Addio a Daniel Dennett: filosofo della mente ed evoluzionista tra i più letti e controversi

Daniel Dennett

L’insegnamento forse più prezioso di Dennett è che i filosofi non devono ignorare ciò che dice la scienza, ma neppure dismettere le prerogative che la filosofia ha rispetto alla scienza stessa

Daniel Clement Dennett III era un gigante, non solo del pensiero, ma anche per la sua enorme corporatura. A questa si aggiungeva una grande barba bianca, che gli dava un’aria bonaria e allo stesso tempo intimidente. Uomo di grande intelletto, conosceva bene la tradizione filosofica e le scienze naturali, ma aveva anche una spiccata manualità, anche in campo artistico, come racconta nel suo ultimo libro di memorie, Pensandoci bene. Avventure nella filosofia, in uscita il prossimo ottobre. Se non avesse imboccato la via della filosofia, diceva, sarebbe forse diventato uno scultore o un ingegnere.

Il suo modo di pensare era lucido e originale, ma le sue idee erano considerate estremamente provocatorie e controverse. La mente umana? Per lui era nient’altro che una raccolta di processi informativi simili a quelli di un computer. Il sé? Un “centro di gravità narrativo”, una finzione conveniente che ci consente di integrare vari flussi di dati neuronali. Il libero arbitrio? Una fantasia, ma necessaria per far funzionare le regole che governano la società. La religione? Pura illusione. La cornice teoretica entro cui tutte le sue riflessioni prendevano forma era “l’idea pericolosa di Darwin”, come recita il titolo di uno dei suoi libri più famosi, ovvero la teoria dell’evoluzione per selezione naturale, un punto di riferimento filosofico e scientifico che lo ha accompagnato per tutta la sua vita.

Dennett ci ha lasciati lo scorso 19 aprile, proprio nello stesso giorno in cui se n’è andato Darwin. Nel corso dei suoi 82 anni ha prodotto più di quindici libri (quasi tutti tradotti in italiano[1]Traduzioni in italiano dei libri di Daniel Dennett Contenuto e coscienza (1969), il Mulino, Bologna 1992. Brainstorms: Saggi filosofici sulla mente e la psicologia (1981), tr. it. Adelphi, Milano … Continue reading) e decine di saggi, e in qualche caso i suoi testi sono stati inscenati a teatro e persino sul palco di un concerto. Ha combinato una vasta gamma di conoscenze con uno stile di scrittura semplice, spesso giocoso, che gli permetteva di raggiungere un pubblico ampio di non addetti ai lavori. Le sue riflessioni hanno tracciato direzioni significative per il dibattito filosofico degli ultimi decenni.

Polemista instancabile, Dennett non si è mai sottratto alle discussioni, che a volte assumevano toni anche caustici e pungenti. Svariati i contrasti con filosofi e scienziati, ad esempio con filosofi del calibro di John Searle o Jerry Fodor (suo amico e compagno di barca a vela), o con il paleontologo Stephen Jay Gould, con cui ha scambiato colpi bassi e duri, al limite della scorrettezza.

Filosofia della mente, evoluzione e intelligenza artificiale

Nato a Boston nel 1942, Dennett trascorre i primi cinque anni della sua vita in Libano. Dopo la morte del padre, un ufficiale del controspionaggio che si spacciava per addetto culturale presso l’ambasciata americana a Beirut, la madre, insegnante ed editrice, riporta lui e la sorella in Massachusetts. Nel 1959, dopo aver appena iniziato gli studi in matematica alla Weslyan University, Dennett legge From a Logical Point of View di Willard Van Orman Quine, che lo impressiona a tal punto da indurlo a “fare il filosofo, andare ad Harvard e dire a Quine perché ha torto”. Si iscrive dunque alla prestigiosa università americana e diventa allievo del celebre filosofo. Dopo aver sposato Susan Bell, nel 1963 si laurea e due anni dopo consegue un dottorato in filosofia all’Università di Oxford, dove studia con il filosofo del linguaggio Gilbert Ryle. Attratto da una visione scientifica della mente, Dennett dedica la sua tesi a un’indagine sul rapporto tra mente e cervello e sul concetto di intenzionalità alla luce delle più recenti scoperte in campo neuroscientifico[2]Il titolo completo della tesi di dottorato di Dennett è “The mind and the brain: introspective description in the light of neurological findings: intentionality”. Si può leggerne l’abstract a … Continue reading. Questo lavoro giovanile ha dato il via a una ricerca durata tutta la vita, volta a utilizzare l’indagine empirica come base per una filosofia della mente.

