche e contributi

Buckland aderì anche alla British Association for the Advancement of Science e fu eletta membro onorario della Bath Royal Literary and Scientific Institution il 23 marzo 1877 per i suoi contributi nell’allestimento della sezione di antropologia del Lockey Museum. Sebbene il Royal Colonial Institute non consentisse ancora alle donne di diventarne membri, Anne Walbank Buckland partecipò ugualmente agli incontri dell’istituzione.

Nella sezione “Notes and News” del primo volume di Science (1883) inoltre si legge:

«[…] Il nome di Buckland riporta alla memoria i giorni dell’infanzia e della geologia, come una campana che suona in terra straniera richiama al viaggiatore i ricordi di casa. Il dipartimento statunitense di etnologia ha ricevuto da Miss Anne Walbank Buckland un volume rilegato contenente i suoi saggi raccolti sotto diverse materie relative alla storia naturale dell’uomo, comprendenti: “I primi metallurgisti” (The first metallurgists, 1875); “L’origine e lo sviluppo dell’uomo” (The origin and development of man, 1875); “Prime fasi della civilizzazione” (Early phases of civilization, 1876); “Agricoltura primitiva” (Primitive agriculture, 1877); […] “Sulle tracce del commercio nella Preistoria” (On Traces of Commerce in Prehistoric Times, 1875). Altri saggi sono stati inseriti nel volume, anche se non propriamente a tema antropologico».

 

Viaggiatrice e molto altro

Roma. Riviera di Levante. Tarquinia. Sorrento e Pompei. Anne Walbank Buckland viaggiò molto, sia in Italia che nel Sud della Francia. E dei suoi viaggi, nel 1884, offrì al pubblico due volumi dal titolo Il mondo al di là del promontorio dell’Esterelle (The World Beyond the Esterelles, volume 1 e volume 2). Non si tratta di una guida turistica, ma un modo per ricordare, soprattutto a sé stessa, tutto ciò che ha visto e visitato con estremo interesse. La sua speranza era di rendere contagiosa la sua curiosità, così da coinvolgere anche gli altri. Dal momento che non si tratta di una guida turistica, Buckland riconosce di non aver descritto nei minimi dettagli i luoghi che ha visitato, ma invita i lettori a farne esperienza piena. Visitare luoghi ed entrare in contatto con diverse culture e molteplici tradizioni, personalmente o tramite lo studio, le permisero di trattare numerosi temi antropologici. Nel quindicesimo volume Archivio per Antropologia e la Etnologia (1885), pubblicato da Paolo Mantegazza (1831–1910), professore ordinario di antropologia nel Regio Istituto Superiore di Firenze, è riportato che Anna Walbank Bucklandesamina alcuni fatti che dimostrerebbero l’esistenza di relazioni preistoriche fra l’Oriente e l’Occidente”. Alcune sue idee riguardo alla mitologia, al simbolismo e alla tradizione erano contrarie a quelle di altri antropologi del suo tempo: per esempio, l’idea che gli agricoltori furono i primi ad adorare la Luna, prima ancora della divinità del Sole in Egitto, Cina e Oriente.

Studiosa e divulgatrice dell’antropologia

L’opera Studi Antropologici (Anthropological studies) è un volume interessante e istruttivo, privo di tecnicismi superflui. L’entusiasmo della scrittrice è facilmente percepibile. Il lettore sarà attratto dal conoscere le origini del genere umano, le sue prime migrazioni e il graduale sviluppo delle varie culture, dalla superstizione alla religione, dall’arte alla scienza. Il primo dei diciotto capitoli del libro si intitola La nascita dell’antropologia e inizia così:

Nonostante i progressi compiuti nella conoscenza scientifica, ci sono ancora molti, anche tra i più eruditi e gli intellettuali, che non sanno nulla di Antropologia tranne il nome, e che, se si chiedesse di definire il termine, affermerebbe essere qualcosa riguardante ossa antiche, selci e spazzatura. Tuttavia, tali uomini sarebbero stupiti dalla vastità della ricerca antropologica…

Anthropological studies è una raccolta di saggi che, in momenti diversi, è stata pubblicata sul The Westminster Review e il The Journal of the Anthropological Institute of Great Britain and Ireland, revisionati e corretti, con contenuti originali basati sulle dichiarazioni di uomini di scienza coevi. Secondo Buckland, l’antropologia sarebbe diventata una materia di studio più diffusa se fosse stata più comprensibile. Il suo volume è certamente un’opera di divulgazione scientifica: Anne Walbank Buckland desiderava attirare i lettori e convincerli a studiare in maniera più approfondita le opere da citate nei suoi saggi. Buckland ammette che le sue conclusioni non sono sempre in accordo con quelle degli autori citati, ma non sono neanche da considerare, come lei auspica, puerili o irreali. Vi sono capitoli riguardanti le teorie astronomiche, le migrazioni, l’agricoltura, la mitologia, la musica.