Tra il 1965 e il 1971 Dennett insegna filosofia all’Università della California, a Irvine, dove inizia ad appassionarsi a tematiche legate all’intelligenza artificiale, e in questo periodo pubblica il suo primo libro, Contenuto e coscienza (1969), due concetti che già esprimono molto della sua futura missione filosofica. Nel 1971 si trasferisce al Dipartimento di Filosofia della Tufts University a Medford (Massachusetts), in cui trascorre tutta la sua carriera e dove, a partire dal 1985, diventa co-direttore del Center for Cognitive Studies. Durante i suoi anni alla Tufts è anche vising professor a Oxford, Harvard, Pittsburgh e altre istituzioni. Nel 1978-9 riceve una Fulbright Fellowship presso l’Università di Bristol e nel 1981 pubblica Brainstorms: Saggi filosofici sulla mente e la psicologia, che raccoglie una serie di interessanti articoli e saggi scritti negli anni ’70, che spaziano da problematiche legate all’intelligenza artificiale e al comportamentismo, a questioni filosofiche relative a libero arbitrio e processi decisionali. Dal 1980 inizia a lavorare su problematiche tra filosofia e intelligenza artificiale presso il Center for Advanced Studies in the Behavioral Sciences di Palo Alto, in California, dove incontra il poliedrico scienziato cognitivo Douglas Hofstadter. I due lavorano insieme per pubblicare un’antologia di testi di diversi autori dal titolo L’io della mente (1981), volta a indagare il tema della coscienza, della mente e dell’io. Grazie a Hofstadter conosce personalità eminenti in biologia e paleontologia, come Stephen Jay Gould e Richard Dawkins, e inizia a maturare un interesse per i temi evoluzionistici che lo accompagnerà per tutta la vita. A partire dal 1985, insieme allo psicologo Nick Humphrey e al linguista Ray Jackendoff, dà vita a un gruppo di discussione a cui successivamente si aggiungono esperti di robotica, come Rodney Brooks, e eminenti psicologi, come Marc Houser e Steven Pinker. Nel 1987 pubblica un’altra collezione di saggi, L’atteggiamento intenzionale, in cui i temi e le considerazioni evoluzionistiche già occupano un ruolo consistente, anche nel ridefinire la sua teoria della mente. Negli anni Novanta pubblica i suoi due lavori più importanti: Coscienza. Che cosa è (1992) e L’idea pericolosa di Darwin (1995), che porranno le basi di tutta la sua copiosa produzione successiva, di cui ricordiamo La mente e le menti (1997) e Sweet Dreams. Illusioni filosofiche sulla coscienza (2005), in cui Dennett, smontando minuziosamente una serie di ipotesi e prospettive filosofiche, prosegue le sue riflessioni sulla coscienza e il linguaggio in relazione alla mente e alla sua evoluzione in un’ottica naturalistica e funzionalista; L’evoluzione della libertà (2003) e A ognuno quel che si merita (2021) (con G. Caruso), in cui Dennett tratta le questioni della libertà umana, del libero arbitrio e della responsabilità, e prova a sviluppare una prospettiva evolutiva su questi temi; Rompere l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale (2006) e Scienza e religione. Sono compatibili? (2010) (con A. Plantiga), in cui riflette sullo statuto delle credenze religiose in una prospettiva evoluzionistica, trattandole come un fenomeno naturale e interrogandosi sulla questione della compatibilità tra scienza e religione; infine, Dai batteri a Bach. Come evolve la mente (2017), in cui Dennett ritorna sui suoi temi prediletti, delineando una estesa sinossi del percorso svolto, tra filosofia della mente, evoluzione e intelligenza artificiale.

L’idea pericolosa di Dennett

Per Dennett la filosofia deve ancorarsi alle evidenze empiriche e lavorare in continuità con l’impresa scientifica. Il suo approccio ai grandi temi filosofici consiste nel far lavorare insieme analisi concettuale, prospettive teoretiche e evidenze scientifiche, attraverso un’indagine multidisciplinare in cui dialogano neuroscienze, intelligenza artificiale, teoria dell’evoluzione. Il suo stile di scrittura si contraddistingue per un modo particolare di esporre le idee, con una prosa dallo stile inconfondibile, chiaro e originale che la rende unica nel panorama filosofico attuale. Celebri i suoi esempi e allegorie filosofiche, da lui chiamate “intuition pump”, cioè “macchine per pompare le intuizioni”, o anche, come recita il titolo di un altro famoso suo libro, Strumenti per pensare (2013). I suoi esperimenti mentali, estesi e fantasiosi, a volte diventavano racconti a sé stanti. Il più noto, Where Am I?, è stato riconosciuto come una delle fonti di ispirazione del film Matrix.

La filosofia della mente proposta da Dennett vuole minare l’immagine della coscienza che la tradizione ha ereditato da Cartesio: una sorta di schermo su cui gli stati coscienti si muovono davanti a un piccolo homunculus seduto al centro di quello che il filosofo americano chiamava “teatro cartesiano”. E vuole anche colpire il modo in cui questa tradizione ha concepito gli stati coscienti stessi, discreti, identificabili separatamente, in cui vi è una qualche qualità percepita, chiara e diversa da tutte le altre proprietà dello stato mentale. Dennett ha definito questi “qualia” come illusioni, dovute al fatto che fin da Cartesio tendiamo a presumere di avere “immagini mentali” come se potessimo vedere piccole immagini accessibili solo a noi stessi, in un “teatro cartesiano” interiore.

Così come non esiste un principio come l’etere che funga da mezzo di propagazione delle onde elettromagnetiche, neppure esiste una coscienza se con essa intendiamo qualcosa di speciale che viene prodotto dentro il cervello. Con una delle sue efficaci trovate concettuali, Dennett propone di sostituire alla concezione di una mente come “sostanza”, l’idea di una mente come “narrazione”, definendola un “centro di gravità narrativa”. La sua idea è quella di porre il linguaggio (inteso come gioco linguistico) prima del pensiero e dell’interiorità. Voleva evitare la reificazione della mente e spostarsi sul piano linguistico-concettuale, come in fondo proponevano anche i suoi maestri (Quine e Ryle, e ancor prima, Wittgenstein). Una prospettiva che potrebbe rivelarsi interessante, oggi, con lo sviluppo dei cosiddetti “large language models”.

Dennett è critico verso qualsiasi posizione dualista, panpsichista, emergentista, incluso il modo di procedere di quegli studiosi di neuroscienze che, pur appellandosi a strumenti concettuali e tecnologici avanzati e sofisticati, ripropongono in fondo ingenuamente una dualità tra mondo fisico e mentale, attribuendo al cervello poteri unici e speciali. Quello della coscienza è un concetto mal formato, un artefatto linguistico-culturale costruito sull’idea erronea dell’infallibilità dell’introspezione. C’è una tradizione in filosofia che privilegia l’esperienza in prima persona e presuppone l’introspezione come una fonte affidabile di informazioni su ciò che accade nella mente. Dennett al contrario critica l’idea di una irriducibilità della dimensione soggettiva dell’esperienza, ovvero l’idea che ci sia un “fantasma nella macchina biologica” (l’omuncolo) e caratterizza il proprio approccio come un metodo in terza persona. Per distinguerlo dalla fenomenologia interiore, chiama il suo metodo “eterofenomenologia”, sostenendo che esso fornisca l’unica base possibile per uno studio scientifico della dimensione mentale. Così come la temperatura è stata spiegata solo quando si è riusciti a descriverla attraverso fenomeni (come il movimento degli atomi) che non chiamano in causa la temperatura, così dobbiamo cercare una descrizione del mondo dove la coscienza non sia altro che un insieme di fenomeni che non hanno niente di cosciente.