Buckland e gli studiosi coevi

Il IV capitolo di Anthropological studies è dedicato all’origine dell’uomo: Buckland conosceva gli studi di Charles Darwin, di Pierre-Paul Broca (chirurgo e antropologo 1824-1880), di Charles Lyell (geologo, 1797-1875), Thomas Henry Huxley (biologo, saggista e filosofo, 1825-1895) e ne ha messo in evidenza i punti focali, i limiti, le prospettive. Il capitolo esponeva una sintesi dello stato dell’arte dell’origine dell’uomo, per esempio riferiva dei crani di Engis e di Neanderthal, citati anche da Giovanni Canestrini (1835–1900, zoologo e anatomo-fisiologo comparato dell’Università di Padova) in Antropologia (1888, cap. XVIII Avanzi umani antichi), o delle ipotesi su come il cambio di dieta avesse avuto effetti sullo sviluppo del cervello (ma è difficile dire lo stesso sull’intero organismo).

Prima di andare avanti, chiariamoci le idee su Engis e Neanderthal. Nel 1829, trent’anni prima della pubblicazione dell’Origine delle specie, il paleontologo Philippe-Charles Schmerling (1790-1836) scoprì il cranio di un bambino nella grotta di Engis (Liegi, in Belgio): si trattava del primo ritrovamento di resti scheletrici della specie Homo neanderthalensis. Tuttavia, il bambino di Engis non fu riconosciuto come antico e solo nel 1936 fu riconosciuto come neandertaliano. Invece, i resti dell’uomo rinvenuto casualmente nel 1856, nella grotta di Feldhofer nella valle di Neander (Neandertal in lingua tedesca) in Germania, furono destinati a identificare il gruppo umano universalmente conosciuto poi come “neandertaliano”.

Ritorniamo al capitolo di di Anthropological studies, che riporta anche il punto di vista di Buckland sul luogo dall’origine dell’umanità: secondo la studiosa se si vuole avere traccia dell’uomo delle origini bisogna considerare che si è evoluto in un mondo geograficamente diverso da quello di oggi. È possibile  quindi che altre specie umane sconosciute si trovino sul fondale degli oceani. Il valore di Anthropological Studies è stato riconosciuto a livello internazionale ed è stato aggiunto alla biblioteca statunitense Bureau of Ethnology (ora Bureau of American Ethnology) nel 1883.

Una lettera per Darwin

Le nostre vivande (Our viands) è un’opera di Buckland sulle principali tradizioni culinarie del mondo, con un’attenzione particolare a quelle dell’Inghilterra. È diviso in diciannove capitoli e raccoglie ricette antiche e nuove. Non mancano riferimenti a viaggiatori che girando il mondo hanno raccontato di aver mangiato piatti singolari. La storia e le tradizioni antiche, la religione e il costume si mescolano alla storia delle tradizioni culinarie, dall’Egitto all’Africa più selvaggia e incontaminata, dall’antica Grecia all’Islanda, dalla Francia all’Italia, paesi in cui la tradizione culinaria raggiunge il trionfo.

 Il capitolo VIII è dedicato alle…uova, “un pasto nutriente sia per un principe sia per un contadino”. E non manca un riferimento a Darwin e alla questione che “ha lasciato perplessi i dotti”: è venuto prima l’uovo o la gallina?

«I teologi probabilmente direbbero la gallina, ma Darwin sarebbe a favore dell’uovo, come organismo vivente della Natura costituito da quello stesso protoplasma da cui tutta la vita proviene» (pp.109, cap. VIII, Our viands).

Il 9 ottobre 1881 Charles Darwin riceve una lettera da Anne Walbank Buckland, e l’argomento riguardava appunto un “mistero” con protagoniste uova e galline.

«Lo scorso anno ho avuto notizia di un evento fortuito che ho ritenuto di grande interesse per Lei. Ho tardato a scriverle sperando di poterle inviare una o più delle uova a cui farò riferimento. Devo dirle che il mio informatore è stato un falegname che viveva a Bath, a giudicare dalle apparenze un uomo onesto e schietto non incline all’inganno, anche se capace di metterlo in atto. Disse di avere una gallina preferita che aveva l’abitudine di andare ad appollaiarsi sulle sue ginocchia mentre lui stava seduto a colazione. Un giorno la gallina entrò come al solito, quando un orologio che si trovava in cucina, essendo da riparare, si azionò fuori orario. Questo improvviso rumore spaventò molto la gallina, che prontamente volò via attraverso la finestra.