In linea di principio, secondo Dennett, un robot opportunamente “programmato” con un cervello costituito da un calcolatore al silicio potrebbe sviluppare una coscienza, avere un sé. L’esser coscienti deriva unicamente da un certo tipo di organizzazione funzionale, e non dal fatto che si abbia a che fare con un cervello organico piuttosto che con un cervello costituito da un calcolatore elettronico. In estrema sintesi, dunque, “abbiamo un’anima, ma è fatta di tanti piccoli robot”. Lo scrive Dennett stesso, in italiano, in un post della sua pagina Facebook, citando il titolo di un articolo di Giulio Giorello, definito da lui “a lovely philosopher of science and journalist”, che aveva perfettamente colto il suo pensiero in un’unica fulminea formula [3]L’articolo di Giorello, dal titolo Sì , abbiamo un’anima. Ma è fatta di tanti piccoli robot, è uscito sul Corriere della Sera del 28 aprile 1997. Il post sulla pagina di Facebook di Dennett … Continue reading. In fin dei conti, ricordava Giorello, la coscienza per Dennett non è un dono dal cielo, ma un esito contingente e fortuito dell’evoluzione delle specie. È questa “idea pericolosa di Darwin” a mettere in crisi le concezioni tradizionali dell’anima, facendoci intuire che, se anche non siamo automi, siamo comunque “fatti di robot”, cioè aggregati meravigliosamente connessi di “migliaia di miliardi di macchine macromolecolari”, le medesime che sono all’origine della vita nel nostro pianeta.

Dennett vs Gould

L’interesse cruciale di Dennett per la teoria dell’evoluzione esplode, come accennato, quando nel 1995 pubblica L’idea pericolosa di Darwin. La teoria darwiniana dell’evoluzione per Dennett funziona come un potente acido universale in grado di dissolvere una certa modalità tradizionale di pensare, riconfigurando in modo nuovo le grandi questioni filosofiche. Se da un lato Dennett intrecciava la teoria darwiniana con il pensiero di Alan Turing, dall’altro la interpretava in linea con le posizioni evoluzionistiche del biologo Richard Dawkins. Per Dennett la selezione naturale era assimilabile a un processo algoritmico ed è un fattore operante in ogni processo evolutivo. Per questo motivo egli escludeva che fattori diversi e accidentali, come la deriva genetica o i cambiamenti climatici, potessero avere un ruolo significativo. Inoltre, l’origine evolutiva di qualsiasi carattere o organismo poteva essere ricostruita attraverso il metodo dell’ingegneria inversa, che richiedeva di partire dal progetto attuale che connota l’organismo o il tratto studiato e di andare a ritroso immaginando la selezione come motore dell’evoluzione. Dennett assimilava l’evoluzione a una sorta di progetto ingegneristico, un processo di “ricerca e sviluppo” o di ottimizzazione progressiva, e insisteva sul fatto che i tratti fisici e comportamentali degli organismi si evolvessero principalmente per i loro effetti benefici sulla sopravvivenza o sulla riproduzione, migliorando così l’idoneità di un organismo nel suo ambiente.

In difesa di questa prospettiva, Dennett si è prodigato, in un capitolo del suo testo e poi in varie altre occasioni, a contestare tutta una serie di posizioni e concetti sostenuti dal già citato paleontologo Stephen J. Gould, come la teoria degli equilibri punteggiati (formulata con Niles Eldredge), il concetto di “exaptation” (con Elisabeth Vrba) o di “pennacchio” (con Richard Lewontin). Gould sottolineava la dipendenza dei processi evolutivi da molti fattori cruciali (vincoli di sviluppo, contingenze storiche, cooptazioni funzionali, ecc.), di cui la selezione naturale è certamente uno dei più importanti, ma non l’unico in campo. Questa prospettiva minava il “pan-selezionismo” difeso da Dennett, ma è il “pan” che veniva messo in discussione, non l’esistenza del processo selettivo o dei suoi effetti. Gould tacciava Dennett di essere un “ultra-darwinista” (in altre parole, un “fondamentalista darwiniano”). Dennett, dal canto suo, accusava ingiustamente Gould di essere un “saltazionista” e di sposare idee antidarwiniane. Nonostante le critiche di Dennett, che a volte erano fuorvianti e travisavano il pensiero del suo avversario, bisogna rilevare come oggi certi aspetti e concetti proposti da Gould in campo evoluzionistico godano di ottima salute, come la nozione di “exaptation”, che oggi viene applicata in svariati campi dell’impresa scientifica.

Memi, religione e libero arbitrio

Se è vero che negli ultimi contributi, come Dai batteri a Bach (2017), Dennett sembrerebbe aver implicitamente accettato più di qualche implicazione teorica conseguente dalla visione gouldiana[4]Su questo rimando all’articolo di cfr. T. Pievani, F. Sanguettoli, The Evolution of Exaptation, and How Exaptation Survived Dennett’s Criticism, in C. AM La Porta, S. Zapperi, L. Pilotti, eds., … Continue reading, bisogna anche notare che nelle sue interpretazioni evoluzionistiche Dennett sia rimasto invischiato in un eccessivo adattazionismo, che con le sue metafore ingegneristiche ha forse ecceduto nel presentare la natura come un progettista che lavora incessantemente per costruire organismi sempre più perfetti. Anche la sua insistenza sull’importanza attribuita al concetto di “meme” non sembra aver giovato alle sue, pur ingegnose e stimolanti, ricostruzioni evolutive. Dennett lo mutuava da Dawkins, indicando con questo concetto dei supposti equivalenti dei geni in ambito culturale; in altre parole, i memi sarebbero unità di informazione culturale che competerebbero per il loro successo riproduttivo di generazione in generazione. Negli anni, molte sono state le critiche rivolte a questa proposta dawkinsiana, che indica entità la cui esistenza è alquanto dubbia, e la cui pretesa di applicazione risulta comunque troppo ampia, riferendosi a ogni tratto culturale concepibile. Pure il parallelo stabilito tra questo concetto e quello biologico di “gene” è stato negli ultimi anni fortemente ridimensionato, anche dallo stesso Dennett, rendendo perciò poco chiaro il motivo per cui egli si ostinasse a utilizzarlo in ambito di evoluzione culturale.

Dennett, ad esempio, poneva la nozione di meme al centro della sua interpretazione delle credenze religiose. In quest’ambito il filosofo americano rifiutava l’idea della doppia verità, di galileiana memoria, per cui la scienza ci spiega come vanno i cieli e la teologia come si va in cielo. Per Dennett questo proposito di non sovrapponibilità dei due magisteri non funziona, e lui stesso ambiva a “rompere l’incantesimo” della religione interpretandola in termini naturalistici, come recita il titolo di un altro suo famoso libro (Rompere l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale, 2006). Poggiando le sue analisi sulla teoria dell’evoluzione darwiniana, Dennett riteneva che alla base delle credenze religiose vi fosse quell’atteggiamento che considera potenzialmente tutte le realtà presenti in natura come agenti dotati di credenze e desideri o di conoscenze e scopi, e dunque come sistemi intenzionali. La religione consisterebbe, in altri termini, nell’idea di agenti soprannaturali, un’idea che una volta originatasi si sarebbe insediata nella mente umana e sarebbe divenuta, per così dire, un’“idea fissa”. La religione sarebbe dunque un “meme”, cioè si comporterebbe come un replicatore genetico che tende a produrre copie di sé all’infinito, proprio come virus che replicano le idee attenendosi ai principi della selezione naturale.

Al di là dell’idea molto discutibile secondo cui l’algoritmo selettivo sia da solo sufficiente a spiegare i processi evolutivi già solo in ambito biologico, neppure la posizione centrale del controverso concetto di meme parrebbe aver giovato, dicevamo, alle analisi dennettiane in ambito di evoluzione culturale, anche perché in esse manca un confronto approfondito con i dati sperimentali a disposizione, così come non viene tenuto in conto che la co-evoluzione biologico-culturale della specie umana richiede pattern esplicativi specifici. Questi limiti risultano evidenti, a maggior ragione, se si opera un confronto con le più recenti ricerche in questo settore di studi, che a differenza delle analisi di Dennett, si avvalgono del supporto multidisciplinare di diversi settori di ricerca come l’antropologia, la sociologia e la storia delle idee.

Non possiamo infine dimenticare i contributi importanti offerti da Dennett sulla questione della libertà nell’agire umano, anche in un confronto stimolante con le neuroscienze e il campo dell’intelligenza artificiale. Dennett criticava coloro che volevano negare il libero arbitrio e la morale. Il determinismo delle leggi del mondo macroscopico per lui è perfettamente compatibile con il libero arbitrio, ovvero con quel tipo di causalità mentale che garantisce le attribuzioni corrette di responsabilità. Se è vero, dunque, che siamo determinati dalle leggi di natura, allo stesso tempo siamo anche responsabili moralmente di ciò che facciamo. Ne L’evoluzione della libertà (2003) Dennett si confronta con questi temi, cercando di ripercorrere l’evoluzione e lo sviluppo della libertà dalla nascita della vita, in cui dominava uno stringente determinismo che rendeva i primi organismi simili a robot autoreplicanti, fino a Homo sapiens, che è il prodotto divenuto di quei primi organismi.