Lì per lì non fu dato peso all’evento, ma pochi giorni dopo la gallina cominciò a deporre uova che portavano impresso sul guscio il quadrante dell’orologio. Il mio informatore mi disse che nelle prime due era così evidente che vi era facile distinguere l’ora, le dieci meno venti, ma sfortunatamente erano poi state messe con altre uova e vendute per sbaglio. La donna che le aveva comprate aveva mandato a domandare se quelle persone sapessero che due delle uova comprate avevano impresso sopra un orologio, ma [le uova] erano state mangiate e distrutte.

Complessivamente erano state deposte sette di queste uova e l’impressione era diventata sempre più indistinta, dopodiché era scomparsa del tutto. Il terzo, il quarto e il quinto uovo erano stati acquistati come curiosità, mentre il sesto e il settimo sono ancora conservati dal proprietario e li ho visti: il contorno su ciascuno è distinto, ma le figure sono imperfette, trattandosi semplicemente di segni leggermente in rilievo, rispetto alla superficie piatta e che aveva l’aria di essersi appena incrinata.

Sono a conoscenza del fatto che figure di vario tipo possono essere prodotte su gusci d’uovo usando degli acidi, ma non credo sia possibile che le impressioni sulle uova che le ho descritto siano state prodotte in tal modo. All’epoca (tre o quattro anni fa), la notizia è stata riportata da un giornale locale e poi è stata dimenticata. Ne sono venuta a conoscenza casualmente lo scorso anno e ho aspettato, con la speranza di potermi procurare il terzo o quarto uovo di questi curiosi esemplari, per poterglielo inviare, ma non ho più avuto notizie di queste uova da parte di quell’uomo, per cui ho concluso che non fosse in grado di procurarmele. Se però Lei desidera vederle, farò comunque del mio meglio per ottenerne una o più per Lei, perché ritengo sia un argomento degno di indagine da parte di un naturalista perseverante e competente come Lei.

Da allora una sola volta ho visto una figura in qualche modo simile, su un uovo servito a colazione in una casa di campagna, e che non era certamente stato manomesso. In questo caso, però, l’impressione non si riconosceva; a me ricordava la ruota di una trebbiatrice che fosse stata usata nel fienile, ma non potevo esserne sicura. In entrambi i casi si vedeva un disco appiattito, non sulla parte superiore del guscio, ma di lato, con su impressi in forma circolare alcuni segni. Se le interessasse indagare ulteriormente questo argomento, sarò più che lieta di fare del mio meglio per ottenere tutte quelle notizie che lei desiderasse o di metterla in contatto con il proprietario delle uova, che sarebbe forse meglio.

Se, al contrario, la mia meraviglia non è degna di essere tale, ma è invece una questione di facile comprensione per la Sua superiore intelligenza, confido che mi perdonerà per averle sottratto invano tempo prezioso. Nel frattempo, mi creda sempre la Sua deferente (signorina) Anne Walbank Buckland.

La risposta di Darwin non si fa attendere

Il 10 ottobre 1881 Darwin risponde:

«È estremamente gentile da parte sua essersi presa tanto disturbo nel raccontare il caso delle uova. Ma il racconto è alquanto incredibile. Se avessi la possibilità di vedere una delle uova con su impressi i numeri, concluderei che sono state fatte artificialmente in qualche modo, che non saprei spiegare. Ma, forse, è più probabile che un leggero tocco intorno all’ovidotto abbia causato un segno circolare e l’immaginazione dei proprietari ha dato corpo alle figure. Ho visto petrificazioni che dalle persone illetterate erano considerate sorprendentemente simili a svariati oggetti; mentre non c’era alcuna somiglianza reale con questi. Perfino nel caso della specie umana, i fisiologi non credono che l’immaginazione della madre possa influenzare il bambino. Il fratello del famoso John Hunter [William Hunter, medico, anatomista e chirurgo 1718-1783, N.d.A.], che era a capo di un ospedale molto grande, aveva chiesto ad ogni donna, prima del suo ricovero, se qualcosa avesse influenzato la sua mente e la risposta di ciascuna donna era stata messa per iscritto e di tutte le diverse migliaia di casi neanche un bambino riportava il segno che la madre aveva precedentemente indicato […]».

Fantasia materna e mostri

L’inusuale lettera a Charles Darwin potrebbe indurci a pensare che si tratti di una curiosità di poco conto, ma all’epoca e anche nei secoli precedenti si pensava che le fantasie o i pensieri materni potessero influenzare in qualche modo la prole. Come afferma Marie-Hélène Huet nel suo libro Monstrous imagination, 

«[…] sin dall’antichità classica, si è creduto che la prole mostruosa derivasse dal potere spaventoso dell’immaginazione materna. Successivamente, nel corso del Romanticismo, furono formulate anche teorie che collegavano l’immaginazione e la progenie mostruosa. Attraverso il Medioevo e il Rinascimento, filosofi e uomini di scienza hanno espresso le loro opinioni sul potere immaginifico femminile di dominare, e quindi distorcere, l’atto della procreazione».