Per concludere, con Dennett scompare un eccellente filosofo della mente, che sapeva pensare in modo acuto e brillante. Un pensatore che, al di là di tutto, ha avuto il grande merito di portare i dibattiti evoluzionistici al grande pubblico internazionale e di porre in dialogo la filosofia con le ricerche più avanzate nei settori delle neuroscienze, dell’intelligenza artificiale, della biologia evoluzionistica, senza mai, per questo, appiattirsi sulle posizioni del fisico o del biologo, ma mantenendo una propria peculiare prospettiva. L’insegnamento forse più prezioso di Dennett è che i filosofi non devono ignorare ciò che dice la scienza, ma neppure dismettere le prerogative che la filosofia ha rispetto alla scienza stessa. Anzi, in campo scientifico, rilevava Dennett, giocano sempre presupposti filosofici, e non esiste alcuna scienza che ne sia priva, anche se molte volte tali presupposti non vengono esplicitati. La filosofia deve allora saper cooperare con le scienze, senza per questo doversi annichilire al cospetto di queste ultime.

Immagine: di Kevin Reed con licenza Attribuzione-Non commerciale – Condividi allo stesso modoScopri di più su questa licenza.

Note

Note
1 Traduzioni in italiano dei libri di Daniel Dennett

Contenuto e coscienza (1969), il Mulino, Bologna 1992.

Brainstorms: Saggi filosofici sulla mente e la psicologia (1981), tr. it. Adelphi, Milano 1991, II ed.

L’io della mente (1981), con D. Hofstaedter, Adelphi, Milano 1985, II ed..

Elbow Room: The Varieties of Free Will Worth Wanting, MIT Press, Cambridge (Mass.) 1984.

L’atteggiamento intenzionale (1987), il Mulino, Bologna 1993.

Coscienza. Cos’è (1992), Cortina, Milano 2023.

L’idea pericolosa di Darwin. L’evoluzione e i significati della vita (1995), tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 2015, II ed.

La mente e le menti. Verso una comprensione della coscienza (1997), Rizzoli, Milano 2000.

L’evoluzione della libertà (2003), Raffaello Cortina, Milano 2004.

Dove nascono le idee, Di Renzo Editore, Roma 2005.

Sweet Dreams. Illusioni filosofiche sulla coscienza (2005), Raffaello Cortina, Milano 2006

Rompere l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale (2006), Raffaello Cortina, Milano 2007.

Scienza e religione. Sono compatibili? (2010), con A. Plantiga, ETS, Pisa 2012.

Strumenti per pensare (2013), Raffaello Cortina, Milano 2014.

Dai batteri a Bach. Come evolve la mente (2017), Raffaello Cortina, Milano 2018.

A ognuno quel che si merita (2021), con G. Caruso, Raffaello Cortina, Milano 2022.

Pensandoci bene. Avventure nella filosofia (2023), Cortina, Milano 2024 (in uscita a ottobre).

2 Il titolo completo della tesi di dottorato di Dennett è “The mind and the brain: introspective description in the light of neurological findings: intentionality”. Si può leggerne l’abstract a questo link: https://ora.ox.ac.uk/objects/uuid:26d813f7-6a94-4bb6-b34e-d06743d607e9
3 L’articolo di Giorello, dal titolo Sì , abbiamo un’anima. Ma è fatta di tanti piccoli robot, è uscito sul Corriere della Sera del 28 aprile 1997. Il post sulla pagina di Facebook di Dennett (https://www.facebook.com/DanielDennet) è invece datato 10 maggio 2020.
4 Su questo rimando all’articolo di cfr. T. Pievani, F. Sanguettoli, The Evolution of Exaptation, and How Exaptation Survived Dennett’s Criticism, in C. AM La Porta, S. Zapperi, L. Pilotti, eds., Understanding Innovation Through Exaptation, Springer Nature, Switzerland 2020, pp. 1- 24.