Tuttavia, tale teoria non trovò d’accordo Charles Darwin, che espresse il suo scetticismo sia nella prima sia nella seconda edizione del volume Variazione degli animali e delle piante allo stato domestico (The variation of animals and plants under domestication, Cap. XI). In particolare, al capitolo XII dell’edizione italiana dell’opera di Darwin, tradotto e curato da Giovanni Canestrini, è riportato quanto segue:

«Una credenza un tempo assai comune e che alcuni propugnano ancora, è che l’immaginazione della madre possa avere influenza sul frutto che porta nel suo seno. Questa idea non può evidentemente essere applicata agli animali inferiori che depongono uova non fecondate, né alle piante. Mio padre, nello scorso secolo, fu informato dal Dr William Hunter che per molti anni in un grande ospitale delle partorienti in Londra s’interrogava ogni donna prima del parto per sapere se qualche cosa tale da impressionare vivamente il suo spirito le fosse avvenuto durante la gravidanza, e si registrava la risposta. Neppure una volta si poté trovare la menoma coincidenza fra le risposte delle donne e i casi di anomalie che si sono presentati; ma spesso dopo conosciuta la natura dell’anomalia, esse indicavano un’altra causa. Questa credenza nella potenza dell’immaginazione della madre può forse provenire dal fatto, talvolta occorso, che i figli d’un secondo matrimonio somigliano al primo padre […]».

Conclusioni

Dopo l’uscita dell’Origine delle specie (1859) di Charles Darwin, crebbe l’interesse nei riguardi dell’origine e dell’antichità dell’uomo. Progressivamente, scienziati e uomini di cultura cominciarono a convincersi che la comparsa della specie umana sulla Terra risalisse ad un’epoca assai lontana nel tempo e che l’inizio della civiltà andasse rivisto perché basato sulla cronologia biblica. Nel corso del Novecento, si fece strada la teoria diffusionista, secondo la quale un’invenzione o un’innovazione non potevano ripetersi in luoghi diversi. Di conseguenza, secondo il diffusionismo, tutte le conoscenze dovevano essere state trasmesse da un luogo originario.

Secondo Ronald H. Fritze, professore di storia e religioni alla Athens State University in Alabama (USA), Anne Walbank Buckland era una studiosa che considerava gli elementi della cultura antica “diffusa” ad altre culture e ai diversi continenti attraverso le sole relazioni (commercio, migrazioni). Buckland, quindi, sempre secondo Fritze, sarebbe l’antesignana dell’iperdiffusionismo, cioè una interpretazione pseudoscientifica della diffusione culturale. Tuttavia, quando ci si allontana dal consenso scientifico e storico si cade nella pseudoscienza e pseudostoria, perché i popoli producono culture e simbologie simili anche senza che vi sia stato alcun contatto.

Diffusionismo a parte, Anne Walbank Buckland, per i suoi contributi scientifici, ottenne una pensione civica(Civil List Pension) di 80 sterline all’anno, riservata a coloro che si erano particolarmente distinti nelle arti, nella letteratura o nelle scienze o avevano prestato personalmente servizio alla Corona. Lo stesso riconoscimento era stato attribuito in precedenza anche a Sarah Bowdich Lee. Era un premio dato raramente agli scienziati, ancora più raramente alle donne, e quasi mai alle donne per i propri meriti. Infatti, a quel tempo, le pensioni di questo tipo erano di norma riconosciute alle donne quando erano state legate a uomini eminenti. Nei tre anni precedenti al 1898 furono concesse ventisette pensioni civiche sotto il governo britannico.

Come già era accaduto per Sophie Bledsoe Herrick, la quale aveva posto a Darwin “domande ispirate da un vero desiderio di sapere, non da futile curiosità…”, anche Anne Walbank Buckland colpisce per lo stesso atteggiamento. Ancora una volta il desiderio di sapere, la sollecitudine nell’investigare stimolano un’intellettuale a chiedere spiegazioni a “chi ne sa (saprebbe) di più”. La rubrica L’evoluzione non ha genere mostra una selezione dell’epistolario di Darwin: le corrispondenti finora scelte sono esploratrici, attiviste, antropologhe. A modo loro hanno contribuito a emancipare l’evoluzione, ridimensionando il dominio maschile sull’argomento.

Riferimenti:

Ringrazio la Prof.ssa Laura Orsi, PhD, anglista e docente di cultura e lingua inglese nelle scuole secondarie di secondo grado, per la preziosa collaborazione nella traduzione e interpretazione dell’epistolario tema dell’articolo.